Fonte immagine: friendsoftheearth.eu

“Il popolo contro Shell”: è questo il nome della causa che il 27 maggio si è conclusa con la condanna del Tribunale dell’Aja nei Paesi Bassi nei confronti della multinazionale Royal Dutch Shell, costretta a ≪diminuire entro il 2030 le emissioni di gas serra del 45% rispetto ai parametri del 2019≫. Una sentenza storica, in quanto fino ad oggi, mai un’azienda privata si era vista costretta per via giudiziaria ad allinearsi con gli accordi sul clima di Parigi e proprio per questo potrebbe costituire un fondamentale precedente per le prossime sentenze.
La causa si è aperta nell’aprile 2019 grazie a Milieudefensie, filiale olandese dell’Organizzazione Internazionale Friends of the Earth a cui si erano uniti 17 mila civili olandesi, insieme a sei Organizzazioni Non Governative come ActionAid e Greenpeace

Secondo quanto provato nel corso della processo, Shell sarebbe una delle aziende più inquinanti al mondo in quanto emetterebbe un quantitativo di Co2 nove volte superiore rispetto a quella dei Paesi Bassi. Il tribunale dell’Aja, nel motivare la sentenza, ha infatti commentato che ≪Shell è responsabile di enormi emissioni di Co2≫, contribuendo attivamente alle disastrose conseguenze che il cambiamento climatico sta generando ai danni dell’ambiente e della popolazione.

Il verdetto della sentenza contro Shell è storico e, sebbene l’azienda sia stata messa di fronte alle proprie responsabilità con la violazione dell’art. 6.162 del codice civile olandese e gli articoli 2 e 8 (diritto alla vita e diritto alla vita familiare) della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo, nota come CEDU, la risposta della multinazionale è stata quella di deresponsabilizzarsi dal verdetto, sostenendo che sia compito dei cittadini fare le giuste pressioni sui governi affinché mettano in atto politiche ambientali virtuose. Il compito delle multinazionali invece è quello di non dichiarare piani di riduzione delle proprie emissioni sapendo di non potere mantenere la parola data. Shell infatti, aveva dichiarato le proprie intenzioni di ridurre le emissioni di carbonio del 20% entro il 2030 e del 45% entro il 2035. Considerando l’ammontare di carbonio emesso nel corso degli ultimi anni, gli avvocati della controparte sono però riusciti a dimostrare che la multinazionale del petrolio non ha rispettato gli accordi.

Nonostante parte dei Paesi Bassi si trovi al di sotto del livello del mare, fattore che rende questa nazione particolarmente sensibile all’impatto ambientale delle emissioni inquinanti, secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, il Paese dei tulipani è fra gli Stati con la percentuale più alta di produzione pro capite di carbonio in Europa.

"Il popolo contro Shell": sentenza storica nei Paesi Bassi
Fonte immagine: eea.europa.eu

L’allineamento con gli Accordi di Parigi solo da parte di una grande multinazionale non è sicuramente sufficiente affinchè la crisi ambientale possa ridursi drasticamente nel poco tempo che resta al pianeta. E’ necessaria una transizione equa fra coloro che, ad oggi, vengono riconosciuti come corresponsabili nella generazione di danni provocati dal consumo dei loro prodotti. 

Sebbene la probabilità che Shell effettui ricorso sia alta, il 26 maggio 2021 resta comunque una data spartiacque sia per i gruppi ambientalisti, sia per le controparti, le quali potrebbero temere che questa sentenza storica rappresenti un fondamentale precedente per tutte le altre cause indette contro multinazionali inquinanti nel mondo.  
Da oggi infatti, l’essere una multinazionale multimiliardaria non rende necessariamente immune alla violazione di accordi internazionali e a sentenze emesse in difesa dell’ambiente. E se anche in futuro il ricorso di Shell dovesse venire accolto, la sentenza storica dei Paesi Bassi rappresenta e rappresenterà una luce verde in fondo al tunnel. Davide ha sconfitto Golia, il popolo ha vinto. Ed è solo l’inizio.

Giulia Esposito

Greenpeace

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