La relativa marginalità dell’Italia nella “lotta jihadista” potrebbe presto diventare un ricordo. Le recenti operazioni antiterrorismo ci spingono a mantenere alta l’attenzione su un fenomeno complesso come quello del pericolo di radicalizzazione di alcuni individui e del loro conseguente coinvolgimento e supporto di attività terroristiche dello Stato Islamico nel nostro Paese.

Abbiamo chiesto a Francesco Marone, Research Fellow per il programma sulla Radicalizzazione e il Terrorismo Internazionale dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, di aiutarci a comprendere meglio queste dinamiche partendo da uno degli elementi forse più innovativi dell’operato dello Stato Islamico: la sua propaganda.

L’ISIS si è da sempre distinto per un uso massiccio dei vari mezzi di comunicazione con la finalità di legittimarsi e veicolare il proprio messaggio. Nei numerosi prodotti ufficiali del Califfato non mancano riferimenti all’Italia e in particolare a Roma. Ciononostante al momento non sono stati commessi attentati nel nostro territorio e il fenomeno di radicalizzazione sembra piuttosto contenuto se confrontato con la realtà di altri Paesi europei. Questa una delle prime osservazioni da cui parte Conquisteremo la vostra Roma, il report scritto da Francesco Marone e Marco Olimpio che analizza i riferimenti a Roma e al Vaticano nella propaganda ufficiale dello Stato Islamico.

L’intervista a Francesco Marone

Partiamo proprio dai risultati di questo studio sulla propaganda dell’ISIS: a quali conclusioni possiamo arrivare partendo dall’analisi fatta?

Noi abbiamo analizzato solo la propaganda ufficiale per cui ovviamente non abbiamo considerato quella propaganda enorme che viene costruita, ricostruita e confezionata dal singolo utente che può avere altre dinamiche.

Nei prodotti “ufficiali”, però, le menzioni riconducibili all’Italia sono numerose. Nel nostro lavoro, in cui abbiamo preso in esame tutto il materiale rintracciabile in lingua inglese e un campione del più vasto materiale in lingua araba, ne abbiamo contate 432. Sfortunatamente non ci sono al momento ricerche simili sulla frequenza con cui vengono citate altre nazioni nella propaganda dell’ISIS ed è quindi impossibile determinare se effettivamente sia un dato alto in assoluto. Ciò non toglie la sua importanza nel contesto dell’Italia che non è stata colpita da attacchi di natura jihadista, e non parliamo soltanto degli ultimi anni in cui si è affermata la realtà dello Stato Islamico ma già dal 2001.

Va comunque considerato che per l’Italia non è stata costruita una narrativa articolata come invece è avvenuto per altri Paesi occidentali, primo fra tutti la Francia per la quale vengono spesso fatti riferimenti al suo ruolo coloniale e post-coloniale nonché ad alcune caratteristiche interne come ad esempio la laïcité francese che viene considerata come assolutamente inaccettabile da un punto di vista jihadista.

Nella propaganda analizzata, Roma è quasi sempre un simbolo, uno slogan. I riferimenti sono principalmente storico-religiosi ma vi è comunque un rischio di una sovrapposizione di questo richiamo simbolico alla conquista dell’Occidente con riferimenti attuali alla città di Roma con prodotti che mostrano, ad esempio, immagini di piazza San Pietro o del Colosseo.

Questa rappresentazione della vera Roma può quindi far pensare a una conoscenza diretta della realtà italiana?

Non esattamente. Molte delle menzioni che fanno riferimento più nello specifico a Roma in quanto città sono contenute nell’ebook “Black Flags from Rome” (Bandiere Nere da Roma) che fa parte di una serie dedicata a varie regioni. Questo è un prodotto anomalo rispetto ad altre pubblicazioni dello Stato Islamico perché qualitativamente più basso sia dal punto di vista visivo che tecnico. Sicuramente c’è una discreta conoscenza dell’Italia con riferimenti storici, come ad esempio quello alla strage di Bologna, o alla mafia, però ci sono delle sciocchezze che mostrano un livello di raffinatezza “intellettuale” inferiore rispetto ad altri prodotti. Resta un opuscolo interessante da un punto di vista italiano ma non rappresentativo della propaganda dello Stato Islamico.

