4 Luglio 2016, il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Salerno Stefano Berni Canani ha accettato le richieste della Procura procedendo con la condanna di sequestro che prevede la chiusura delle Fonderie Pisano a causa di forti danni ambientali. Notizia che suscita diverse emozioni: da una parte abbiamo i sospiri di sollievo di coloro che hanno sempre combattuto per la chiusura della struttura, per il proprio diritto alla vita, per la salubrità della località Fratte di Salerno che ospitava la fonderia e dall’altro, invece, abbiamo  la rabbia, preoccupazione di chi lavorava all’interno.

Proprio i sentimenti di ira hanno spinto 130 lavoratori a manifestare il proprio sdegno il 13 luglio in una “marcia del lavoro”.
“130 operai senza stipendio, avete fatto uno scempio”, il contenuto dello striscione che apriva il corteo. Gli operai sono partiti alle 8:30 dalla struttura in via Greci diretti al palazzo della Prefettura di Salerno. Arrivati alle 10:30 all’incirca hanno iniziato a spiegare i motivi della protesta: lo scopo pare sia quello di non accantonare il problema dell’occupazione, di continuare ad essere sensibili anche alle esigenze di chi grazie alla Pisano portava lo stipendio a casa. La richiesta è quella di trovare il prima possibile il reale avvio del programma di delocalizzazione e lo studio di un piano industriale che consenta la riapertura dello stabilimento. Nella stessa giornata una delegazione di rappresentanti sindacali accompagnata dai segretari provinciali Cgil e Cgil Fiom è stata accolta in prefettura per ottenere chiarimenti e risposte rispetto le richieste dei dipendenti.

Un conflitto, quindi, tra chi non vuole morire di tumore e chi non vuole morire di fame. “Guerra tra poveri” così viene chiamata questa guerriglia che mesi fa ha visto protagonisti gli stessi operai contro i manifestanti a favore della chiusura della fabbrica. Due principi fondamentali, quello alla salute e quello al lavoro, sanciti dalla Carta Costituzionale calpestati dall’industrializzazione a volte non del tutto corretta.

Elisabetta Lambiase

 

 

 

 

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