Milano, credits: pixabay
Milano, credits: pixabay

«Intanto la città “accade” e in questo accadere trascina con sé chi alla metropoli è condannato, chi ci passa attraverso, chi ne è rigettato e chi ne è preso in prestito.»

La pelle di Milano, p.7

Per il suo essere in divenire e il suo continuo espandersi, Milano non è certo un soggetto di facile raffigurazione. A seguito di una serie di lezioni gratuite sugli scrittori che di Milano ne hanno fatto la propria musa, nell’ottobre 2022 il concorso di racconti ScriviMi, un’iniziativa della collaborazione del Laboratorio Fiorentini e la Mondadori, lancia la sfida a giovani tra i 18 e 35 anni che hanno avuto, per varie ragioni, un legame con la città di Milano. L’obiettivo è quello di incorniciare l’immagine della città di oggi, senza edulcorazioni, idealismi o satire sbiadite.

Il risultato è “La pelle di Milano”, una raccolta di quindici voci, quindici prospettive, quindici racconti di autori e autrici che hanno ascoltato la città, l’hanno guardata a fondo, l’hanno vissuta e sono riusciti a interpretare la lingua di una città che non può parlare, nonostante abbia tanto da dire, e della quale c’è urgenza di ascoltarne la voce.

La pelle di Milano – 15 pezzi dello stesso puzzle

La pelle di Milano, credits: Mondadori

Tutti molto diversi, per stile e oggetto della narrazione, i quindici racconti, selezionati dalla giuria tra altri trecento, esplodono per potenza narrativa e per la loro urgenza di parlare e raccontare. Il capoluogo lombardo è una città in continua espansione, che non si ferma né può fermarsi. Ne risulta una grande fotografia di Milano, così ricca di particolari da non poter essere guardata e apprezzata con un solo sguardo e da una sola prospettiva. Ogni racconto è un dettaglio di questa stessa fotografia e insieme ne completano l’immagine.

Accettando la sfida, i quindici autori e autrici vincitori del concorso hanno dipinto la loro verità, la loro concretezza, mettendo in luce le mille, o forse quindici, contraddizioni di una città dagli innumerevoli volti.

A più riprese e in diverse declinazioni, viene ad esempio affrontato l’attuale e urgente problema abitativo e degli spazi. Raffaele Iaccarino ripropone un ritratto di una città frenetica che non ha più posto, in cui le case diventano delle cucce e in cui si è stati privati persino del cielo; mentre Chiara Deiana alla frenesia e alla claustrofobica vita in città risponde con un bisogno di elevarsi al sopra di essa, come se si potesse diventare dei giganti e distruggere il Duomo tra le proprie mani.

Alla mancanza di spazi si aggiunge l’inarrestabile disastro ecologico. I “pesci fantasma” di Giuseppe Cecere sono quello che rimane di una natura che ancora resiste in una metropoli in cui non c’è più spazio né tempo per lei, e sopravvive anche se mutata. La crisi idrica, fenomeno globale, è qui realtà tangibile. Soluzione tanto utopica quanto affascinante è la metamorfosi di una ragazza in albero raccontata da Ludo Guaita come qualcosa di naturale, di ordinario, come se così dovrebbe essere, per tutti, ovunque. In una città che “taglia” e “ammazza”, fatta di palazzoni che tagliano aria e luce e di ragazzini che tagliano via la vita, ritorniamo alla natura, a farci natura.

In questo labirinto di palazzi, uffici e persone, l’interiorità passa in secondo piano, perché c’è tanto da fare lì fuori. La città va vissuta in ogni suo angolo, tanto che persino il cimitero Greco, come racconta Ruben Rossi, può essere un luogo di incontri o riflessione, e in ogni suo momento, che sia di notte tra amici, discoteche e fattanza, come per i personaggi di Moïse Leon Rutz, o tra le drag Queen di Porta Venezia, come narrato da Nicolò Bellon, o soprattutto all’alba, quando la città riserva gli scorci migliori e dei brevi attimi per trovare se stessi, come per Giulia Perri.

