La denuncia degli sfollati interni nella capitale della Sierra Leone
Fonte immagine: Pixnio

La denuncia di Janeba Balikabu, rappresentante delle donne del Mile Six Camp, mette in luce le condizioni estremamente critiche in cui vivono i profughi interni nella città di Freetown, la capitale della Sierra Leone.

Facciamo un passo indietro: il nome Freetown, “città libera”, affonda le sue origini nella storia coloniale della Sierra Leone. Dopo essere stata venduta da un re locale nel 1788, è diventata una colonia inglese ed è stata scelta come il Paese in cui avrebbero potuto trovare rifugio gli schiavi liberati e le popolazioni africane private della propria terra.

La Sierra Leone ha ottenuto l’indipendenza il 27 aprile del 1961, dopo aver passato più di 170 anni sotto il regime coloniale britannico. La fine del colonialismo, però, non ha portato alla fine dei disordini e delle tensioni interne. Anzi, ha segnato l’emergere di nuove problematicità legate all’affermazione di uno Stato in grado di esercitare il proprio potere, assicurare il benessere dei cittadini insieme a un’adeguata offerta dei principali servizi, amministrare la giustizia e mantenere l’ordine interno. Solo nel 1968, infatti, è stato dichiarato lo stato d’emergenza per la prima volta, per via delle difficoltà economiche e dei contrasti interni.

A 10 anni dall’indipendenza è stata proclamata la Repubblica, con capitale Freetown. Malgrado ciò, presto la Sierra Leone si è ritrovata a vivere un decennio drammatico e sanguinario a causa della guerra civile. Il conflitto – caratterizzato dallo scontro tra il governo, da una parte, e i ribelli del Fronte Unito Rivoluzionario (RUF), dall’altra – ha avuto inizio nel 1991 e si è protratto fino al 2002.

A un anno dall’inizio della guerra civile, la situazione è precipitata nel caos con il colpo di Stato effettuato da un gruppo di giovani ufficiali, capeggiati dal capitano Valentine Esegragbo Melvine Strasser. Quest’ultimo, salito al potere pochi giorni dopo aver compiuto 25 anni, è diventato il capo di Stato più giovane al mondo. I ribelli hanno approfittato dei disordini interni e hanno sfruttato sistematicamente la violenza dandosi al saccheggio delle miniere di diamanti, la più importante fonte di ricchezza del Paese e allo stesso tempo l’interesse principale alla base dei conflitti.

A causa della guerra civile e del fallimento dello Stato, milioni di sierraleonesi hanno perso la vita in una terribile strage a opera dei ribelli. In tantissimi sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni. Per placare il conflitto è stato necessario, inizialmente, l’intervento delle forze mercenarie sudafricane, gli Executive Outcomes (EO). Ma a ciò ha fatto seguito un altro colpo di Stato che ha portato al potere l’Armed Forces Revolutionary Council (AFRC), che ha conquistato la capitale unendosi al RUF. Malgrado il governo avesse dichiarato la fine della guerra, la popolazione ha continuato a subire stupri, furti e violenze.

Successivamente sono intervenute le truppe dell’ECOMOG, guidate dalla Nigeria. Si è poi aggiunta la comunità internazionale, che è riuscita a ottenere la firma dell’accordo di pace di Lomé, promuovendo un negoziato tra il governo e il RUF tramite un’azione diplomatica. Il conflitto è ricominciato nel 2000: i ribelli sono venuti meno all’accordo e non hanno rispettato il disarmo. Fondamentale è stata l’entrata in scena della Gran Bretagna che, aiutata dalle forze guineane, è riuscita a sconfiggere il RUF, segnando la conclusione ufficiale della terribile guerra nel 2002.

Mile Six Camp, gli effetti dell’assenza di un intervento da parte del governo

Sono ormai passati 20 anni dalla fine del conflitto che ha insanguinato la Sierra Leone. L’attuale situazione del Paese è la stessa che accomuna una moltitudine di Paesi africani: ricchi di risorse, continuano a soffrire a causa dell’eredità del colonialismo e delle nuove forme di neocolonialismo. Molti leader politici, inoltre, dimostrano di non essere in grado di trovare delle soluzioni alle difficoltà incontrate dalla popolazione, in contesti spesso influenzati dalla corruzione e dai favoritismi.

