Greta Thunberg, il climate change e i gretini

Non è il caso di soffermarsi sull’importanza del pluralismo e della libertà d’espressione in un contesto di presunta democrazia, sebbene esistano altri limiti imposti dal buonsenso, dall’etica professionale e dal rispetto. La questione in ballo è più sottile, e affonda le sue radici nel terreno aspro del classismo, del conflitto storico e politico tra una narrazione dominante imposta come verità e una verità imposta come narrazione di ripiego. In Italia esiste un giornalismo d’opinione che sembra aver trovato la propria raison d’être nella lotta ideologica all’ambientalismo, la cui raffinatezza intellettuale si concreta nel ridicolizzare chi mostra attenzione o sensibilità alla causa con termini storpiati. “Gretini”, è questo l’appellativo che sollazza le sofisticate menti dell’apparato mediatico della destra, la gustosa celia che titilla i palati sopraffini di questa intellighenzia d’avanguardia. E al cospetto di cotanta levatura culturale mi sento disarmato, privo di elementi di critica e di analisi, tanto da arrendermi e accettare la sconfitta morale: sì, lo ammetto, sono un gretino.

E lo sono da prima che Greta Thunberg rovesciasse i rapporti di forza nel dibattito politico, trascinando classi dirigenti e opinione pubblica verso un approccio totalmente inedito – forse ancora insufficiente, ma ben lontano dalle ombre dell’oscurantismo in cui era relegato – al tema ambientale. Lo sono perché global warming e climate change sono espressioni che conosco da molto prima che Greta iniziasse il suo sciopero per il futuro, e non mi sento affatto manipolato nel constatare che popoli e governi stanno iniziando a prendere coscienza della gravità e dell’urgenza della situazione. In realtà ne sono sollevato, e se anche questa ipotetica ipnosi speculativa, questa aberrante macchinazione che ha spinto milioni di persone nelle strade dei sette continenti fosse la più grande operazione di marketing della storia, sarei ben lieto di essermi prestato al complotto per un fine che ritengo giusto.

Quindi ben vengano i gretini, ben vengano gli studenti in sciopero, gli attivisti incollati all’ingresso delle banche, i Parlamenti che dichiarano l’emergenza climatica. Ben vengano tutti questi idioti che si battono per offrire un futuro agli esseri umani, ma davvero a tutti, persino a quelli che impiegano ogni istante della propria esistenza a escogitare giochi di parole da seconda elementare per deriderli.

Perché non c’è tempo, lo dico sul serio. Non c’è tempo per il pianeta, figuriamoci per chi non riesce a proiettare le proprie facoltà mentali al di fuori del cesso di casa propria. Non possiamo metterci a discutere con chi pensa che se il 5 maggio in provincia di Bergamo fa freddo allora il riscaldamento globale deve per forza essere una balla. E non per quello che la comunità scientifica ribadisce in maniera quasi unanime da decenni, né per gli scenari catastrofici che i vari rapporti intergovernativi ci prospettano. È proprio una questione di igiene culturale, di sanità morale.

La mappa delle anomalie termiche di Climate Reanalyzer
La mappa delle anomalie termiche di Climate Reanalyzer

A loro non interessa un reale dibattito sul cambiamento climatico: sanno di avere torto. Ma ostentano fieri un anticonformismo di principio, la logica secondo cui è meglio un’ostinazione suicida di un’ammissione di colpa. È lo stesso principio per cui ci hanno chiamato “buonisti” quando c’era da salvare vite umane nel Mediterraneo, e “comunisti” quando c’era da opporsi alle devastazioni del neoliberismo. Blaterano di pedolatria come se fossimo vittime di un’illusione collettiva, e il 25 dicembre sono tutti in ginocchio a pregare davanti alla statuina di un neonato. L’ipocrisia è la loro cifra intellettuale: utilizzano l’insulto come forma di manicheismo militante, per separare i presunti buoni dai presunti cattivi, per scatenare lo scontro frontale e generare il caos su cui prosperano l’odio e l’ignoranza, che sono i loro unici elementi identitari.

Non stavolta, lo ribadisco. Chiamateci pure gretini quanto vi pare, se questo vi dà gioia e riempie le vostre esistenze di un significato che la grettezza d’animo non vi ha mai offerto. In fondo è vero, siamo gretini e siamo orgogliosi di esserlo. Quindi nessuno si offenderà se inizierò anch’io a chiamarvi per quello che siete, ovvero dei goglioni. Non è un insulto, s’intende. Neppure “buonisti” lo era, anzi, a me faceva piacere essere chiamato così. Quanto ai comunisti, magari ce ne fossero.

Emanuele Tanzilli