editoria, crisi, lettori

Nell’era delle digital humanities e della cultura online, l’oggetto libro sembra oramai aver perso il suo fascino e la sua bellezza. C’è chi sostiene che tutto questo sia dovuto al progredire della società e all’avvento di nuovi metodi di apprendere la cultura e ci sono  invece numerosi lettori che restano affascinati e attaccati ai libri e ai manuali cartacei. In tutto ciò chi si trova al centro del dibattito è l’editoria.

Siamo onesti: vivere in un mondo digitalizzato significa distaccarsi dal passato e progredire sotto ogni aspetto. E ovviamente ciò che fa progredire un popolo o una nazione intera è l’avvento della tecnologia che comporta inevitabilmente cambiamenti di interessi. Con l’irrompere sul mercato delle serie tv le nuove generazioni hanno perso interesse a documentarsi tramite libri e manuali e preferiscono passare una serata in compagnia della loro serie Netflix preferita. Le nuove generazioni non sono più folle di lettori accaniti.

Di tutto ciò ne ha risentito il settore dell’editoria: qualcuno ha parlato di crisi del settore editoriale, altri hanno parlato di una vera e propria farsa.

Non c’è dubbio: secondo quanto riportato dall’Associazione Italiana Editori, gli italiani sono un popolo di lettori che legge pochissimo. E le fasce di lettori sono di una disparità infinita: si tratta o di giovanissimi che si approcciano alla lettura prima di scoprire il mondo delle serie TV e della tecnologia avanzata o di persone anziane che scelgono di trascorrere il proprio tempo in compagnia dei best seller. Ma nel nostro paese, il vero problema non riguarda il consumo di libri bensì la produzione.

Come lavora l’editoria?

Ogni anno, gli editori sono costretti a rincorrere il mercato e a sperare che i libri editi presso le loro case editrici (dalle più famose alle meno conosciute) raggiungano lo scaffale delle librerie di tutta Italia. Per fare questo, il settore dell’editoria deve promuovere una serie di novità che devono attrarre i lettori di varie età che recandosi in libreria scelgono di acquistare un determinato libro. Prima di procedere alla stampa di un libro, l’editore deve promuovere quel dato oggetto attraverso una serie di escamotage: uno di questi può ricadere sulla scelta di cominciare a stampare una piccola porzione del numero di copie del libro in questione e inviarlo alle librerie. In seguito l’editore si trova ad aver guadagnato un profitto che in realtà risulta essere fasullo: a ogni libreria sarà inviato un numero di copie indefinito e la casa editrice riceverà un profitto di qualcosa che ancora non è stato venduto e altro non è che un prestito. Quando però, dopo qualche mese che i libri sono arrivati in libreria e il pubblico non ha mostrato interesse e non ha acquistato nulla, il libraio è costretto a chiamare l’editore che è obbligato a riprendere i libri non venduti e riguardare i costi di resa. Per evitare la crisi, la casa editrice è con le spalle al muro e per coprire le spese deve promuovere e pubblicare altri libri e altri progetti con l’auspicio di non rimetterci.

Vista in questo modo, la situazione appare chiara e limpida: si tratta di un vero e proprio declino dell’editoria.

Se le cose dovessero andare meglio, le case editrici vivranno tutt’altro che una crisi. Pubblicizzare i libri e allargare il proprio mercato d’azione significa produrre più libri. Questo però implica delle conseguenze che non sono sempre positive: produrre più libri per una casa editrice significa anche avere meno tempo di scegliere tra varie proposte su cui lavorare, abbassamento della qualità e meno cura nei dettagli.

Secondo altri pareri, l’editoria non sta affatto subendo una crisi: anzi a dirla tutta è una vera e propria menzogna. Questo accadrebbe perché i grandi investitori culturali hanno avuto la possibilità di acquistare le pagine di contenuto dei quotidiani. In tal modo questi hanno ottenuto una certa risonanza e una certa padronanza della questione.

Di chi è la colpa della crisi dell’editoria?

Si tratta di affermare il falso quando si dice che il popolo degli italiani è un popolo che non legge perché si sono affermate le nuove tecnologie. Gli italiani non sono mai stati lettori assidui e frequenti; e a parlare sono i numeri che dimostrano chiaramente come la percentuale di lettori sia varata poco rispetto agli anni ’80 del secolo scorso.

La colpa della crisi dell’editoria non è neanche l’avvento dell’e-book perché è comunque  importante riuscire a promuovere un lavoro di produzione sia verso il libro cartaceo sia verso il libro digitalizzato ed elettronico tenendo specialmente conto della società odierna oramai inglobata nella tecnologia.

La colpa della crisi dell’editoria è allora l’editoria stessa.

Al giorno d’oggi l’editoria italiana ha subito un processo di industrializzazione che ha fatto sì che si creasse un mercato che ha come sinonimo quello di somigliare a giunga affollata in cui c’è una lotta alla sopravvivenza in ogni momento. Nonostante ci siano tante iniziative che danno spazio alle case editrici (come il Salone del Libro a Torino e l’imminente prima edizione del Salone del Libro dell’Editoria a Napoli) risulta comunque difficile porre fine alle lotte interne tra pari che vanno ad intaccare solo e solamente il lettore.

Per risolvere queste problematiche legate ad una presunta crisi ogni casa editrice, dalla più importante alla più recente, dovrebbe evitare la scomparsa dei propri progetti culturali e trovare una soluzione.

In che modo? Semplicemente mostrando coerenza: basterebbe proporre con chiarezza il proprio progetto editoriale e culturale che abbia come obiettivo non la concorrenza, non il mercato, non i guadagni, ma quello di ripristinare il rapporto tra libro e i  lettori.

Arianna Spezzaferro