La gabbianella e il gatto di Sepulveda: una storia di integrazione e coraggio

È ormai cominciato da un bel po’ Settembre e, al suono della campanella, i banchi di scuola hanno preso nuovamente a riempirsi: su di essi ancora svolazzano pagine, ricordi e frammenti di letture consumate sotto l’ombrellone per volere di maestri e professori. Di certo, nella mente di molti studenti, specie di quelli che si accingono a oltrepassare la soglia dell’infanzia, non smettono di susseguirsi i dialoghi di una delle favole più vendute negli ultimi vent’anni: Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare del cileno Luis Sepulveda.

Uscita in Italia per la Adriano Salani nel 1996, la Storia della gabbianella e del gatto ha fatto breccia fin da subito nel cuore di insegnanti e alunni di scuole medie ed elementari. Intuirne il perché non è difficile: la trama ordita da Sepulveda, un Esopo dei tempi moderni, ha la potenza di far sbocciare in chiunque la capacità di scorgere sogni oltre il grigiore della realtà.

È ad Amburgo che si svolgono le vicende di un’improbabile amicizia tra una gabbianella e un gatto: sullo sfondo non vi sono più i prati e i ruscelli incontaminati delle favole classiche, al loro posto si erge un agglomerato di cemento e mattoni dove quasi tramortita giunge Kengah, una gabbiana vittima delle malefatte degli uomini, incuranti del pianeta che li ospita. Stordita da una macchia di petrolio mentre cerca di mangiare delle arringhe, Kengah perde di vista il proprio stormo, finendo sul balcone di Zorba, un felino tanto grosso quanto buono che le promette di proteggere l’ultimo uovo da lei deposto, facendo un giuramento che, tuttavia, include pure un obbligo di non facile adempimento:

«Promettimi che non ti mangerai l’uovo» (stridette aprendo gli occhi).
«Prometto che non mi mangerò l’uovo» (ripeté Zorba).
«Promettimi che ne avrai cura finché non sarà nato il piccolo» (stridette sollevando il capo).
«Prometto che avrò cura dell’uovo finché non sarà nato il piccolo».
«E promettimi che gli insegnerai a volare» (stridette guardando fisso negli occhi il gatto).
Allora Zorba si rese conto che quella sfortunata gabbiana non solo delirava, ma era
completamente pazza.

Kengah, dunque, vuole che un gatto – essere senza ali, che tutt’al più può lanciarsi da un poggiolo all’altro – insegni l’arte del volare a quella creatura che mai potrà accudire. Un’impresa che sembra impossibile, ma che non lo è per chi è animato dalla forza della generosità.

Zorba, difatti, s’impegnerà affinché Fortunata – non si poteva scegliere nome più azzeccato per l’orfana gabbianella – possa man mano maturare in sé la voglia di schiudersi anche alla vita del cielo.

Tra i due animali si sviluppa allora un legame assai speciale, che fa della diversità il suo punto di forza: la favola di Sepulveda, prima ancora che come una storia di amicizia, si offre al lettore come una vera e propria lezione di integrazione, oggi ancor più valida che in passato.

Kengah è una mamma come tante, costretta ad affidare l’esistenza della propria figlia al mondo lontano e sconosciuto di Zorba, sperando sia migliore di quello in cui ha incontrato la morte. In effetti, così sarà: la piccola gabbianella farà esperienza del calore di chi sa accogliere, di chi è disposto ad aiutare l’altro e a rispettarne le origini differenti. E capirà poi che convivere col diverso innesca un meccanismo meraviglioso, un dare e ricevere continuo: se grazie a Zorba e alla sua banda di amici, Fortunata imparerà a superare le proprie paure e a essere pienamente se stessa, al contempo, grazie a lei, il gatto nero e grosso scoprirà che si può amare davvero chiunque, anche chi non ci somiglia per niente.

Sarà proprio amando incondizionatamente che i protagonisti del romanzo di Sepulveda potranno vincere qualsiasi limite: Zorba, pur di far di Fortunata una vera gabbiana, sarà disposto a infrangere la legge del suo regno e a rivelare a un umano la propria intelligenza; la gabbianella, a sua volta, riuscirà ad affrontare il buio di una notte ventosa, lanciandosi nel vuoto dalla balaustra del campanile di San Michele.

Entrambi, dunque, riusciranno a spiccare il volo, entrambi mostreranno di possedere il coraggio necessario per tener testa alla vita e di avere la volontà di trasformare gli ostacoli in occasioni per cogliere la bellezza dell’universo, che poi non è tutto petrolio e cattiveria.

«Volo! Zorba! So volare!» strideva euforica dal vasto cielo grigio.
L’umano accarezzò il dorso del gatto.
«Bene, gatto. Ci siamo riusciti» disse sospirando.
«Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante» miagolò Zorba.
«Ah sì? E cosa ha capito?» chiese l’umano.
«Che vola solo chi osa farlo»

 

Anna Gilda Scafaro

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Laureata in Lettere Moderne e specializzanda in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, sogno da sempre di tramutare la mia passione per la Letteratura in un mestiere. Mi emozionano la poesia, gli affreschi e le tinte rosate del tramonto. La scrittura è il mio rifugio, il mezzo con il quale esprimo liberamente la mia essenza e la visione che ho del mondo. Attualmente coordino la sezione Cultura di Libero Pensiero News.

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