Didattica antispecista, il nuovo approccio promosso dal docente Treglia
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La società si basa su un modello culturale di tipo specista, che ha il compito di legittimare le pratiche e più in generale l’ordinamento sociale antropocentrico. Questo modello culturale si affida a specifici valori e a relative norme di comportamento che rendono normale la posizione dei vari gruppi sociali attraverso la creazione di una ben precisa immagine della realtà. Nella maggior parte dei casi questa visione non ha il compito di descrivere oggettivamente la realtà in quanto tale, ma quello di giustificare le azioni che compiono i membri del gruppo dominante, ovvero gli esseri umani. Abbiamo di fatto compiuto passi avanti nel riconoscimento dei diritti umani, ma ancora manca quel riconoscimento dei diritti universali che includono gli animali. Così come è avvenuto nel corso tempo per altre categorie sociali, riconoscere i diritti a chi ancora vengono negati passa per la sfera della conoscenza. Pertanto abbiamo chiesto a Paolo Treglia, docente di lingua e cultura inglese presso una scuola secondaria di secondo grado della provincia di Napoli, di illustrarci come è possibile introdurre la causa antispecista all’interno della didattica scolastica.

A cosa ci riferiamo quando parliamo di antispecismo?

«Se riportassi la questione solo all’affermazione degli animali, farei lo stesso errore di tutti i gruppi che lottano per gli interessi di categoria. Lotte per i diritti che mostrano la loro incoerenza se a concludere le loro lotte i vincitori consentono il perpetrarsi di altre forme di violenza cibandosi di animali. Nella mia didattica, l’antispecismo è la volontà di raggiungere il rispetto dei diritti di ogni specie e di ogni genere».

Come è nata l’idea di introdurre l’antispecismo all’interno della didattica di una scuola?

«Siamo continuamente persuasi dalla volontà di possedere sempre di più e pronti a qualsiasi cosa pur di ottenere ciò che vogliamo. La logica del dominio fa parte ormai del nostro modo di essere da diventare un atteggiamento istintivo. E’ necessario, quindi, innescare un cambiamento di tendenza partendo dalle nuove generazioni. I moderni approcci pedagogici sono tutti improntati su una rivalutazione della persona come soggetto attivo a cui vengono riconosciute le capacità di determinare scelte per il benessere di tutti. Il tema dell’antispecismo è il punto di partenza per riconoscere il rispetto dei diritti a chi ancora vengono negati così come nel tempo è avvenuto per altre categorie. Abbiamo fatto passi avanti nel riconoscimento dei diritti umani, ma ancora manca quel riconoscimento dei diritti universali che includono il non umano. E’ necessario ricongiungere l’ultimo anello della catena per avere una visione globale di ciò che sia un diritto».

Per quale motivo l’antispecismo dovrebbe diventare parte della didattica e del programma scolastico?

«Il materiale scolastico risente del pensiero antropocentrico. Propone approcci monolitici che mettono in evidenza il punto di vista più accreditato, ad appannaggio della specie umana e della categoria dei vincitori. Viene fornita una visione unilaterale della storia. E’, invece, compito di un’insegnante aprire gli orizzonti e stimolare gli alunni a ragionare su punti di vista diversi. I temi dell’antispecismo sono presenti in tutto il patrimonio culturale ed è compito dell’insegnate quello di recuperali e portarli alla conoscenza degli alunni. Saranno poi questi ultimi a decidere cosa è più importante e prioritario. Ma con un solo punto di vista continueranno a credere che esista solo quello e continueranno ad ignorare la relazione che esiste tra tutti gli abitanti del pianeta e il vantaggio che possa comportare una pacifica esistenza tra tutti gli esseri viventi».

Dunque l’argomento consentirebbe di allargare gli orizzonti e di sviluppare competenze emotive indispensabili per una crescita morale dell’umanità?

