Intervista a Alessandro D'Avenia: «scrivere salva la vita»

Un aedo dei tempi moderni, un cantastorie dotato di una forza evocativa tale da far apparire quell’isola lontana, che è l’Itaca dei sogni e delle speranze, come una meta ancora assolutamente raggiungibile, una destinazione per la quale vale sempre e comunque la pena viaggiare.

Cultore della magia delle parola, Alessandro D’Avenia compie ad ogni suo scritto e intervento il miracolo di infondere in chi lo ascolta il coraggio di rischiare, di essere Ulisse in quest’epoca di nullismo e disicanto.

Con alle spalle cinque libri, un’importante sceneggiatura, editoriali, spettacoli teatrali e una miriade di lezioni, D’Avenia dona tutte le sue energie alla scuola e alla scrittura, appassionando innumerevoli lettori e studenti.

Un profduepuntozero che fa della creatività il mezzo con cui spalancare tante finestre sull’universo, visto come una rete infinita di circuiti i quali possono ben funzionare soltanto se ad alimentarli è l’amore. È proprio questo il messaggio che giunge dai suoi testi, specie dagli ultimi due, “L’arte di essere fragili – come Leopardi può salvarti la vita” e “Ogni storia è una storia d’amore”, usciti per la Mondadori rispettivamente nel 2016 e nel 2017 e dai quali sono poi nati veri e propri racconti per il teatro.

Due inni alla vita, quella vera, quella imperfetta, fatta di debolezze, di cadute e di volontà di ripartire: il modo di stare al mondo di Leopardi spiana la strada al racconto di 36 storie di donne e di sentimenti intensi, 36 gomitoli che, accuratamente srotolati da D’Avenia, accompagnano il lettore lungo un sentiero di intuizioni sorprendenti – alle volte pure dolorose – in grado di tramutare in atto ciò che dentro di noi giace in quiescenza.

Attratti dal dialogo coinvolgente e vivace che D’Avenia tesse con con chi sceglie di avventurarsi nella trama delle sue opere, abbiamo deciso di rivolgergli qualche domanda. A seguire l’intervista.

D'Avenia
L’ultimo libro di Alessandro D’Avenia, uscito nell’ottobre dello scorso anno

“L’arte di essere fragili” e “Ogni storia è una storia d’amore”: è stato lei stesso a dichiarare l’esistenza di un legame tra le sue ultime due creazioni letterarie. Di preciso, cosa unisce Giacomo Leopardi alle vite e agli amori delle protagoniste di “Ogni storia è una storia d’amore”?

«Uno dei racconti di “Ogni storia è una storia d’amore” è quella di Giacomo e Fanny Targioni Tozzetti. Questo libro nasce come una costola di quello su e con Leopardi, perché mi ero reso conto che il rapporto con la terribile Musa aveva costretto Leopardi a creare dei canti che trasformano il dolore e la sconfitta più profondi in bellezza. Volevo quindi andare a caccia della stessa cosa in altri artisti. Il dolore e l’amore ci mettono in contatto con la parte più profonda di noi, l’artista li trasforma in opera. La creazione artistica è il baluardo posto contro la tentazione e la seduzione del nulla.»

Il suo ultimo libro è un percorso fatto di ostacoli, tappe e soste. Immagino si sia fermato molte volte lungo il tragitto pur di imboccare la strada ‘giusta’. Come ha fatto a scegliere le 36 storie da raccontare? Da cosa o chi si è lasciato guidare?

«Dalle mie passioni artistiche e letterarie, sono gli autori che frequento da una vita. Sono parte della mia vita. Si tratta infatti di 36 chiacchierate con queste protagoniste a cui do, a vario titolo, del tu.»

Chiacchierate nelle quali si parla non solo di relazioni sincere, ma anche di amori malati che, anziché salvare, uccidono. Dunque, il suo è pure un invito a liberarsi da quei fili rossi che costringono a stare col Minotauro all’interno del labirinto. Crede che la parola possa far qualcosa contro la violenza? 

«La parola è ciò che si è rivelato essenziale nel processo di ominizzazione. L’umano nell’uomo è la parola. Senza linguaggio l’uomo non ha la sua caratteristica essenziale: svincolarsi dal presente, per fare domande sul futuro, un futuro che vuole e può costruire. La parola è come le mani, le puoi utilizzare per fare una carezza o dare un pugno, quindi certo che la parola può fare molto contro la violenza. Bisogna vedere che cosa la ispira e la guida, come accade alle mani.»

