Green Deal - elezioni europee
Fonte immagine: www.thinktank.vision/it

Dal 6 al 9 giugno, nei 27 Stati membri dell’Unione europea, si svolgeranno le elezioni per determinare la nuova composizione del Parlamento. Costituito da 705 deputati, il Parlamento europeo è l’unica istituzione dell’UE a essere eletta direttamente dai cittadini. Con questo processo – come si legge su ECCO, think thank italiano per il clima – si inaugura la legislatura che condurrà l’Europa fino alla fine del decennio cruciale per mitigare gli effetti del cambiamento climatico: il 2030. Non a caso, proprio il climate change ha costituito uno dei principali terreni di scontro su cui si sono misurate le proposte avanzate dai vari gruppi politici. Se le previsioni arrivate da più parti dovessero risultare corrette e la svolta a destra nella politica europea realizzarsi come previsto, le ambizioni climatiche comunitarie potrebbero essere ridimensionate se non addirittura compromesse.

In effetti, proprio una rimodulazione del Green Deal – punto cardine della politica climatica che vuole trasformare l’Europa nel primo continente a impatto climatico zero – costituisce un obiettivo ricorrente in numerosi manifesti elettorali. Per quel che riguarda il panorama italiano, per esempio, nel programma presentato da Fratelli d’Italia si legge della necessità di modificare le regole del Green Deal che, definite “eco-follie”, condannerebbero l’Italia e l’Europa a una decrescita infelice. Invece, continua il manifesto, «il raggiungimento degli obiettivi climatici deve essere economicamente e socialmente sostenibile, senza approcci ideologici, obiettivi irraggiungibili e oneri sproporzionati per cittadini e imprese».

Lo stesso sostegno è garantito anche agli agricoltori, a cui è dedicato un intero paragrafo del manifesto: “Con gli agricoltori, custodi dell’ambiente e della sovranità alimentare”. Al suo interno, è contenuto un ulteriore, feroce attacco al Green Deal che avrebbe preso di mira il settore agricolo, non riconoscendone il ruolo fondamentale nel promuovere la conservazione e la protezione del territorio e nel garantire la fornitura di prodotti di qualità, tutelando il lavoro e le eccellenze enogastronomiche locali. Da qui, tra le altre cose, l’esigenza di rivedere la Politica Agricola Comune (PAC), revisionare la normativa sul Ripristino della natura e, ancora, la prosecuzione della battaglia contro la produzione e la commercializzazione di “carne e cibi sintetici”. A questi impegni, Fratelli d’Italia aggiunge la volontà di modificare in modo radicale la direttiva sulle case green e la promessa di cancellare il blocco alla produzione di auto a motore endotermico a partire dal 2035.

La difesa del motore a combustione interna si inserisce perfettamente nel più ampio quadro d’azione del gruppo Conservatori e Riformisti Europei (ECR nella sigla inglese), a cui appartiene il partito capeggiato da Giorgia Meloni. ECR, infatti, volendo tutelare cittadini, agricoltori e imprese dagli «impatti negativi dell’attuale politica climatica verde eccessivamente ideologica», si impegna ad adottare tecnologie all’avanguardia e investire nella ricerca sui carburanti alternativi così da consentire al motore a combustione interna di restare commercialmente sostenibile anche nei prossimi anni.

Un obiettivo condiviso anche dalla Lega di Matteo Salvini che, nel paragrafo del suo manifesto dedicato al patrimonio immobiliare e al settore delle auto, descrive la difesa del motore endotermico come un modo per «garantire a tutti i cittadini il loro sacrosanto diritto di possedere veicoli privati a prezzi sostenibili». In questo modo, si garantiranno non solo gli interessi dei singoli cittadini ma anche quelli della filiera dell’automotive, che potrà finalmente uscire dalla situazione di stallo in cui versa e tornare a essere competitiva. Affinché anche gli altri settori produttivi possano tornare a essere nuovamente competitivi è necessario sburocratizzare e rimuovere i vincoli ambientali eccessivi che ostacolano la crescita e l’accesso al credito, soprattutto per le PMI. Secondo il partito di Salvini, dunque, solo un approccio più pragmatico alle politiche climatiche del Green Deal sarà in grado di garantire una rilocalizzazione delle imprese in Europa.

