Quella trascorsa è stata un’estate di enormi cambiamenti per il Napoli. L’arrivo di un allenatore dallo spessore internazionale come Carlo Ancelotti ha fatto sognare in grande i tifosi e alleviato sicuramente le ferite causate dall’addio di Sarri. Il nome aveva fatto sognare la piazza, che già vedeva vestiti d’azzurro grandi campioni del calibro di Benzema o Vidal, da sempre molto legati al tecnico di Reggiolo. La filosofia del Napoli non è cambiata però. Si è deciso di puntare su chi già c’era e aveva fatto bene, investendo in giocatori di qualità come Fabián Ruiz, Verdi e Meret e rinunciando all’unico Jorginho. Il cambiamento non è stato facile. Lo ha dimostrato un precampionato che, sebbene contornato da buoni successi – quello sul Borussia Dortmund su tutti – è stato caratterizzato dalle sconfitte con Wolfsburg e Liverpool. L’inizio di campionato è stato buono. Il Napoli ha vinto in rimonta contro due squadre “toste” come Lazio e Milan, mostrando un grande carattere. Tuttavia un dato preoccupava ed era quello di una difesa fragile. Tre gol in due partite era un dato sul quale bisognava riflettere. Così come si sarebbe dovuto riflettere sul continuo approccio sbagliato del Napoli che solo dopo una sberla riusciva a reagire. Contro la Sampdoria la reazione non c’è stata. Gli azzurri sono apparsi prima di tutto fragili sotto un punto di vista fisico, prima che tattico, e il nervosismo successivo al 3-0 di Quagliarella è un altro fattore sul quale Ancelotti, figlio della sua immensa esperienza internazionale, dovrà lavorare. Tuttavia è sorta un po’ di nostalgia in una parte del pubblico, che, nel frattempo, ancora affezionata al suo ex allenatore, lo ha visto trionfare in questa primissima fase al Chelsea ed esportare in Inghilterra la sua filosofia fatta di spettacolarità e geometrie. La nostalgia in alcuni di loro si è trasformata, addirittura, in sfiducia verso il nuovo tecnico. In quelli più lucidi, però, si è posta semplicemente la consapevolezza di essere di fronte ad una fase di rodaggio e che questo ad oggi non sia né il Napoli di Sarri né quello di Ancelotti.

ANCELOTTI E SARRI: L’IMPORTANZA DEL DIVERTIMENTO – La sensazione è che, come ovvio che sia, i calciatori, un po’ come gli studenti quando cambiano insegnanti, si trovino di fronte a metodi di insegnamento e, in alcune circostanze, di studio diametralmente opposte, sebbene si pongano il medesimo obiettivo: il successo. Tra i due non sembrano esservi differenze dal punto di vista della filosofia calcistica. Sarri e Ancelotti sono creature formatesi, indirettamente come il primo e direttamente come il secondo, sotto la guida di Arrigo Sacchi. Per loro il calcio è spettacolarità e, soprattutto, divertimento. Entrambi considerano questo aspetto fondamentale per la resa massima dei calciatori. Sarri ha esportato questa filosofia in Inghilterra. Ancelotti questa estate nelle prime conferenze stampa ha ribadito come divertendosi riesca spesso a dare il meglio di sé. Per entrambi, un calciatore divertendosi riesce ad esprimersi al meglio. Non è un caso che entrambi nella maggior parte dei casi riescano ad instaurare con tifoserie e giocatori ottimi rapporti.

SARRI: DIVERTIRE PER INTIMORIRE – Ma se allora la filosofia è la stessa dove sono le differenze? Verrebbe da dire che l’essenza stessa del divertimento è la vera differenza. Sarri basa molto il suo concetto di divertimento attribuendo al calcio una funzione ludica sia per il giocatore che per lo spettatore. Entrambi i fattori, coincidendo, riescono ad essere un’arma importante contro la squadra ospite, creando un rapporto bilaterale tra il pubblico e giocatori: se il giocatore si diverte, rende e dà fiducia ai compagni; se la squadra rende il pubblico incita; se il pubblico incita, la squadra rende. Tutto ciò ovviamente non può che portare gli avversari quantomeno ad intimorirsi. In tal senso sotto questo punto di vista, l’Inghilterra e il tifo inglese possono essere terreno fertile per il Sarrismo. Dal punto di vista tattico questo divertimento incide su calciatori dotati di fantasia, che, sebbene indottrinati con precise indicazioni tattiche, hanno tutta la possibilità e la libertà di sfoggiare il proprio talento e di rendere al massimo. Si guardi agli Higuaín, ai Mertens, agli Insigne e ad Hazard, che sebbene sia solo all’inizio di stagione ha già infiammato la tifoseria del Chelsea con giocate memorabili ed apprezza di già la filosofia del proprio allenatore, come testimoniano alcuni post su Instagram. Quello che per molti a Napoli è stato un limite, cioè la gestione della rosa e le poche rotazioni, in realtà sono state una grande forza. I titolari si sono accollati responsabilità incredibili e, di conseguenza, molti giocatori come Insigne, sentendo la fiducia totale del mister, sono stati portati ad esprimere con tranquillità il proprio talento.

