Trump e la politica dell'odio: la frontiera che divide

Che tipo di Paese siamo e in che mondo viviamo? A porsi queste domande sono anche i redattori del Time, che nel tweet di presentazione della nuova copertina del giornale si sono chiesti: “What kind of country are we?”. Quando Trump, il leader di uno dei Paesi più potenti del mondo, svolge il suo ruolo politico solo in base ai sondaggi elettorali, arrivando perfino a “giocare” con i bambini, è normale iniziare a farsi queste domande.

Siamo nell’era della politica dell’intrattenimento, basata su istanze costruite per alimentare odio e ignoranza. Siamo martellati dalla politica brachilogica, realizzata e perpetrata grazie a frasi fatte, stereotipi e pregiudizi.

Mentre in Italia Salvini inizia con la sua politica d’odio nei confronti degli immigrati, oltreoceano Trump continua indisturbato a edificare muri, a decidere chi è dentro e chi è fuori in base a criteri stabiliti esclusivamente da lui e fondati sulla legge dell’intolleranza. Questa volta a essere separati sono stati i bambini dalle loro famiglie. 

La politica migratoria e la frontiera che separa

Da quando è stato eletto, Trump si è subito messo in moto per rispettare quanto aveva affermato in campagna elettorale (alla fine, possiamo anche dire che ci aveva avvisati tutti). La politica migratoria del Presidente americano, in particolare quella che riguarda la frontiera tra Stati Uniti e Messico, è intransigente.

Attualmente, ogni tentativo di varcare la frontiera senza visto viene considerato un crimine; quindi, anche coloro che chiedono asilo politico vengono detenuti in quanto criminali e processati per il reato di immigrazione illegale. Nonostante questo, tra aprile e maggio, le autorità americane dell’immigrazione hanno registrato un picco di passaggi dalla frontiera messicana.

Trump politica bambiniAllora, Trump ha deciso di applicare una politica particolare, già discussa durante i mandati di Obama, che prevede la separazione dei minori dalle famiglie messicane che oltrepassano illegalmente la frontiera. Così, il Presidente fa diventare i bambini una misura deterrente da usare come ricatto: “Non venite in America, altrimenti vi separo dai vostri figli”.

Tra aprile e giugno, i bambini separati dai genitori e trasferiti in centri gestiti dai servizi sociali sono stati circa duemila. Più di cento di questi bambini hanno meno di quattro anni. In questi giorni l’argomento è stato al centro delle notizie mediatiche per un audio rilasciato dall’organizzazione no-profit ProPublica, in cui si sentono i minorenni al confine che piangono e si disperano a causa della separazione dalle loro mamme e papà.

A causa dell’attenzione data alla vicenda e alle critiche giunte da media, cittadini americani, personaggi famosi, politici e dalla sua stessa moglie, Trump ha deciso di approvare un ordine esecutivo che cambia le disposizioni precedenti e prevede che le famiglie non debbano essere separate intanto che la magistratura vagli ciascun caso. Come se detenere delle intere famiglie sia accettabile (Amnesty International ha lanciato un appello).

Trump ha “giocato” con la sofferenza dei bambini messicani

Il presidente americano ha affermato che a fargli cambiare idea sono state le immagini e le testimonianze apparse sui media internazionali.

Per immaginare la sofferenza di un bambino separato dalla propria famiglia c’è bisogno di una testimonianza o di una prova? Come se il Presidente, e tutto il suo team, non potesse immaginare prima che un bambino avrebbe potuto soffrire a causa delle sue decisioni. Forse, Trump, più che delle testimonianze, aveva bisogno che i sondaggi politici risultassero a suo sfavore prima di decidere di fare qualcosa a riguardo.

Nonostante tutto, Trump continuerà la sua politica di tolleranza zero nei confronti degli immigrati. Al di qua e al di là dell’oceano Atlantico, sembra che non si sa neanche cosa significhino i concetti di “accoglienza” e “rispetto” della vita umana.

Quello che importa è chiudere le frontiere, alzare muri, chiudere i porti.

Chiudere gli occhi, mettere in pausa il cervello, spegnere il cuore di fronte alla sofferenza del prossimo. Girarsi dall’altra parte. Volgere le spalle a un bambino, non ascoltarne le grida. Vogliamo davvero essere ricordati come i cittadini di un Paese che hanno saputo solo diffondere disprezzo verso il prossimo?

Federica Ruggiero

CONDIVIDI
Laureata in Scienze della Comunicazione (Editoria), attualmente frequento la magistrale in Editoria e Giornalismo all’Università di Verona. Mentre cerco il mio posto nel mondo, racconto quello che mi circonda. La mia passione per le parole mi ha portato a voler esprimere le mie idee e a far sentire la mia voce. Adoro tutto ciò che riguarda la cultura, il sociale e i viaggi. Sempre con la testa tra le nuvole, amo volare.