Posizioni analoghe sono contenute anche nel manifesto presentato da Forza Italia, in cui si legge che occorre passare «da un Green Deal ideologico a un Green Deal realistico» per evitate di danneggiare i settori chiave dell’economia italiana e avvantaggiare, invece, avversari strategici come la Cina. Oltre alla promozione di un ambientalismo più responsabile, gli altri punti trattati nel programma riguardano: difesa e sicurezza comuni; controllo dell’immigrazione; incentivo alla libertà d’impresa; rafforzamento del sistema sanitario; difesa di casa, proprietà e auto; investimenti in energia e infrastrutture; sostegno al settore agricolo e a quello ittico; protezione della famiglia, dei giovani e delle categorie più fragili; riforma dei trattati europei. A dispetto dello spazio che clima e ambiente hanno trovato all’interno delle pagine del manifesto di FI, il suo leader, Antonio Tajani, è risultato il personaggio politico che meno ha parlato di ambiente in relazione al numero di dichiarazioni rilasciate.

A testimoniarlo l’indagine condotta da Greenpeace e Osservatorio di Pavia, che hanno analizzato le dichiarazioni di 11 leader politici italiani postate su Facebook, raccolte nelle edizioni serali dei telegiornali andati in onda su Rai, Mediaset e La7 e nei principali talk show politici e programmi televisivi di approfondimento nel periodo compreso dal 1° al 14 maggio. Oltre a Tajani, l’elenco delle figure politiche prese in esame comprende: Bonelli, Calenda, Conte, Fratoianni, Magi, Meloni, Pichetto Fratin, Renzi, Salvini e Schlein. Tra questi, Bonelli – di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) – è risultato uno dei leader che più si è esposto sui temi ambientali. Sua anche la dichiarazione riportata su Repubblica, in cui a proposito di case green, ha detto: «basta fare paura alla gente dicendo che la conversione ecologica fa diventare più poveri».

Un’affermazione che esemplifica perfettamente il diverso approccio con cui i partiti appartenenti allo schieramento di sinistra guardano alla transizione ecologica e al Green Deal, descritti rispettivamente nel programma di AVS come un’opportunità unica per ripensare il modello socio-economico e uno strumento fondamentale per affrontare l’emergenza climatica, raggiungere la neutralità e costruire un’Europa alimentata al 100% da energie rinnovabili entro il 2040. Il programma contiene, dunque, un obiettivo più ambizioso rispetto a quello che a oggi fissa la completa decarbonizzazione al 2050. Non a caso, al suo interno si legge non solo della necessità di difendere il Green Deal, ma anche di completarlo, migliorandone le ambizioni e costruendo sulle sue basi un’indispensabile dimensione sociale.

Da qui la proposta di creare un Fondo europeo per gli investimenti ambientali e sociali di «almeno 2.000 miliardi di euro, per finanziare investimenti green, trasporto pubblico ed efficientamento energetico delle case, favorendo le persone con maggiore difficoltà economiche nell’accesso agli incentivi». O, ancora, l’impegno a promuovere una misurazione del benessere equo e sostenibile (BES) così da registrare lo stato del progresso in Europa non soltanto da un punto di vista meramente economico, ma anche da quello sociale e ambientale.

Di vedute simili, anche il manifesto della lista Pace Terra Dignità dell’ex giornalista Michele Santoro, secondo cui «la transizione ecologica deve rappresentare un cambiamento radicale nel modo di produrre, di consumare e di vivere: gli interventi devono essere ispirati all’economia circolare che punta a non produrre scarti». Obiettivi da raggiungere, sia attraverso azioni individuali – che passano, per esempio, dalla riduzione della quantità di carne consumata a un calo dei voli presi durante l’anno – che attraverso scelte politiche, come quelle che posso riguardare la politica bancaria della BCE.

Per un’analisi più approfondita di questo e degli altri programmi si rimanda ai rispettivi siti. Ciò che invece si può affermare, pur senza entrare nel merito di quelle che sembrano due posizioni completamente opposte sulla necessità di proteggere o al contrario di svigorire il pacchetto di misure più noto della politica climatica europea, è che una simile frattura è indice di un panorama politico molto diverso rispetto a quello che aveva caratterizzato la precedente tornata elettorale. Se nel 2019 – complici le manifestazioni dei Fridays for future e la visibilità mediatica di Greta Thunberg – l’attenzione alle tematiche ambientali era più autentica e vivace, nel 2024 quella stessa attenzione sembra ormai essere affievolita e, soprattutto, da più parti strumentalizzata.

Virgilia De Cicco

Virgilia De Cicco
Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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