Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), le prigioni illegali per i migranti

CPT, CIE, CPR, solo tre delle sigle che per tanti esseri umani, migranti in primis, significano una sola cosa: detenzione amministrativa. Centri di permanenza temporanea, Centri di identificazione ed espulsione, poi diventati Centri di permanenza per il rimpatrio con il decreto Minniti-Orlando approvato nel 2017, e che costituiscono le misure per il contrasto all’immigrazione illegale.

Oggi, i Centri di permanenza per il rimpatrioattualmente attivi in Italia sono ancora pochi, causando il conseguente loro sovraffollamento. Ogni giorno, tra le mura di questi centri si consumano infinite violazioni dei diritti umani fondamentali. I migranti irregolari sono detenuti come se fossero carcerati, più volte il Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale ha denunciato le condizioni vissute nei centri. Come è possibile leggere da uno degli ultimi rapporti sulle visite effettuate nei CPR, il garante scrive:

«A distanza di poco più di un anno dall’entrata in vigore del decreto, va purtroppo rilevato che le rinnovate espressioni di impegno a favore dell’assoluto rispetto dei diritti fondamentali sono rimaste dichiarazioni di principio, cui non hanno fatto seguito un effettivo miglioramento delle condizioni di vivibilità e/o una diversa impostazione organizzativa delle strutture. Il Garante nazionale è consapevole delle difficoltà correlate all’apparentemente insanabile paradosso insito nell’istituto, volto a trattenere una persona al solo scopo di consentirne il suo allontanamento, e ai continui problemi di ordine che connotano la vita all’interno dei Centri, ma la tentazione di ricorrere a facili approcci pragmatici deve cedere il passo di fronte alla tutela dei diritti fondamentali degli individui».

Le testimonianze delle visite nei CPR, i Centri permanenti di rimpatrio

Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), migranti

Il garante, in seguito alle visite tematiche, segnala in particolare alcuni punti critici nella gestione e organizzazione dei CPR: cattive condizioni materiali (gli ospiti, spesso, sono chiusi in celle, o comunque dietro a delle barriere) e igieniche, assenza di attività ricreative e di aggregazione, mancanza di punti di incontro con la società civile. Inoltre, spesso manca un adeguato sistema di registrazione degli eventi critici e di come questi vengano gestiti dal personale della struttura e dalle forze dell’ordine.

Di frequente non vengono considerate le diverse posizioni giuridiche delle persone trattenute e delle differenti necessità individuali (viene riportato un caso del Centro maschile di Brindisi-Restinco dove una persona transessuale era stata collocata in una stanza adibita all’isolamento sanitario: “Il Garante nazionale stigmatizza con forza l’uso improprio delle camere di isolamento sanitario, ritenendo inaccettabile che locali finalizzati alla tutela della salute vengano utilizzati per altri scopi e, in aggiunta, senza il consenso del personale sanitario; ancor più inaccettabile è il loro utilizzo per separare dalle altre e di fatto segregare persone ospiti del Centro”).

Le preoccupazioni espresse due anni fa dalle organizzazioni impegnate per la difesa dei diritti umani, inizialmente rassicurate dai ministri, sono diventate realtà.  L’intento iniziale, da parte dei politici, di migliorare le condizioni vissute dagli immigrati all’interno dei CIE, non si può considerare realizzato, anzi, la situazione non ha fatto altro che degenerare.

Il decreto del 2017, che cambia i CIE in Centri di permanenza per il rimpatrio, con la promessa di essere tutt’altra cosa rispetto ai precedenti, può essere considerato solo un nulla di fatto. In materia è intervenuto, al concludersi dello scorso anno, anche il nuovo ministro dell’Interno Matteo Salvini con il pacchetto sicurezza e immigrazione, apportando ulteriori modifiche a un sistema, come visto, con già tantissime lacune.

La nube di silenzio attorno ai Centri di permanenza

I CPR sono dei centri di detenzione amministrativa (una misura di restrizione della libertà individuale applicata per ragioni di sicurezza): dovrebbero far parte delle misure in materia di politiche di migrazione e accoglienza, e dovrebbero, quindi, costituire solo una fase dell’iter per la regolarizzazione dei migranti che per diverse motivazioni giungono nel nostro Paese.

In sostanza, si rivelano come delle vere e proprie carceri. Gli stranieri irregolari vengono detenuti e privati della libertà personale, non possono ricevere visite e sono sorvegliati costantemente: si è detenuti in attesa dei due provvedimenti necessari per procedere al rimpatrio, l’accertamento dell’identità e l’accettazione del ritorno in patria da parte delle autorità del Paese d’origine.  

Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), migranti
CIE di Torino, fonte: La Stampa

L’opinione pubblica, attaccata da continue campagne politiche e mediatiche, disinformative e superficiali, resta indifferente a quello che ogni giorno si consuma in queste prigioni illegali mascherate da centri d’accoglienza, situati a un passo dai centri cittadini. Le logiche di potere da parte dei politici italiani diventano primarie rispetto ai valori di accoglienza e solidarietà tra gli esseri umani.

Ogni giorno, Hurriya, senza frontiere senza galere monitora e riporta quanto accade ai migranti (irregolari e non) presenti in Italia e nel mondo. Il blog ha segnalato recentemente l’intervista a un detenuto del CPR di Torino che da dodici giorni è in sciopero della fame. Una testimonianza forte e crudele di quello che i migranti subiscono quotidianamente senza essere, in realtà, colpevoli di nessun reato.

Questi luoghi di controllo e segregazione rendono chiaro quanto si è ancora lontani da una buona gestione della crisi migratoria. Invece di garantire il diritto di ogni essere umano a spostarsi liberamente da un Paese all’altro, si detengono e rispediscono i migranti nella patria d’origine, si alzano muri e si chiudono le frontiere a chi è alla ricerca di migliori condizioni di vita, si violano diritti e si calpesta l’umanità.

Federica Ruggiero

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Laureata in Scienze della Comunicazione (Editoria), attualmente frequento la magistrale in Editoria e Giornalismo all’Università di Verona. Mentre cerco il mio posto nel mondo, racconto quello che mi circonda. La mia passione per le parole mi ha portato a voler esprimere le mie idee e a far sentire la mia voce. Adoro tutto ciò che riguarda la cultura, il sociale e i viaggi. Sempre con la testa tra le nuvole, amo volare.

1 COMMENTO

  1. […] Libero Pensiero ha pubblicato ieri un articolo in cui si parla dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio, attingendo le informazioni da uno degli ultimi rapporti sulle visite effettuate nei Cpr da parte del Garante dei Detenuti. Il rapporto è datato marzo 2018. Praticamente di un anno fa. Uno dei punti che venivano messi in evidenza dal Garante era il trattamento delle persone transessuali. Nel Cpr di Brindisi-Restinco infatti era stato constatato che una persona transessuale era stata allocata in una delle stanze di isolamento sanitario, non per esigenze sanitarie e non su richiesta dei medici. La cosa lo aveva un po’ indignato, tanto che scriveva, sottolineando: “Il Garante nazionale stigmatizza con forza l’uso improprio delle camere di isolamento sanitario”. E aggiungeva, senza sottolineatura, che riteneva “inaccettabile che locali finalizzati alla tutela della salute vengano utilizzati per altri scopi”. “Ancora più inaccettabile è il loro utilizzo per separare dalle altre e di fatto isolare persone ospiti del centro. Riprendeva la sottolineatura dicendo che “il regolamento dei Cie del 2004 non prevede, neanche come misura eccezionale l’uso di camere di isolamento” e chiedeva alle autorità responsabili chiarimenti in merito a tale prassi. Chiedeva infine, sempre sottolineando il testo, “di essere informato su quali misure siano state previste nel caso del trattenimento di persone transessuali nel pieno rispetto dei principi di Yogyakarta con particolare riferimento agli articoli 5 e 9. C’è da dire che l’isolamento dei transessuali non nasce necessariamente da esigenze punitive, ma di tutela e sicurezza. Come nel caso della trans Adriana, di cui i mass media si occuparono a marzo di due anni fa, che ricevette minacce di morte da alcuni degli uomini reclusi e per questo venne tenuta isolata. Chiaramente questo isolamento ha pesanti conseguenze psicologiche, soprattutto se i locali in cui avviene erano progettati per esigenze completamente diverse. Il caso di Adriana si protrasse per parecchi giorni, tra speranze di liberazione e trasferimenti in altre strutture (c’erano degli imprecisati precedenti penali a complicare la situazione). I principi di Yogyakarta a cui fa riferimento il garante sono contenuti in un documento redatto da alcuni giuristi in Indonesia nel 2006, e successivamente riconosciuto dall’Onu e dal Consiglio d’Europa. La pagina in italiano di Wikipedia liquida la questione in sette righe, e non è in grado di fornire un link al testo italiano del documento. Non si sa di preciso che risposta abbia ricevuto il garante alla sua richiesta, negli ultimi 12 mesi. […]

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