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Fonte: presidency.ro

Al ballottaggio, dopo una più risicata vittoria anche al primo turno, le elezioni in Romania hanno riconfermato come presidente della Repubblica Klaus Iohannis del Partito Liberale. Molti osservatori europei hanno commentato positivamente il nuovo successo del Capo dello Stato uscente, considerandola una vittoria dell’europeismo in un Paese membro della UE considerato chiave per l’equilibrio dell’est Europa.

Le elezioni in Romania, tra incertezza e europeismo

Proprio in tema di europeismo, alla vigilia delle consultazioni il quadro politico romeno presentava più di una incertezza. La situazione politica era frammentata, considerato che il governo attualmente in carica era sì un esecutivo guidato dagli stessi liberali, ma di minoranza, dopo la caduta del precedente ministero di colore socialdemocratico. In particolare, le elezioni in Romania hanno rigettato proprio la linea socialdemocratica, quindi in teoria di centrosinistra, che aveva fatto di toni critici nei confronti della UE, conditi da qualche accenno populista, uno dei punti del programma.

Invece il Partito Liberale di Iohannis, formazione di centrodestra afferente appunto al Partito Popolare Europeo, si era proposto da subito come alfiere dell’europeismo, contrastando gli avversari non solo su questo terreno, ma specialmente su quello della legalità e della lotta alla corruzione. Quest’ultimo tema è stato in realtà corrosivo a danno dei socialdemocratici, visto che il principale dei loro leader, Liviu Dragnea, è stato recentemente condannato per abuso d’ufficio dalla Cassazione romena. Al di là dei punti caldi della campagna elettorale, dunque, la formazione socialdemocratica appariva già delegittimata in partenza.

L’europeismo di Iohannis, più che la turbolenta situazione interna, è stato comunque il nodo intorno al quale si sono concentrati i commenti internazionali sulle elezioni in Romania. Del resto, in un’Europa dell’est afflitta dal morbo del sovranismo del Gruppo di Visegrad, si temeva che le urne romene avrebbero inferto un nuovo colpo alla credibilità del sistema comunitario. Non è stato così, ma le ragioni del risultato elettorale sono comunque più complesse di quelle che potrebbero apparire a un’analisi superficiale.

Sembra difficile infatti inquadrare semplicisticamente la posizione di Iohannis come portatrice di un “europeismo ideologico” che in realtà non è tale. Anzi, qualche osservatore si è persino chiesto se l’esito delle elezioni in Romania rappresenti la vittoria di un “veroeuropeismo.

Un europeismo “strumentale”?

In questo senso, proprio uno sguardo sulla situazione interna appare di primaria importanza per chiarire il quadro critico. La Romania è uno dei membri della UE con i tassi di crescita annui più alti: l’incremento del PIL nel 2018 è stato del 4,1%. L’economia appare in espansione soprattutto in alcuni settori, come l’agricoltura e l’edilizia, che ha goduto di un vero e proprio boom. La quota di investimenti stranieri e in particolare di Paesi membri della UE nel Paese è massiccia, con una forte presenza soprattutto di capitali di Olanda, Germania e Italia nelle aziende con base in Romania.

È facile intuire come un simile quadro non sarebbe potuto essere così lusinghiero senza l’adesione all’Unione Europea e al suo sistema di circolazione dei capitali. Allo stesso modo, l’ordinamento comunitario ha consentito di affrontare più seriamente, almeno negli ultimi anni, la piaga della corruzione, che ha visto impegnata la Romania in un programma specifico, insieme ad altre realtà ad alto rischio come la Bulgaria.

Proprio nella trappola della corruzione, però, si è infilato il governo socialdemocratico, che nell’ultimo periodo ha esposto la Romania alle dure reprimende della UE. Lo spettro di una definitiva perdita di credibilità del sistema-Paese ha giocato a favore di Iohannis: pertanto, le elezioni in Romania non hanno fatto che certificare la volontà dei cittadini di non perdere i risultati di sviluppo faticosamente conquistati e, soprattutto, di evitare di uscire dal circolo virtuoso innescato dalla partecipazione al sistema comunitario.

Questa affermazione si conferma anche osservando le percentuali a dir poco plebiscitarie che la gran massa degli elettori romeni all’estero hanno riservato a Iohannis. È chiaro che l’europeismo del Paese è condizione necessaria anche per la conservazione della stabilità dello status di cittadini (e lavoratori) comunitari di queste persone.

Ecco perché quello di Iohannis probabilmente non è un “europeismo ideologico”, ma strumentale, che vede nella UE una risorsa di valore, piuttosto che di valori; del resto, come è stato notato, a fronte della crisi profonda della sinistra di governo il panorama elettorale semplicemente non presentava alternative credibili.

Le consultazioni hanno rivelato una scelta di buon senso: nelle elezioni politiche anticipate che Iohannis è probabile convocherà a breve per risolvere l’impasse governativa (la Romania è infatti una repubblica semipresidenziale, per cui il governo viene eletto separatamente dal presidente), tale scelta dovrebbe essere riconfermata.

L’europeismo rumeno e l’Europa dell’est

Resta da capire come l’europeismo strumentale della Romania potrà servire alla causa della UE sul difficile terreno dell’Europa dell’est. Uno degli addebiti fatti a Iohannis dagli osservatori internazionali è stato proprio quello di non avere una strategia diplomatica precisa, al di là del mantenimento di buoni rapporti con l’anima dominante dell’Unione, la Germania della Merkel, e gli Stati Uniti (il segretario di Stato Pompeo si è congratulato tra i primi con il presidente per l’esito delle elezioni in Romania, membro della NATO).

In verità, non sembra che questa Romania di centrodestra sia particolarmente interessata a imporsi come modello virtuoso nei confronti dei suoi riottosi vicini di Visegrad e le loro politiche sovraniste anticomunitarie. La prova di ciò è in effetti che lo stesso Iohannis appare come poco conosciuto sulla scena internazionale, mentre l’ungherese Orban si è conquistato un peso politico specifico in Europa, tale da tenere in ostaggio l’intero continente sul tema delle migrazioni.

Pertanto, appare probabile che, paradossalmente, l’europeismo rivelato dalle elezioni in Romania non avrà ripercussioni immediate sugli assetti europei, continuando a perseguire obiettivi per lo più interni, in termini di conseguimento di risultati economici positivi e di lotta alla corruzione; tutto ciò a patto che gli elementi reazionari del panorama politico locale, dati per radicati nella provincia rurale più svantaggiata, non riescano a emergere rivoluzionando la “comfort zone” di consenso in cui si è per ora serenamente collocato Iohannis.

Ludovico Maremonti

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