CPR: la storia di Moussa Balde e le morti di Stato
Fonte: left.it

Venerdì 28 maggio a Milano è stato indetto da parte della rete Mai più lager – No ai CPR un presidio in memoria di Moussa Balde e per chiedere, ancora una volta, la chiusura dei CPR. Oltre al presidio di Milano, si è tenuto un Flash mob a Ventimiglia – luogo in cui il ragazzo è stato aggredito prima di essere rinchiuso in isolamento – e ad Imperia è stata svolta una veglia nel Parco Urbano.

Con l’acronimo CPR ci si riferisce ai Centri di Permanenza per il Rimpatrio, che rappresentano l’ultimo stadio delle strutture di trattenimento dei cittadini stranieri irregolari. Questo sistema è iniziato nel 1998, con la legge Turco-Napolitano, ed è caratterizzato da molti fallimenti ed incongruenze. Nel corso del tempo si è passati dai Centri di permanenza temporanea e assistenza (CPTA), ai Centri di permanenza temporanea (CPT) e successivamente ai Centri di identificazione ed espulsione (CIE). Nel 2017 questi ultimi hanno assunto la denominazione di Centri di permanenza per il Rimpatrio. In queste strutture, che costituiscono delle prigioni per migranti, vengono rinchiusi i soggetti in attesa dell’esecuzione del provvedimento di espulsione.

Inizialmente, nei Centri di Permanenza Temporanea, i migranti e le migranti potevano essere trattenuti per un periodo massimo di 30 giorni, poi allungato fino ai 6 mesi con i decreti di Salvini nel 2018. I soggetti che si trovano nei CPR, secondo lo Stato, devono essere trattenuti “con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza ed il pieno rispetto della loro dignità” ma la realtà è ben diversa. Questi luoghi vengono continuamente denunciati per le violazioni dei diritti umani che avvengono al loro interno: viene data scarsa attenzione alle condizioni igieniche delle persone trattenute, le quali subiscono anche maltrattamenti; manca, inoltre, una reale assistenza psicologica e sanitaria.

Mamodou Moussa Balde era un ragazzo di soli 23 anni, originario della Guinea. Moussa è stato rinchiuso in una cella di isolamento nel CPR di Torino nella quale si è suicidato domenica 23 maggio, impiccandosi con le lenzuola del letto. Moussa è stato preso in custodia dopo aver subito una violenta aggressione a Ventimiglia (che è stata ripresa e diffusa online), probabilmente di stampo razzista: è stato attaccato da parte di tre ragazzi, cittadini italiani, che lo hanno picchiato e preso a bastonate. I tre hanno accusato Moussa di aver rubato un cellulare (che non è stato trovato da nessuna parte, in particolare non addosso a Moussa), sono stati arrestati ed accusati di aggressione ma in seguito rilasciati con una denuncia e con precisazioni da parte del Questore di Imperia, il quale teneva ad escludere una matrice razziale.

Moussa era sprovvisto di documenti ed aveva già un provvedimento di espulsione precedente. Per questo motivo, nonostante fosse stato vittima di un’aggressione e gli fossero stati dati dieci giorni di prognosi per lesioni, dopo il suo ricovero in ospedale è stato portato alla Questura di Imperia e, in seguito, al CPR per essere espulso in quanto irregolare. Lo stesso Moussa, durante i suoi ultimi giorni in vita, dopo essersi incontrato con il suo avvocato ed aver parlato della situazione, ha domandato a quest’ultimo per quale motivo si fosse ritrovato rinchiuso, mentre i suoi aggressori non avevano ricevuto nessuna pena.

Presidio a Milano: in ricordo di Moussa Balde, morto di CPR
Presidio a Milano. Fonte: https://www.pressenza.com/it/2021/05/presidio-a-milano-in-ricordo-di-moussa-balde-morto-di-cpr/

La vicenda di Moussa, per quanto paradossale, non è un caso isolato e in troppi potrebbero rispecchiarsi nella sua storia. Il ragazzo era arrivato in Italia nel 2017 come richiedente asilo e, come ogni persona che lascia il proprio Paese di origine con la speranza di poter coltivare un futuro migliore per sé e magari anche per la propria famiglia, si è dovuto scontrare con la realtà e con la violenza di un sistema razzista che lo ha portato al suicidio.

