L’alfabeto di fuoco è uno dei libri meno noti eppure più importanti della letteratura statunitense contemporanea – lo sostengono anche autori noti al pubblico italiano come Jonathan Safran Foer – e presenta degli interessanti parallelismi con La metamorfosi di Franz Kafka, inserendosi perfettamente anche nel solco di Philip K. Dick.

Pubblicato da Ben Marcus nel 2012 con il titolo originale The flame alphabet, questo romanzo distopico è stato tradotto da Gioia Guerzoni e pubblicato da Edizioni Black Coffee nel maggio 2018, con la presentazione a Torino che ha visto atterrare in Italia lo stesso autore.

Il ritardo nella pubblicazione italiana è dovuto esclusivamente alla miopia delle case editrici mainstream, che non si sono accorte del potenziale de L’alfabeto di fuoco.

2012? 2002? 1992? 1982? Il libro potrebbe essere ambientato in qualsiasi momento del periodo precedente il predominio di internet nelle comunicazioni e nelle informazioni, quando ancora – perlomeno negli Stati Uniti, teatro principale della vicenda narrata – il primato apparteneva alla televisione e alla radio.

L’indefinitezza nel tempo è anche fumosità nello spazio – si intuisce che le vicende avvengono da qualche parte nella costa orientale degli States – ed è anche questo che contribuisce a creare l’atmosfera angosciante che permea il romanzo fin quasi alla fine.

Un produttore ambizioso avrebbe già rilevato i diritti cinematografici per trarne un film da diversi milioni di dollari di incassi, ma ciò non è ancora accaduto, rifiutando a Ben Marcus le porte di una meritata notorietà internazionale.

Meglio specificarlo subito: L’alfabeto di fuoco non è un libro per tutti. Non è veloce, semplice e leggero come molti dei libri che portano la firma di comici o youtubers, né crea un clima ovattato o un sentimento nostalgico come possono fare Massimo Gramellini o Elena Ferrante, né apre a storie d’amore e di quotidianità come Fabio Volo o Alessandro D’Avenia.

Chi sceglie di leggere L’alfabeto di fuoco deve sapere di trovarsi davanti ad un romanzo che è tanto distopico quanto un’indagine nella dualità razionalità-sentimenti dell’uomo.

Il ritmo di lettura ha un normale e fisiologico rallentamento nel passaggio dall’introduzione allo svolgimento, ma il lettore deve considerare che il romanzo è scritto sotto forma di memoriale, con alcuni flashback e qualche fast-forward, e deve tenere bene a mente come la narrazione di alcuni ricordi fondamentali prenda più tempo rispetto a quella di dettagli minori.

La traduzione di Gioia Guerzoni è scorrevole e mantiene lo stile americano, nonostante qualche singolo termine sia tradotto in maniera decisamente letterale e forse non necessaria – nel 2018 termini come “marshmallow” fanno ormai parte del nostro vocabolario.

Il tema principale è quello del linguaggio, che è stato trattato, seppur in chiave diversa, nel film Arrival del 2016: anche qui il linguaggio, stavolta alieno, è un’arma, ma in questo caso servirà a far collaborare l’umanità e, in futuro, aiutare addirittura gli alieni che torneranno a chiedere soccorso.

Dietro alla rassegnazione a rinunciare al linguaggio, scritto o parlato, descritta da Ben Marcus si nasconde anche una razionale argomentazione, che è ben riassunta nel dialogo tra la spia Rudolf Abel e l’avvocato James Donovan nel film Il ponte delle spie di Steven Spielberg: «Lei non si preoccupa mai?» chiede Donovan, «Servirebbe?», è la risposta costante dell’ebreo sovietico.

A tutto ciò, però, si affianca una garanzia che Marcus non esplicita nel suo scritto: cioè che finché qualcuno avrà modo di imparare il linguaggio, prima che la pestilenza si diffonda, avrà comunque la capacità di pensare e ragionare. Ed è una capacità che, soprattutto nei momenti di crisi, può far scovare una via d’uscita a situazioni catastrofiche.

Il conflitto generazionale è un tema non di primaria importanza, quanto lo è piuttosto il potere in mano a chi non lo sa gestire bene. Il potere di togliere la vita, soprattutto, in mano a chi tende ad agire con meno razionalità – nel libro i bambini, nel mondo che ci circonda una certa categoria di politici “del popolo”.

L’eccesso di razionalità, per l’appunto, è il filo rosso che segna la vita del protagonista Sam, per quanto narrato nel libro, ed è come da antica tradizione contrapposto alla passionalità ed alla sfera dei sentimenti.

L’alfabeto di fuoco colpisce anche perché è il primo romanzo ambientato a New York nel quale New York non è protagonista, anzi, potrebbe essere una qualsiasi città del Missouri, una immaginaria Smallville del Kansas o la Metropolis di Superman: compare esclusivamente come periferia, ora apparentemente normale, ora surrealmente deserta come in The day after tomorrow. Si può pensare a Brooklyn per la forte presenza ebraica, ma Ben Marcus è intelligente nell’inventare toponimi, lasciando solo i nomi di città inalterati.

La seconda, e forse più importante location, è il Forsythe, ex high school e complesso di ricerca situato nei pressi di Rochester, nel nord dello stato di New York. Una località conosciuta e frequentata, che trova luogo come antitesi rispetto all’Area 51.

“Il tutto è maggiore della somma delle parti”, diceva Aristotele, ed è questo il caso de L’alfabeto di fuoco di Ben Marcus: un libro il cui valore è ancora grandemente ignoto al pubblico italiano e che, in un periodo purtroppo oberato dalla disinformazione, rappresenta una gemma preziosa nel panorama letterario. Non si sa se sia stata questa la considerazione che ha portato l’editrice Sara Reggiani a scegliere proprio questo romanzo come alfiere di Black Coffee al Salone del Libro di Torino, ma la coincidenza non può passare inosservata.

Simone Moricca

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