C’è stato un periodo nell’estate del 2016 in cui erano cominciati a girare dei video sull’Italia legati alla questione libica e si cominciava a costruire una narrativa più complessa con riferimenti al colonialismo italiano e immagini dei leader politici attuali come Gentiloni e Renzi, però è rimasta un’eccezione più che una regola. Questi video ci mostrano un possibile percorso di maggiore rilevanza del nostro paese dall’ottica dello Stato Islamico che però non ha avuto un’evoluzione.

Significativo è anche che questi prodotti siano tutti in lingua inglese e non sia presente materiale ufficiale in italiano.

Sì, l’assenza di materiale in italiano è sicuramente interessante e mostra nuovamente come Roma e l’Italia non siano destinatarie di una particolare attenzione mediatica da parte dello Stato Islamico. Ad esempio “Rumiyah”, una delle due riviste ufficiali dello Stato Islamico la cui pubblicazione sembra essere stata interrotta, era pubblicata in molte lingue tra cui l’inglese, il tedesco, il turco e il bosniaco. Interessante notare che, nonostante Rumiyah significhi Roma in arabo classico, non esiste una versione italiana della rivista.

Un altro esempio interessante è quello di uno dei foreign fighters che è partito dall’Italia ed è poi stato protagonista di un video ufficiale in arabo dell’ISIS contro la Francia a pochi giorni dalla strage del Bataclan. Questo individuo, di origine marocchina ma che era vissuto in Italia ed era partito dal nostro Paese per raggiungere la Siria, non fa alcun riferimento all’Italia in quel video, a dimostrazione della nostra marginalità nella propaganda.

Non è chiaro da cosa sia data la scelta di dare priorità ad altre lingue, anche se possiamo ipotizzare che dipenda dalla presenza di una scena jihadista relativamente piccola, o dalla posizione meno attiva della politica estera italiana in Medio Oriente che rende il nostro Paese meno soggetto alla narrativa del grande nemico. Tuttavia queste restano soltanto ipotesi.

Le dichiarazioni del ministro dell’interno Minniti e le recenti indagini sembrano però mostrare un quadro diverso. Secondo il Ministro la minaccia dell’ISIS non è mai stata così forte, anche in Italia.

È difficile esprimersi su questo punto perché non ci sono fonti accessibili in questo momento. Sicuramente la propaganda ufficiale è diminuita passando da circa 1000 prodotti al mese, all’apice della forza dello Stato Islamico nel 2015, agli attuali 200/250. Cambiano anche i temi. È infatti scomparsa tutta quella componente propositiva e alternativa dell’ISIS per lasciare spazio alle tematiche del conflitto e del confronto armato contro i nemici.

Dalle dichiarazioni del Ministro sembra invece che stia aumentando negli ultimi 4 o 5 mesi la propaganda non ufficiale rivolta al pubblico italiano. Nelle ultime operazioni di marzo e aprile sono stati coinvolti due giovanissimi impegnati nella traduzione di materiale dall’arabo all’italiano. È una funzione piuttosto passiva, meccanica, quindi io non parlerei di portavoce o ideologi dello Stato Islamico, ma l’attività di traduzione assume comunque un carattere importante nel contesto italiano dove non esiste materiale ufficiale (in italiano). In questo modo si potrebbero raggiungere simpatizzanti dello Stato Islamico che non conoscono l’arabo o l’inglese.

La nuova centralità dell’Italia nella strategia dell’ISIS di cui si parla nelle ultime settimane potrebbe essere collegata alle sconfitte sul territorio dello Stato Islamico?

