Giuditta Levato con figlio in braccio
Giuditta Levato con figlio in braccio (fonte: vivi.libera.it)

Se pensiamo alla ricorrenza del Primo Maggio, Festa dei Lavoratori, a molti di noi viene in mente una giornata in cui si celebra il diritto al lavoro e dei lavoratori ma a pochi verrà in mente di omaggiare coloro che, sacrificando anche la loro stessa vita, si sono battuti affinché quei diritti fondamentali venissero garantiti. Giuditta Levato, prima vittima delle lotte contadine in Calabria, è una di loro.
Sfinita dalla fame e dalla miseria del secondo dopoguerra, Giuditta ha scelto di combattere affinché quelle terre che coltivava sin dall’infanzia continuassero a sfamare lei, i suoi figli e la sua gente.

Le lotte contadine nei campi del Mezzogiorno

La riconversione industriale imposta dal regime fascista durante la guerra obbligava la popolazione a sostentare sotto ogni punto di vista l’esercito italiano. Le fabbriche erano impegnate nella produzione di armamenti mentre i contadini e i braccianti, che prima coltivavano i campi, combattevano al fronte. In tutto questo processo di approvvigionamento c’erano donne come Giuditta che continuavano a lavorare i terreni per poter sfamare le loro famiglie. 

Nell’immediato dopoguerra la situazione cambiò: il contesto politico confuso non permetteva agli italiani di confrontarsi con un governo democratico ma, soprattutto, avevano fame

Questo sconquasso sociale nelle campagne del mezzogiorno generò delle proteste contadine che si propagarono negli anni. La classe contadina, smossa dalla fame e dalla miseria, chiedeva di poter lavorare le terre incolte appartenenti a proprietari terrieri, che preferivano tenerle aride e incolte piuttosto che concederle alle cooperative di contadini.

I primi scontri e proteste iniziarono nel 1943 ma l’acme venne fuori solo dopo la Riforma Agraria del 1944. L’allora Ministro dell’agricoltura Fausto Gullo emanò una serie di decreti che consentivano l’espropriazione di terre incolte ai proprietari terrieri da parte dello Stato e la loro assegnazione alle cooperative contadine.

Una compagna contadina

Giuditta Levato nacque ad Albi nel 1915 da una famiglia di origine contadina ed era la maggiore di sette fratelli. A 21 anni sposò Pietro Scumaci e poco tempo dopo diede alla luce due figli: Salvatore e Carmelo.
Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, il marito fu chiamato a combattere al fronte e Giuditta si ritrovò sola a dover gestire i suoi figli. Al suo ritorno, la donna vide un uomo totalmente diverso da quello che aveva sposato: Pietro era sfinito, scavato in viso per la fame e traumatizzato dagli orrori della guerra. Tuttavia, la miseria non colpì solo gli uomini tornati dal fronte: il cibo era poco per tutti e la terra per produrlo era quasi tutta incolta. 

Ascoltando le parole di un militante del Partito Comunista, Giuditta scoprì che la miseria e le umiliazioni subite in quanto bracciante potevano essere superate solo attraverso l’unione della classe contadina. Decise quindi di iscriversi al PCI (Partito Comunista Italiano) e di fondare con i suoi compagni Unione e Libertà, la prima cooperativa agricola della Calabria. Grazie alle concessioni della Riforma Gullo, la cooperativa iniziò nuovamente a lavorare la terra espropriata ai latifondisti.

Poco tempo dopo Giuditta rimase incinta del suo terzo figlio che, purtroppo, non vide mai la luce. La mattina del 28 novembre 1946, mentre si recava verso le terre concesse alla sua cooperativa nella città di Calabricata, Giuditta e i suoi compagni si trovano davanti il barone Pietro Mazza, ex padrone del terreno, che cercava di bloccare il passaggio con l’aiuto dei suoi uomini più fedeli. La discussione che ne seguì, in cui Giuditta difendeva il diritto della cooperativa di lavorare in quella terra concessa dalla legge, si animò finché non fu interrotta da uno sparo: il guardaspalle di Mazza, Vincenzo Napoli, aveva colpito Giuditta in grembo con un colpo di fucile.

La donna fu soccorsa subito dai compagni e portata inizialmente a casa sua, ma il continuo peggioramento della sua situazione li convinse a portarla all’ospedale di Catanzaro dove, tre giorni dopo, esalò l’ultimo respiro.
In quei tre giorni d’agonia, rimase al suo capezzale il dirigente del PCI calabrese Pasquale Poerio, al quale Giuditta consegnò il suo testamento morale:

“Compagno, dillo, dillo a tutti i capi, e agli altri compagni che io sono morta per loro, che io sono morta per tutti. Ho tutto dato io alla nostra causa, per i contadini, per la nostra idea; ho dato me stessa, la mia giovinezza; ho sacrificato la mia felicità di giovane sposa e di giovane mamma. Ai miei figli, essi sono piccoli e non capiscono ancora, dirai che sono partita per un lungo viaggio ma ritornerò certamente, sicuramente. A mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle, dirai che non voglio che mi piangano, voglio che combattano, combattano con me, più di me per vendicarmi. A mio marito dirai che l’ho amato, e perciò muoio perché volevo un libero cittadino e non un reduce umiliato e offeso da quegli stessi agrari per cui hai tanto combattuto e sofferto. Ma tu, o compagno, vai al mio paesello e ai miei contadini, ai compagni, dì che tornerò al villaggio nel giorno in cui suoneranno le campane a stormo in tutta la vallata.

Targa stradale a Ciampino (RM), intitolata a Giuditta Levato. (Fonte: Wikimedia commons)

Una vittima il cui sacrificio è ricordato ancora oggi

La storia di Giuditta Levato lascia l’amaro in bocca. Una donna così forte, determinata e coinvolta attivamente nella politica durante gli anni in cui le donne avevano appena conquistato il diritto al voto, non meritava di morire per mano di persone la cui fame di potere li ha spinti ben oltre i limiti della civiltà.

Nel corso degli anni, Giuditta ha ottenuto molte onorificenze: nel 2004 il Consiglio regionale della Calabria ha intitolato alla sua memoria l’ex sala consiliare; nel 2010 il regista Mimmo Raffa ha diretto il documentario Mille storie una donna: Giuditta Levato e a lei è anche dedicata una puntata della docu-serie Donne di Calabria, trasmessa da RaiStoria nel 2022.
Oltre a onorificenze e documentari, l’eco del sacrificio di Giuditta continua a riecheggiare ancora oggi nella meravigliosa regione Calabria grazie anche a Bella Giuditta, una ballata composta nel 2018 dalla cantautrice calabrese Francesca Prestia.

Benedetta Gravina

Sono Benedetta, ho 26 anni (ma solo all'anagrafe, nell'animo sono ancora adolescente) e sono laureata in Lingue all'università di Roma "La Sapienza". Amo la musica, la lettura, l'antifascismo, i viaggi organizzati all'ultimo momento ma, prima di tutto, il mare: per me il suono delle onde rappresenta la più bella canzone mai composta.

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