Dopo le parole del cancelliere tedesco Angela Merkel sulla riforma del lavoro attuata dal governo Renzi, l’Europa torna a parlare dell’Italia e lo fa questa volta puntando sul deficit strutturale.

Secondo il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, Italia, Francia e Belgio «devono prendere misure addizionali tempestivamente per affrontare il gap evidenziato della Commissione e rispettare l’appropriata convergenza verso l’obiettivo di medio termine e il rispetto della regola del debito».

I tre paesi, infatti, devono correggere il proprio debito di bilancio per non incappare nelle multe salate stabilite dall’Europa in caso di deficit eccessivo. Ma se il calcolo stimato per il Belgio e la Francia risulta essere condiviso con quello fatto dall’UE -si stima infatti che la Francia debba fare una correzione di bilancio dallo 0.3% attuale al 0.8% del PIL-, per l’Italia sembra ci sia una divergenza tra la correzione varata dal governo italiano rispetto al calcolo europeo.

Per Bruxelles la correzione del bilancio italiano necessaria è dello 0.5 % del PIL, e dunque le misure prese sembrano essere insufficienti, con uno sforzo del Governo pari solo allo 0.1%. Da qui le dichiarazioni del presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem: «il divario va colmato, si può fare con nuove misure o attraverso la valutazione di quelle già prese». Per l’Europa, quindi, l’Italia avrebbe un deficit molto alto, con un gap dello 0.4% del PIL pari a 6 miliardi, che si presenta come una ragione «preoccupante», rendendo improbabile che le misure prese riescano a colmare un deficit strutturale così alto.

D’altro canto, per l’Italia, il calcolo è diverso: il Bel Paese dovrebbe apporre una correzione del bilancio pari solo allo 0.3% del PIL. In questo modo quel 0.1% raggiunto dal Governo creerebbe un divario di solo 0.2 punti percentuali sul pareggio di bilancio.

Appare comprensibile, quindi, come l’Eurogruppo, in virtù delle divergenze sul calcolo del debito italiano, abbia deciso di rimandare qualsiasi decisione sui tre paesi a Marzo 2015. Questo arco di tempo servirà ai paesi a rischio per prendere «misure appropriate e colmare il divario», così come auspica il commissario europeo per l’economia Moscovici: «Ci auguriamo che le misure siano prese… Sappiamo tutti cosa succederebbe se le regole non venissero rispettate, vogliamo tutti che siano rispettate».

Dello stesso parere è anche il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, secondo cui ormai si tratta di «una questione di credibilità. Abbiamo detto che a marzo servono misure nuove, speriamo che le discussioni siano costruttive, che le misure siano prese e le regole rispettate».

Soddisfatto, invece, il Ministro dell’Economia italiano Pier Carlo Padoan, che ritiene sia stata raggiunta «un’intesa che permette di pagare le bollette arretrate, di salvaguardare i bilanci degli Stati membri e di trovare risorse per il rilancio della crescita». Su quanto chiesto da Bruxelles all’Italia, Padoan dichiara che «lo sforzo in più ha a che fare con l’efficacia delle misure prese» e naturalmente questo va verificato stabilendo il giusto ammontare del debito, in quanto «si tratta di precisare se l’impatto delle misure che il governo italiano ha già adottato è effettivamente corrispondente all’ammontare dell’aggiustamento di fatto già concordato con la Commissione Europea».

Questa si presenta come la seconda nota positiva dell’Europa nei confronti dell’Italia. Infatti, dopo le pesanti esternazioni della Merkel, in due giorni c’è stato un dietrofront da parte della Germania: prima con le dichiarazioni del tedesco Steffen Seibert, che ha definito la riforma del lavoro del governo Renzi come «il primo passo importante per il miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro italiano», poi tramite il Ministro dell’Economia tedesco Wolfgang Schaeuble, che al suo arrivo in Consiglio UE ha definito il Jobs Act una riforma «notevole del mercato del lavoro».

Claudia Cepollaro

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