Game of Thrones 8x03 recensione

Vi fa male ancora il cuore?
Dopo aver assistito a Game of Thrones 8×03 non potrebbe essere altrimenti. C’è stato tutto: angoscia, disperazione, adrenalina, fanservice (termine strabusato ma che poi approfondiremo).
Insomma abbiamo ammirato, con occhi pieni di stupore, il film di Game of Thrones, per durata, preparazione, cura della messinscena, sceneggiatura. Lo sbarco sulla Luna della televisione europea e per l’HBO che, sfruttando il successo commerciale della serie, non ha lesinato in cura e in emozioni. L’episodio 8×03 è costato quindici milioni, un budget importante ma non unico, irrisorio se si pensa che da noi la serie Adrian, nella sua interezza, è costata venti milioni.

Allora cosa ci lascia Game of Thrones 8×03 con questa puntata che sa di epilogo? 
Una scrittura favolosa. Fin dai primi momenti, negli sguardi e nelle mani dei protagonisti si avverte la paura, il terrore. La camera indugia su questi dettagli, cristallizzando il linguaggio del corpo dei protagonisti. Gli estranei avanzano lenti. I non morti stanno arrivando. La morte, da sempre attesa, sta arrivando.
Dopodiché , ad eserciti schierati, si va all’attacco. Il baluginio del fuoco, della speranza, riconosciuto e connotato come elemento salvifico e di creazione umana (luce e illusione divina) si infrange contro il buio, l’oscurità. Un modo per rendere bene l’inutilità degli sforzi umani contro qualcosa più grande di noi: la morte.

Game of Thrones 8x03 recensione

Lo dice anche Sandor Clegane: “nessuno uccide la morte” e aggiunge “è impossibile”. Questo è il retaggio di Martin. Una delle lezioni più belle di tanatologia a cui si possa assistere in un prodotto di massa. La morte inscalfibile, nessuno scampo da essa. Permane l’illusione divina, del fuoco. C’è la grande narrazione per cui  vivere, quella di Daenerys, dei draghi e del golpe che la sovrana giura porterà ad una vita migliore per tutti ma che si sgretola contro la fredda realtà . E poi nulla più.
Dall’altra parte c’è la vita costellata da esseri umani, i più meschini, che perdono il tempo a farsi la guerra fra loro, ad affermare il loro ego, ma dove tutto questo perde di significato quando di fronte si para il nulla, la fine di tutto, il margine. Ed è curioso che la bellezza, le forme larvali di umanità si nascondano proprio in chi fuori è un mostro (Tyrion) o nei reietti diseredati che credevano di esserlo (Jon e Sam). Forse l’unico modo per sfuggire alla corruzione di un mondo cinico e indifferente è quello di soffrire. La sofferenza è il dazio da pagare per sviluppare una qualche forma di umanità, discorso allegorizzato nella parabola magnifica di Theon chiusa con questa puntata.

Game of Thrones 8x03 recensione

Poi  c’è il sangue, tanto. La morte dicevamo. I draghi che volteggiano.
E poi arriva il momento. Tutto è perduto. Il destino fa il suo corso, la morte, il Night King, affronta Bran, ovvero la memoria umana, l’unica forma di immortalità concessa all’uomo. Ma ecco spuntare dall’ombra Arya che mette fine all’incubo. L’errore sta nel farci credere che la ragazza scelta comeAzor Ahai sia frutto di una scelta poco ortodossa.
Arya invece è l’Azor Ahai perfetto. Un essere umano perso, disorientato, in cerca di casa, abbandonato da tutti: famiglia, affetti, irrimediabilmente cinica e, in questo ultima serie, anche cedevole ai piaceri carnali. Il Night King viene ammazzato con uno stratagemma: aggirando di fatto la morte. Prendendosene gioco, con un gioco di abilità umana: la tecnica.
Il Night King muore. Senza darci risposte. Forse non ci saranno. Scelta volta a concretizzare l’inesplicabilità della morte in un mondo senza Dio. La mancanza di senso. Una questione voluta.

Game of Thrones 8x03 recensione

E torniamo a parlare di Game of Thrones in quanto prodotto. Una puntata che ha segnato la storia, per quanto si tratti di una storia in piena tradizione televisiva e commerciale. Sì, il fanservice, quel termine che significa tutto e niente, che qui ritroviamo nell’inviolabilità dei protagonisti. Ecco, se queste ultime stagioni hanno fatto la storia della televisione (in piena tradizione) le prime di Game of Thrones, seguendo incantate la narrazione di Martin, hanno fatto innovazione, ed è questo che bisogna custodire, più di tutto, per la serialità che verrà.

Martin ripudia ogni forma di schema, il concetto stesso di tempo narrativo. Lui è nemico della narrazione moderna. È anticlimatico, anarchico, è umano, artisticamente onesto e impulsivo.
Il capovolgimento martiniano è la cosa che più di tutto abbiamo amato, ovvero un protagonista buono, amato, che muore venendo liquidato in poco tempo. È un messaggio: la vita è caos, non è un romanzo. A determinare la biografie non c’è dietro una scrittura televisiva, un destino, un deus ex che segue una “logica” evoluzione.
In Game of Thrones 8×03, invece, i personaggi più amati sono ammantati da un’armatura divina che gli permette di sopravvivere. Vediamo anonimi Dothraki e Immacolati annientati come nulla. E, in compenso, un Samwell in grado di resistere a un’orda di Non Morti intera.

Ma ci sta bene così. La perfezione non è di questo mondo. Non è di Game of Thrones.
E questo ci basta.

Enrico Ciccarelli