«Conoscere cose nuove conduce inevitabilmente ad un’apertura degli orizzonti. Si parla oggi di intercultura perché non includere anche i non-umani che sono animali come noi ma forse molto più saggi, da cui forse avremmo qualcosa da imparare. La didattica antispecista segue la teoria dell’intelligenza emotiva di Goleman e l’approccio del “global perspectives”. Non si parla di animali ma delle relazioni che esistono tra gli umani e i non umani».

Il cambiamento della società parte dalla scelta della didattica che consente la formazione scolastica delle nuove generazioni?

«I giovani sono in continua fase di decisione e per scegliere in modo consapevole necessitano di conoscere tutto ciò che appartiene alla vita. Escludere gli animali vuol dire fornire un’istruzione parziale e renderli ignoranti di alcune cose. Questo non può dirsi “cultura”. I giovani sono curiosi e ancora indecisi su quale futuro vogliano. E’ importanti quindi renderli consapevoli delle scelte che andranno a fare e spingerli a ragionare sulle conseguenze che le loro azioni possano determinare».

Come reagiscono gli studenti e le studentesse quando si affrontano in classe le tematiche che presenta la didattica antispecista?

«Sono curiosi, anche se sentono addosso il peso di mettersi in discussione. Ma nella mia esperienza mi ringraziano di venire a conoscenza di cose che ignoravano e di quanto queste cose possano incidere anche sulle relazioni tra umani. Riflettono e iniziano ad acquisire consapevolezza. Alcuni fanno riferimento alla logica del dominio anche in contesti scolastici. Ciò vuol dire che hanno interiorizzato l’idea che i diritti non si chiedono e/o vengono concessi ma che vengano riconosciuti e rispettati».

I testi scolastici che vengono generalmente utilizzati, tengono in considerazione la causa antispecista?

«Per nulla, devo ogni volta aggiungere io che qualche autore ha scritto qualcosa in merito. Ovviamente io riesco per la mia preparazione, cosa diversa per chi certi quesiti non se li è mai posti».

Oltre la didattica antispecista, le scuole come possono promuovere questo cambiamento all’atto pratico?

«Il mio obiettivo è quello di inserire nei programmi ministeriali l’etica animalista. Per il resto le scuole dovrebbero già essere preparate agli approcci umanistico-affettivi. Non ci sarebbe tanto da fare se non rivedere i contenuti alla luce di una riconsiderazione del nostro sapere. Ci sarebbe ovviamente la necessità di formare e informare i docenti su questi temi e sulle modalità di trasmissione, onde evitare fenomeni di demonizzazione».

Le attività extrascolastiche possono essere un momento importante per avviare alla prassi antispecista gli studenti e le studentesse?

«Incontrare professionisti, studiosi che hanno scelto di intraprendere lo stesso cammino che ho intrapreso io, da loro l’idea che non si tratta di follia ma di un’acquisizione di consapevolezza necessaria a costruire un mondo migliore. Far conoscere ai giovani personaggi di spessore culturale darebbe l’idea che certe cose non sono secondarie. La lotta per i diritti degli animali non è una convinzione o un hobby, bensì un profondo desiderio di giustizia».

L’identità specista che ci trasmette la società antropocentrica non permette facilmente di metterci in discussione. Di fatto, i valori che ci portiamo dietro e le pratiche che da esse derivano fanno stabilmente parte del nostro bagaglio culturale. Privarci quindi delle caratteristiche o degli atteggiamenti che fanno oramai parte delle nostre abitudini quotidiane è un’impresa ardua, ma comunque non impossibile. Per questo motivo c’è bisogno di una didattica antispecista che insegni fin da principio alle nuove generazioni il rispetto dei diritti degli animali. Se vogliamo una società diversa, rispettosa dei diritti di tutte le categorie sociali, bisogna partire da nuovi approcci didattici che permettano agli studenti e alle studentesse di affrontare nuove problematiche come quelle antispeciste.

Gabriele Caruso

5 x mille Survival
Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, nutre un forte interesse verso l'antropologia culturale e la sociologia. I suoi principali temi di indagine sono l'antispecismo e le questioni inerenti all'Irlanda del Nord.

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