Il campo per sfollati interni Mile Six Camp, a una cinquantina di chilometri dalla capitale Freetown, rappresenta un esempio di cattiva gestione da parte del governo. Riprendendo le parole di Janeba Balikabu, intervistata dall’agenzia di stampa Dire, ciò che rende la situazione ancora più tragica è il fatto di non vedere «cambiamenti all’orizzonte».

Il campo è stato ideato con lo scopo di accogliere i profughi che, in seguito alle frane di fango che hanno colpito Freetown nel 2014 e nuovamente nel 2017, hanno perso tutto. Con l’ultima frana, in particolare, si sono ritrovati senza un’abitazione oltre 3 mila abitanti e più di 1.100 persone sono decedute. Ma questa non è l’unica emergenza ad aver portato alla nascita del Mile Six Camp. Tantissimi abitanti, infatti, hanno perso la propria casa per via del disboscamento che procede inesorabilmente, distruggendo le risorse naturali e provocando immensi disagi alla popolazione. Questo ha raggiunto l’apice durante la guerra civile e, negli ultimi tempi, è tornato in auge unendosi allo sfruttamento dei terreni per l’attività edilizia.

«La vita per noi profughi è terribile, i nostri bambini vivono tra mille pericoli, a partire dal cibo che è difficile da trovare e conservare, e le baracche, dove possono entrare serpenti, topi e altri animali soprattutto di notte» ha spiegato Balikabu. A Mile Six, le famiglie sono state abbandonate a loro stesse: niente letti, niente luce e acqua, le condizioni igieniche sono estremamente scarse e la mancanza di lavoro ostacola ulteriormente le donne. Si tratta di una situazione drammatica e il governo non ha ancora elaborato un progetto per aiutare le persone che vivono nel campo.

Come se non bastasse, mancano delle leggi di tutela verso l’ambiente. Per fare un esempio, solo lo scorso maggio sono stati venduti 100 ettari di spiagge e foreste pluviali alla Cina, che verranno utilizzati per costruire un porto industriale. A ciò si unisce la mancanza di leggi volte alla gestione della popolazione in continuo aumento e al corrispondente bisogno di abitazioni.

La Sierra Leone, infatti, ha un’elevatissima densità di popolazione con circa 8 milioni di abitanti che si dividono in diverse etnie (tra cui mende, temne, krio, fulani e yoruba). Negli ultimi anni la popolazione è notevolmente aumentata, in particolare per via degli esuli della guerra civile. Soprattutto nella capitale la concentrazione urbana è cresciuta, visto lo spostamento dei cittadini proveniente dalla campagna.

Per quanto riguarda la composizione ambientale dello Stato, la regione costiera è caratterizzata da spiagge, isole e paludi ed è dominata dalla pianura. Freetown si distingue per la presenza dei monti che si alzano in prossimità del mare. Mentre nell’entroterra sono numerose le foreste. Purtroppo, buona parte di queste sono state distrutte per ricavarne legname e per l’estrazione di minerali, oppure sono state sfruttate per l’agricoltura intensiva. Oggi costituiscono solamente il 5% del territorio. Anche le aree protette sono costantemente minacciate a causa dello scarso interesse da parte del governo.

L’economia della Sierra Leone si basa soprattutto sull’estrazione dei diamanti, seguiti dal ferro e dalla baussite. I primi, però, continuano a essere la risorsa fondamentale del Paese. La loro estrazione, oltre a inquinare il fiume Sewa, potrebbe arrivare presto al capolinea: secondo diverse fonti i diamanti starebbero iniziando a scarseggiare. In questo scenario, diventa sempre più necessario un intervento deciso da parte del governo, che dovrebbe riuscire a mettere in primo piano le necessità della popolazione e la tutela di un ambiente che vanta alcune delle aree più spettacolari e interessanti di tutta l’Africa occidentale.

Cindy Delfini

Classe '97, Milano. Studio scienze Politiche, Economiche e Sociali, con un forte interesse verso i diritti civili. Sono appassionata di arte nelle sue diverse forme di espressione: musica, danza, cinema, serie TV, letteratura.

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