Salvatore Quasimodo: una lettera per la sua

Salvatore Quasimodo, poeta ermetico e premio Nobel per la letteratura nel non lontano 1959, fu molto legato alla figura di sua madre tanto da dedicargli una lettera in cui incastra la propria inquietudine per il tempo che scorre inesorabile e per un presente deludente al cospetto di un’infanzia vissuta serenamente che viene ricordata con estrema nostalgia.

Quasimodo e la lettera alla madre

Clotilde Ragusa è la mater dulcissima a cui Salvatore Quasimodo dedica la sua lettera confluita nella raccolta del 1949 dal titolo “La vita non è sogno”. Più che una lettera, il testo è stato definito da critici e letterati una sorta di colloquio tra madre e figlio, in quanto la lirica verte su alcuni dialoghi che i due si scambiano.

L’appellativo mater dulcissima con cui si apre la lettera è ovviamente un latinismo: Quasimodo si serve di termini classici per dare autorevolezza non solo al testo, ma alla stessa madre. Il poeta è lontano dalla Sicilia (sua terra natale) e si trova a Milano, dove

«il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
»

Per tranquillizzare la madre lontana in Sicilia, Quasimodo sostiene di stare bene al Nord e di non essere triste: l’unico rammarico che non gli permette di essere in pace con se stesso è quello relativo a qualche colpa commessa per cui non merita di essere perdonato ma è ben conscio che molte persone dovrebbero chiedergli scusa lealmente, da uomo ad uomo.

Finalmente si entra nel vivo della lirica: Quasimodo immagina l’espressione della propria mater quando questa riceverà la lettera del figlio lontano: Clotilde Ragusa, oramai anziana e malata, era ben consapevole del fatto che avere un figlio poeta significava saperlo in giro per il mondo, lontano da sé e dai più cari affetti; ma questa è la sorte che spetta a tutte le madri che dignitosamente amano i figli che sono lontano da casa.

Nella mente del poeta si intrecciano ricordi molto nitidi ma tra loro opposti e in antitesi: da un lato viene fuori l’immagine di Quasimodo che una notte, a mo’ di fuggitivo, lascia la terra natale indossando solo un misero mantello e le sue immancabili poesie in tasca; dall’altro appare l’immagine di una mater che è in preda allo sconforto e soprattutto allo spavento, una madre che teme una malasorte e che ha paura di ricevere in futuro la notizia che suo figlio sia stato ucciso da qualcuno.

Ecco, allora, che gli elementi della natura diventano parte integrante della descrizione della fuga notturna: il poeta-fuggitivo è arrivato alla stazione di Licata e osserva la foce del fiume Imera, le mandorle e le arance della sua bella terra siciliana, le gazze, le saline e gli eucalipti. E così Quasimodo sceglie di ringraziare sua madre:

«Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa.
»

Congedo e invocazione alla morte

Prima di concludere la lirica, il poeta rivolge un’invocazione alla gentil morte: attraverso l’utilizzo della captatio benevolentiae, cerca di ingraziarsi la morte che diventa una vera e propria personificazione. L’invito è quello di evitare di toccare l’orologio che si trova nella sua cucina, simbolo dell’infanzia che è trascorsa con gioia e spensieratezza e di cui è ancora vivo un ricordo che non smette di riaccendersi tutte le volte.

Ma la parte più commovente è racchiusa tutta nella preghiera a non toccare le mani e il cuore dei vecchi. Il riferimento alla madre anziana è il simbolo di chi, prima di essere qualcuno, è prima di tutto un figlio. Un figlio che ha paura di vedere la propria madre soffrire, di perdere colei che lo ha generato, lo ha messo al mondo e gli ha assicurato ogni cura e bene possibile.

E ancora oggi le parole di Salvatore Quasimodo sono più vive che mai: in prossimità della festa della mamma, la lettera alla mater dulcissima genera un velo di tristezza nel lettori che si immergono non nel personaggio del poeta, ma nel ruolo di un figlio che si augura di trascorrere tutto il tempo possibile con la propria madre e sa che ciò non è sempre possibile; che si immagina sereno e spensierato perché consapevole di avere sempre una spalla su cui contare, che prova compassione per chi è pronto a dire addio per sempre a sua madre.

Non solo, ma tutte le mamme possono provare ad immedesimarsi nei panni della dulcissima mater: sono le mamme dei poeti, dei viaggiatori, dei lavoratori, dei migranti. Sono le mamme che sperano ogni buona sorte per i propri figli, che pregano affinché non manchi loro mai nulla, che sono felici di ricevere buone notizie e soprattutto di sapere i figli vivi, non denigrati, non maltrattati e soprattutto accolti con umanità.

Arianna Spezzaferro