Moussa aveva dei buoni propositi – studiare e trovare un buon lavoro – e, inizialmente, si era impegnato per poterli raggiungere, ottenendo il diploma di terza media. La sua buona volontà è stata intaccata dalla lunghezza e dai ritardi delle procedure italiane per l’ottenimento dei documenti: non sopportando più tutto ciò, aveva lasciato il sistema di protezione al quale si era affidato. Il suo ricorso come richiedente asilo era stato rigettato ed aveva cominciato a perdere la speranza. Dopo una serie di lavori precari, Moussa viveva a Ventimiglia, senza una fissa dimora e facendo l’elemosina.
Al momento del suo arresto, la struttura aveva registrato il ragazzo con nome e cognome sbagliati, causando dei rallentamenti per gli avvocati difensori che erano stati attivati per aiutarlo, come ha spiegato una di loro, Ersilia Ferrante, contattata dall’associazione Scuola di Pace.

Anche la Garante per i Diritti delle Persone Private della Libertà di Torino, Monica Cristina Gallo, aveva cercato di rintracciare Moussa, e, pur non conoscendo il nome del ragazzo, aveva fornito delle informazioni su di lui e sulle sue condizioni fisiche. Il video del suo pestaggio ero diventato virale ma il ragazzo si trovava sempre nella condizione di invisibilità che caratterizza gli immigrati e le immigrate, riconosciuti solo in quanto tali. I giornali non riportavano il suo nome: Moussa era stato definito solo come migrante irregolare, clandestino ed extracomunitario. Gianluca Vitale, di Legal Team Italia, è l’avvocato che ha incontrato Moussa mentre era rinchiuso (per 2 volte durante i 13 giorni passati nel CPR) e che si è reso conto della situazione in cui si trovava il ragazzo, che continuava a ripetere di dover uscire da quel posto.

La tragedia di Musa Balde: picchiato con le spranghe, si è poi suicidato nel CPR
Fonte: https://www.kulturjam.it/news/tragedia-musa-balde-suicidato-cpr/

Troppe cose non tornano: la prognosi di Moussa è stata completamente sottovalutata, l’avvocato Vitale ha dichiarato che non gli è stato mostrato nessun atto riguardo l’idoneità del trattamento nel CPR per Moussa. Inoltre, ha spiegato che avrebbe voluto intervenire per dargli una collocazione migliore, insieme agli psichiatri esperti del Centro Frantz Fanon. Moussa non è stato nemmeno informato da parte della Polizia dei suoi diritti in quanto vittima di un reato a seguito dell’aggressione.

Secondo l’avvocata Alessandra Ballerini, Moussa non doveva trovarsi in quel posto e tale situazione è da considerarsi un’istigazione al suicidio. Il fatto che l’accertamento dell’ idoneità non sia stato eseguito da un medico dell’ASL ma dal personale interno al CPR va contro alla legge. Anche la scelta dell’isolamento è decisamente contestabile: il CPR non ha prestato attenzione alla condizione psicologica di Moussa, rinchiuso dopo aver subito un’aggressione.

La rete Mai più lager – No ai CPR denuncia il fatto che negli ultimi 20 anni ci siano state 30 morti nei diversi CPT-CIE e CPR e si batte per la loro chiusura. Il sistema dei CPR non rispetta i diritti umani e la legge: persone innocenti vengono rinchiuse senza nessun processo (in quanto non hanno commesso nessun crimine). L’attivista Aboubakar Soumahoro ha chiesto pubblicamente che venga fatta luce sul caso di Moussa. Anche Soumahoro ha denunciato i CPR, in quanto violano l’articolo 13 della Costituzione Italiana. Rinchiudere una persona innocente privandola di contatti con l’esterno non dovrebbe essere possibile.

Le persone che vengono portate in questi centri sono private dei loro cellulari e non possono avere contatti con i loro familiari ed amici, ricevono cibo scaduto, vedono calpestare la loro dignità. La condizione di irregolare non è una motivazione per non rispettare i diritti alla salute, alla difesa e alla dignità umana. L’istituzione che gli rinchiude a causa della loro clandestinità, è la stessa che crea leggi che, anziché favorire la regolarità, vanno nel senso opposto.

Nel CPR di Torino sono iniziate le proteste. Anche a Milano, nel CPR in via Corelli, la situazione si sta facendo sempre più critica: scioperi della fame e dei tamponi, atti di lesionismo e tentativi di suicidio vanno avanti da settimane e anche i gestori lo confermano. La Prefattura, nonostante tutto, prosegue ignorando le problematiche causate da queste strutture e dalla loro cattiva gestione e vuole ottenere un aumento della capienza dei posti del 50%. Le tragedie come quella del caso di Moussa vengono definite morti di Stato ed è giunto il momento di porre fine alla loro esistenza.

Cindy Delfini

Greenpeace

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