A proposito di parole, cosa l’ha spinto a portare quelle de “L’arte di essere fragili” e di “Ogni storia è una storia d’amore” sui vari palcoscenici d’Italia?

Intervista a Alessandro D'Avenia: «scrivere salva la vita»
D’Avenia a teatro con Ogni storia è una storia d’amore

«Credo nella parola come puro accadere, la parola che è azione, come insegna il teatro greco a cui sono molto affezionato per i miei studi. Ero stanco delle presentazioni a intervista, in cui parlare di un libro che hai scritto proprio per non parlarne. Trasformare i libri in teatro di narrazione è dare loro una continuazione con altri mezzi, quindi fare una cosa diversa dal parlare di un libro, dal presentare un libro. Si tratta di far vivere una storia, come se accadesse in quel momento. Avere i teatri pieni di ragazzi in orario non scolastico mi conferma che ancora la parola ha molta speranza.»

Ci sono storie anche al centro di  “Letti da rifare”, la rubrica che ogni lunedì esce per il Corriere della sera. Come nasce l’idea di quest’appuntamento settimanale per figli e genitori? C’è qualcosa che va lasciato ‘disfatto’ nella vita degli adolescenti e che permetta loro di crescere autonomamente? 

«L’idea nasce dalle moltissime lettere che ricevo da parte di ragazzi, genitori, insegnanti. Volevo mettere a frutto l’ascolto faticoso ma interessantissimo di questi anni di lavoro come insegnante e come scrittore. La vita è tensione verso un compimento, ciò che va lasciato disfatto è proprio il mettere i ragazzi in condizione di giocarsi la libertà per realizzare questo compimento, è proprio il loro essere incompiuti che li spinge a compiersi. Non si tratta quindi di dare tutto “fatto”, ma di far abitare l’incompiutezza come occasione positiva.»

Lei, prima che scrittore, è un insegnante con la vocazione per l’arte del racconto. Raccontare e scrivere sono ciò che fa di noi uomini esseri diversi dalle bestie. A scuola, però, si scrive poco e ancora meno all’università, specie presso facoltà come quella di Lettere. Cosa pensa al riguardo? 

«Non è altro che il risultato dell’uso della scrittura come esercizio staccato dalla vita, quando invece si tratta dell’esercizio di riflessività più completo che esista. Basta leggere le Lettere a un giovane poeta di Rilke per capire perché scrivere salva la vita. Non mi stupisce infatti che sia pieno di persone che vogliono scrivere storie, poesie, esperienze di vita da pubblicare. Non è altro che la manifestazione di questo bisogno di comprendere se stessi attraverso il mezzo di tecnologia migliore che esista: la parola.»

Restiamo in ambito scolastico. Siamo in tempo di elezioni e continue sono le proposte dei vari partiti circa la riforma Fornero, il Jobs Act e tanto altro. Poco si parla dei giovani, dei problemi relativi all’educazione, all’istruzione, alla disoccupazione. È proprio vero che qui non c’è futuro? 

«Il futuro non è una cosa data, ma una possibilità aperta. I giovani sono i portatori di queste possibilità, una politica che non facilita l’ingresso nel mondo del lavoro, lo slancio vitale per costruire una famiglia, una scuola come laboratorio di vocazioni, è una politica che promette il futuro come slogan elettorale, ma poi di fatto non lo apre. Una politica paternalista, simile a Saturno che divorava i suoi figli per paura che lo sostituissero…»

Un’ultima domanda. Ha in cantiere nuovi progetti e altre sorprese per i suoi lettori?

«Non mi fermo mai. Ho in cantiere altri romanzi e altri progetti creativi. Per me creare è una necessità vitale, se non lo facessi rimarrei sconosciuto a me stesso. Creare per me è un modo di amare.»

E cogliere la bellezza di creazioni come quelle di D’Avenia è un modo per amare e conoscere sé stessi.

Anna Gilda Scafaro

4 Commenti

  1. Bellissima intervista e naturalmente sanissima invidia per chi ha avuto questo privilegio….Alessandro D’Avenia ci insegna a credere ancora nella magia della parola, in un tempo in cui tutto è tremendamente breve e tecnologico

  2. Grazie al prof. DAvenia e grazie ad Anna Gilda Scafaro.
    Questa intervista è come i “sassolini della favola di Hansel e Gretel”…ti riportano verso luoghi sicuri.

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