Napoli Animal Save tra diritti animali e disobbedienza civile
Fonte immagine: ilgiornaleweb.it

Il 15 febbraio gli attivisti e le attiviste di Napoli Animal Save Movement hanno svolto una veglia presso il macello C.s.m. Soc. Coop. A.r.l. di Pompei. Un forte gesto di disobbedienza nella triste attesa per l’ultimo saluto. La vita degli animali destinati al macello, di fatto, prevede una costante agonia, dalla nascita fino al giorno dell’abbattimento. Abbiamo intervistato l’attivista Daniela Contessa per saperne di più.

Che cosa è una veglia ?

«Una veglia è una forma di azione non violenta. Si svolge di norma presso un macello/mattatoio e prevede che gli attivisti e le attiviste in primo luogo raccolgano materiale atto a testimoniare la sofferenza degli animali per poi diffonderlo. La diffusione della verità è il mezzo. Inoltre la veglia si tiene per empatizzare con gli animali durante quelle che sono le ultime ore prima della loro impietosa morte, dando loro da bere, mangiare, mostrando quell’amore che gli è sempre stato negato. Si cerca anche di contrattare la liberazione di uno o più animali e a comunicare con i proprietari/responsabili dei macelli per far capire loro che una riconversione dell’attività è possibile».

Cosa ha spinto Napoli Animal Save Movement a realizzare questa azione ?

«Questa, come tutte le altre azioni del movimento, sono dettate dal nostro desiderio di porre le basi per la fine allo sfruttamento animale. Lo sfruttamento animale è una forma di discriminazione come tutte le altre, forse la più grande. Gli animali sono sfruttati da sempre e da tutti, sono i discriminati tra i discriminati eppure, come noi, vogliono essere liberi dal dolore e voglio vivere. Questa forma di discriminazione ha un nome e si chiama specismo».

Dunque, l’intento delle vostre veglie è quello di dimostrare che gli animali soffrono allo stesso modo degli esseri umani?

«Innanzitutto, preciso che nessun essere umano può sapere in che modo soffrano gli animali, né tantomeno può assumere che essi soffrano “allo stesso modo degli esseri umani” perché questo è un modo antropocentrico di descrivere la cosa. Quello che è certo è che essi soffrono e che vogliono vivere. Del resto, testimoniando attraverso le veglie la sofferenza degli animali, noi di Animal Save proviamo a far mettere gli individui nei loro panni, ossia nei panni della vittima. Per rendere meglio l’idea, adesso utilizzo un esempio antropocentrista: all’assunzione “Non posso rinunciare alla carne perché mi piace”, potrebbe seguire la risposta  “Non voglio che mi si portino via i miei figli”. Se confrontiamo queste due affermazioni senza dichiararne la provenienza, chiunque capirebbe quale pesa di più senza bisogno di una bilancia. Eppure la prima frase è quella che noi vegani ci sentiamo ripetere quotidianamente come argomentazione per non passare ad uno stile di vita vegano e antispecista, mentre la seconda è la frase che direbbe qualunque madre a cui vengono tolti i figli. Compresa una madre mucca a cui viene tolto il diritto alla vita in nome di tradizione, del gusto e delle false credenze in tema di nutrizione».

Riconoscere determinati diritti agli animali, produrrebbe un cambiamento radicale all’interno della società ?

«Per essere antispecisti ci vuole un livello di compassione molto alto. Se si riesce a creare empatia con un pesce o un insetto, diventa ancora più semplice entrare in sintonia con esseri della propria specie. Ragion per cui discriminazione e disparità sociale diventerebbero intollerabili a tutti. In definitiva un mondo capace di riconoscere diritti a tutti gli animali, sarebbe un mondo capace di più giustizia».

Questo cambiamento consiste in un impegno etico e morale assunto dalle persone in modo individuale, oppure in una presa di coscienza collettiva a cui deve seguire una pratica politica più ampia?

«Utopicamente, una presa di coscienza collettiva e immediata sarebbe un sogno; significherebbe miliardi di vite risparmiate, ma non sarebbe sostenibile sotto molti punti di vista. Dunque, realisticamente penso che il cambiamento incominci dall’assunzione di un impegno etico e morale da parte del singolo. Questo non solo perché sono le singole persone, in primo luogo, a creare una coscienza collettiva, ma anche e soprattutto perché lo sfruttamento animale nasce dalla domanda del singolo di carne, uova, latticini, pesce, pelletteria, che a sua volta genera l’offerta. Pertanto un progressivo calo della domanda porterebbe ad una progressiva conversione del sistema».

Parliamo della vostra forma di lotta politica, la disobbedienza civile. Secondo voi questa pratica è sinonimo di pacifismo?

«Pacifismo e disobbedienza civile non sono sinonimi. Il pacifismo si avvale di forme di lotta non violenta come, appunto, la disobbedienza civile, che è la deliberata violazione di una norma ritenuta particolarmente ingiusta. Qualsiasi atto che infranga volontariamente una norma per esporre la verità è considerato disobbedienza civile. Chi pratica disobbedienza civile è pienamente consapevole delle conseguenze e se ne assume la responsabilità. Mahatma Gandhi affermava: “Noi cessiamo di collaborare coi nostri governanti quando le loro azioni ci sembrano ingiuste”. Questa è la resistenza passiva. Ci sono diversi gruppi di liberazione animale che criticano questo tipo di approccio, ma personalmente ritengo che esso sia l’unico applicabile ed efficace proprio in virtù del fatto che siamo in un sistema specista e antropocentrico. Esporre i fatti è la base per far aprire gli occhi alle persone. Solo comprendendo il sistema e con un accurato lavoro di denuncia si potrà arrivare allo smantellamento di credenze, che vengono innestate nelle nostre coscienze sin da bambini. Per quanto sia doloroso non poter intervenire in maniera diretta per salvare ogni singolo animale, questa è la realtà e la denuncia non violenta è l’unico mezzo efficace a nostra disposizione se vogliamo promuovere un cambiamento su vasta scala».

Come si coniuga la disobbedienza civile con la giustizia animale ?

«Gli animali sono le vittime inconsapevoli del nostro sistema normativo, il quale non li riconosce nemmeno come soggetti giuridici. Come avveniva con gli schiavi, gli animali sono considerati oggetti di diritto e non soggetti. Disobbedienza civile e giustizia animale si coniugano insieme proprio perché quello che chiediamo è il cambiamento di questo sistema. Lo chiediamo con metodi non violenti anche se la definizione di violenza in sé è molto relativa. Attualmente la violenza sugli animali è legale e giustificata e noi la combattiamo pacificamente perché è proprio assistendo ad azioni pacifiste che siamo passati, per così dire, dall’altro lato. Come ha funzionato per noi, può funzionare per tutti».

Quali sono le vostre figure o movimenti di riferimento in merito al paradigma della disobbedienza civile e della non violenza ?

«Per quanto riguarda la disobbedienza civile e la non violenza, sicuramente Extinction Rebellion è uno dei nostri gruppi di riferimento. Gli attivisti di XR, come noi, credono nell’efficacia della non violenza e nella comunicazione. Loro, nello specifico, chiedono che i governi comunichino apertamente la gravità della situazione ecologica, dichiarando l’emergenza climatica e ecologica, ed un cambiamento immediato delle leggi e delle decisioni politiche. Ma ci ispiriamo anche a movimenti storici come quello delle suffragette o dell’indipendenza dell’India. A conti fatti la non violenza, storicamente, ha portato a grandi risultati e sono sicura in cuor mio che anche il nostro non sarà da meno».

Gabriele Caruso

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