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ANCELOTTI: DIVERTIRE PER LOTTARE TUTTI INSIEME – Ancelotti fa del gruppo la vera forza delle sue squadre, esattamente come fatto da Sarri lo scorso anno a Napoli. A prescindere dai Ronaldo, Benzema, Inzaghi e Kakà, che ovviamente sono stati dei giocatori fondamentali nelle sue squadre, Ancelotti crede che dando responsabilità ad ogni singolo giocatore, coinvolgendolo, lo si possa far rendere al meglio. Ed è questa la vera differenza tra Sarri e Ancelotti. In entrambi i casi il divertimento e la fiducia sono alla base della filosofia calcistica di entrambi. La partita con la Sampdoria ne è l’emblema con quei cambi del tutto inediti, che ovviamente se da un lato hanno spiazzato tifosi e, forse, addirittura i giocatori stessi, dall’altro ha provocato una serie di reazioni. In primis quella di Ounas, poco utilizzato l’anno scorso e che quest’anno, limando i suoi difetti, potrebbe davvero rivelarsi come il grande colpo del mercato azzurro. In secondo luogo quella di Verdi, che adesso cercherà di riscattarsi, e quella di Insigne, che adesso sa di essere importante ma non imprescindibile per questo Napoli, e che dovrà mostrare maggiore carattere in campo se vorrà ottenere una maglia da titolare. Fiducia e sana competizione sono legate dalla bellezza dello stare insieme che spesso nella carriera di Ancelotti è stata una componente fondamentale. Si pensi ai karaoke estivi di Dimaro, emblematico espediente di Ancelotti per unire maggiormente la squadra. Una squadra coesa sa reagire e sa soffrire. Si guardi il rapporto straordinario tra i superstiti di quella Decima col Real Madrid, conquistata in rimonta, sulla quale ha avuto un grande impatto più che il gol di Ramos, la coesione del gruppo. Si pensi a quel solido rapporto tra i membri di quel Milan dei trionfi da lui allenato. Non esistono per titolari, ma solo la squadra.

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ANCELOTTISMO E SARRISMO: TATTICHE A CONFRONTO – Non ci sono grandi differenze a livello tattico. Il 4-3-2-1 e il 4-3-3 per natura sono moduli molto simili tra loro. Lo stesso Sarri spesso a partita in corsa tendeva a far rientrare tra le linee gli esterni, di modo che potessero dialogare più facilmente con Mertens, qualora questi fosse bloccato. È erroneo parlare anche di un calcio di Sarri meno verticale rispetto a quello di Ancelotti, visto che molti gol del Napoli in questi anni sono sorti proprio dalle verticalizzazioni sugli esterni. La sensazione è che Carletto, nel suo essere un oculato ed intelligente sperimentatore, stia cercando di trovare soluzioni alternative a quelle di Sarri, non tanto per cambiare, quanto per affiancare a meccanismi già collaudati altri sistemi di gioco, che in grado di vincere quelle famose partite “sporche”, vero tallone d’Achille della passata stagione. Si pensi alle trasferte di Sassuolo che in questi tre anni hanno regalato più rimpianti che gioie. Ed ecco che Hamsik in quella posizione può offrire quei lampi di genio e quelle giocate che un Modric può offrire nel Real Madrid. Ed ecco che Mertens e Milik, l’uno accanto all’altro, possono creare soluzioni pericolose per qualsiasi avversario. Per essere efficienti, però, queste soluzioni hanno bisogno di tempo, di rodaggio e allenamento, esattamente come ne aveva il primo Napoli di Sarri, che conquistò tre punti in tre partite. Ad oggi la fase di transizione e confusione è evidente. Per ora questo Napoli non sembra essere più quello di Sarri e non ancora quello di Ancelotti, ma assomiglia più ad un ragazzo che, fresco di patente, ha bisogno di pratica per poter guidare con serenità.

Fonte immagine in evidenza:Corriere dello Sport

 

Giovanni Ruoppo

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