Perdendo la sua territorialità, lo Stato Islamico torna ad avere le caratteristiche di un’organizzazione clandestina perdendo quindi la sua capacità di attrarre decine di migliaia di persone da tutto il mondo per andare a combattere. La migrazione dei foreign fighters si sta sostanzialmente azzerando perché non esiste uno Stato in cui andare a combattere. Paradossalmente ciò potrebbe portare a un aumento delle minacce dirette contro i Paesi occidentali, dato che i radicalizzati che vogliono passare dalle parole ai fatti – che fortunatamente sono una minoranza – lo faranno probabilmente nel Paese in cui si trovano.

Semplificando molto il discorso, nonostante i foreign fighters fossero una grossa minaccia, allo stesso tempo rappresentavano una sorta di valvola di sfogo. Il problema più immediato per i Paesi europei era confrontarsi con chi poteva tornare, si trattava comunque di numeri bassi perché molti combattenti morivano o si spostavano in altre zone di conflitto, e anche chi decideva di tornare non rappresentava necessariamente un pericolo effettivo ed immediato. Ipoteticamente la cellula che ha colpito Barcellona quest’estate ad agosto uno o due anni prima avrebbe magari pensato di andare a combattere in Iraq. Ciò avrebbe determinato un pericolo ma non una minaccia immediata per la Spagna.

Per quanto la propaganda dello Stato Islamico possa essere ben strutturata, ha bisogno della compresenza di una molteplicità di fattori per poter attecchire. La radicalizzazione, infatti, è un fenomeno complesso in cui però la difficoltà di integrazione e le marginalità economico-sociali giocano un ruolo chiave. Migliori politiche di integrazione e possibilità economiche possono essere sufficienti per contenere la possibilità di una radicalizzazione locale?

Sulla base dei dati e della ricerca empirica disponibile i profili dei radicalizzati sono i più diversi e non sempre queste persone vengono dai quartieri peggiori delle città peggiori o hanno background familiari ed economici particolarmente problematici. Ci troviamo di fronte a un gruppo non omogeneo in cui ciascuno di questi individui può trovare nella sua biografia le ragioni per le quali partire o supportare un’attività terroristica. Politiche di integrazione più efficaci potrebbero in generale ridurre gli elementi che in alcuni individui posso potenzialmente scatenare ragioni di frustrazione che in alcuni casi posso trovare risposte nella radicalizzazione.

Quali sono quindi altre strade da percorrere?

Mi sentirei di sottolineare che un altro limite del nostro Paese è la mancanza di politiche nazionali di contro-radicalizzazione e de-radicalizzazione. Quasi tutti gli Stati europei hanno immaginato questo tipo di attività da affiancare alle tradizionali attività di polizia e intelligence. Sono strategie finalizzate ad impedire che le persone rischino di entrare in percorsi di radicalizzazione o per reintegrare nella società persone che hanno già intrapreso tale percorso. Ovviamente queste ultime sono ancora più complesse e impegnative.

Vari paesi occidentali hanno tentato strade diverse, con strategie diverse, nazionali e locali, tagliate sulle singole realtà locali. In Italia cominciano a presentarsi alcune esperienze a livello locale sul modello di quelle europee, ma manca una strategia centrale nazionale con una normativa di appoggio che consenta di muoversi secondo certe regole e con fondi. Questo è un limite abbastanza serio per un Paese che invece sul lato più tradizionale della polizia e dell’intelligence sicuramente ha anche degli aspetti molto avanzati a livello europeo ed appare efficace.

Un esempio di politiche di contro-radicalizzazione potrebbe essere ideare dei programmi per rendere gli insegnanti più attenti a possibili segni di radicalizzazione nei giovani, o migliorare il lavoro con le comunità islamiche, con il volontariato, gli enti locali e la società civile.

Ovviamente non sempre queste politiche hanno successo. La Francia ha ammesso di aver fallito soprattutto con l’amministrazione Hollande e sta provando a rilanciare un nuovo piano. Ci sono modelli che invece hanno dato dei risultati buoni, mai perfetti perché è complicato riportare fuori dal percorso persone che per ragioni biografiche sentimentali o emotive hanno deciso di intraprenderlo, ma sono strade che vale sicuramente la pena intraprendere.

Intervista a cura di Marcella Esposito

Greenpeace

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