Il Nuovomondo che descrive Marta Cavo è spaventosamente all’avanguardia: cotoletta e risotto ormai sono demodée, si preferiscono bubble tea e brunch, eppure Milano resta la stessa in cui anche Leonardo da Vinci ha portato, tra i primi, il suo CV, richiamato forse dalla stessa energia che ora attira in tanti, le good vibes della city.

Fascino e good vibes vanno però a braccetto con i lati più discussi della metropoli. Milano è sociale per antonomasia, sembrerebbe impossibile non incontrare nuove persone in una città immensa con così tanti locali e cose da fare. Eppure, dai racconti è emersa una Milano estremamente asociale che, proprio per la sua vastezza, rende complicato, se non addirittura impossibile, fare nuovi incontri: la Milano di Mahshad Mahdavi è una città multiculturale che promette tanto ma in cui le persone, a furia di credersi il salmone di turno, finiscono per seguire la massa, rendendo difficile l’incontro con l’alterità; gli aspiranti poeti della storia di Luca Leone, invece, sono riusciti a trovarsi, ma sono ora alla ricerca del loro posto nel mondo, o forse, del loro mondo; mentre il protagonista di “Emotsunami”, racconto di Stefano Adesso, finisce per incontrare una ragazza con un curioso codice a barre sulla gamba, uno dei pochi metodi per “conoscere qualcuno”.

Conoscere nuove persone, lavorare, e anche solo uscire con gli amici, semplicemente vivere è sempre più complesso e le difficoltà sembrano essersi amplificate dopo il lockdown. A seguito della pandemia, di complicazioni in famiglia e dopo l’ennesima serata con una tipa andata male, Jacopo Epifani narra di una vita in progressiva degenerazione, fatta di violenza e senza via di fuga. Violenza d’altronde ha ormai residenza a Milano. Anche Silvia Righi affronta la tematica facendoci confrontare con la “nuova violenza” in città, quella perpetrata dalle pr.ZZ, un insieme di rabbia, insoddisfazione, desiderio di vendetta, frustrazione, che sfocia in brutalità e barbarie tra ragazzine senza alcun controllo. Delle baby gang al femminile che rivendicano, o forse si rivendicano, contro le “zoccole” della società.

Forse proprio per questi lati corrotti che oscurano le sue mille ricchezze e possibilità, ogni tanto si sente il vitale bisogno di staccare la spina e allontanarsi dalla burrasca metropolitana, come fa la domenica il protagonista di “Una storia vera” di Giovanni Belcuore, il quale nel mercatino di Assago ha trovato un rifugio a-temporale, in cui è possibile fare un salto nel passato e che non è stato inghiottito dal presente.

Tutto ciò e altro ancora è “La pelle di Milano” frutto del vissuto di quindici giovani penne che hanno saputo leggere la città e i suoi messaggi cifrati, dimostrando che Milano non è la città violenta e pericolosa dei trap, non è la facciata perbenista in giacca e cravatta, non è velocità e frenesia. O meglio, Milano non è solo questo. È una città in divenire, troppo complessa per essere ingabbiata in artificiali paradigmi, che si espande continuamente su se stessa e persino sotto di sé, e viverla e comprenderla è altrettanto complesso.

Con i quindici racconti i propositi del progetto lanciato dal Laboratorio Fiorentini e Mondadori tra cui il bisogno di “cercare la concretezza, che sta al di là dell’opinionismo”, possono dirsi soddisfatti. I quindici scrittori hanno infatti tratteggiato Milano nel suo essere, nell’ora e di ora, una Milano che è stata ascoltata e conosciuta a fondo, e, come si legge nell’introduzione di Giacomo Papi e Alberto Rollo, se anche solo un politico fosse stato in grado di capire la lingua della città, forse il presente e il futuro sarebbero diversi.

Nunzia Tortorella

Nunzia Tortorella
Avida lettrice fin dalla tenera età e appassionata di ogni manifestazione artistica. Ho studiato Letterature e culture comparate all'università di Napoli L'Orientale, scegliendo come lingue di studio il tedesco e il russo, con lo scopo di ampliare il mio bagaglio di conoscenze e i miei orizzonti attraverso l'incontro di culture diverse. Crescendo, ho fatto della scrittura il mio jet privato.

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