Carlo Ancelotti non è più l’allenatore del Napoli, e solo ora sembra che a molti abbia iniziato a dispiacere. Sono bastate poco meno di due ore perché, nella serata che ha riaccolto al San Paolo Marek Hamsik ed Edi Reja, il 4-0 al Genk e la qualificazione matematica agli ottavi di Champions League si trasformassero nell’esonero dell’allenatore.

Sono le 23.38 e il tecnico brianzolo ha da poco lasciato la conferenza del post partita, lasciando intendere che l’indomani lo attende un incontro con la società per valutare il futuro del Napoli. Intanto il mister è stato chiaro: “Non l’ho mai fatto in carriera e non lo farò nemmeno adesso”. Ovviamente parla delle dimissioni, che più che essere dovute (o addirittura necessarie secondo qualcuno) sono inevitabilmente un punto interrogativo che attanaglia molti, viste le numerose fonti che danno Gennaro Gattuso praticamente già pronto a sostituirlo. Finalmente un buon titolo da prima pagina: una dichiarazione onesta di una persona onesta. Sono ancora le 23.38 e, da pochi secondi, prima che si concluda una delle rare belle giornate che il calcio vive dalle parti di Napoli ultimamente, un comunicato su Twitter ha anticipato i tempi e comunicato l’esonero.

L’abbraccio dopo Napoli-Genk tra Ancelotti e Callejon, che con le ultime partite non giocate sembrava già ai margini della squadra

Ebbene, è così che si conclude la storia di Carlo Ancelotti a Napoli. Un trascorso intenso seppur breve, che ha raggiunto amaramente il capolinea nel modo che nessuno avrebbe mai auspicato, a partire dai suoi stessi calciatori. Sono molti, infatti, i messaggi di stima e gli encomi che i giocatori stanno indirizzando al loro ex tecnico in queste ore (non ci ricordiamo di qualcosa del genere con Sarri); decisamente troppi perché possano trovare sfogo in un normale contesto professionale o addirittura giustificare eventuali attriti reciproci, rispetto a cui sappiamo che sono state avanzate teorie a tratti imbarazzanti pur di indirizzare le responsabilità da qualche parte.

La notte di Salisburgo (e l’ormai celebre ammutinamento) è lontana quasi due mesi, e non per questo si può dire che le parti in gioco ci siano passate sopra a cuor leggero, a partire innanzitutto dalla tifoseria e dalla disaffezione che un tale comportamento ha creato agli occhi della gente. Senza fare dietrologie, comunque, né tantomeno ricostruzioni che tentino di portare alla luce un casus belli (che c’è stato, pare, nel confronto con Edoardo De Laurentiis su tutti), non si può negare che ciò che è accaduto ha tirato un grosso sgambetto al Napoli e ad Ancelotti stesso, il quale a conti fatti pare non abbia potuto ricucire lo strappo che si è venuto a creare tra società (o parte della) e spogliatoio (o parte dello).

Uno dei primi, Kostas Manolas, che saluta così mister Ancelotti (sotto gli occhi di Bruno Conti). La naturalezza e gli errori di ortografia lo rendono ancora più vero.

Al momento, del resto, mentre questo articolo viene scritto, è ancora in atto la risoluzione dei provvedimenti disciplinari che Aurelio De Laurentiis ha imposto ai calciatori. In più, si aggiungono le trattative per i rinnovi di Mertens e Callejon, che a tal proposito sono diventati un caso fin già dall’estate, tanto che lo stesso ADL, senza molti peli sulla lingua, in un’intervista li invitava non molto garbatamente a prendersi il diritto di “un anno di m*rda da passare in Cina“.

Ad ogni modo, a spegnere ogni possibile risentimento (che col senno del poi potrebbe esserci stato) e cercare di caricare la squadra in vista di un probabile ultimo campionato (almeno per i più longevi), era stato lo stesso Carlo Ancelotti. A inizio anno, infatti, definiva il mercato del Napoli “da 10”, pur senza il giocatore (James) che più di altri sarebbe potuto intervenire, in mancanza di un regista arretrato, a risolvere il vizio delle migliaia di allenatori-tifosi che la pensavano lunga nell’uso di un 4-3-3 praticamente senza interpreti (soprattutto per quantità). Ad oggi, invece, non sembra strano restare dell’impressione che le responsabilità che sono cadute su Ancelotti siano figlie di una o più bambinate, che hanno passato al mister delle pressioni che pensiamo troppo più alte che quelle che un solo problema tattico e di interpretazione dei ruoli avrebbero potuto interessarlo.

Diciamo che della storia di Carlo Ancelotti al Napoli non si può aggiungere molto altro che non siano note unicamente positive, e che anche se solo per un anno hanno contribuito molto a tenere vivo l’appeal della società e dei suoi giocatori in Italia e in Europa, tanto da finire per attirarne degli altri e lasciare che i propri continuassero a vestire la maglia azzurra. Un merito, questo, che in poco tempo in molti hanno saputo trasformare in una colpa, rimanendo dell’idea che la società possa facilmente perdere un certo potere “contrattuale” sulla motivazione degli atleti.

Anche Arek Milik, dopo essersi portato a casa il pallone della tripletta contro il Genk, ha deciso di usare i suoi social per Carlo Ancelotti.

Carlo Ancelotti ha dato smalto al Napoli e ha saputo sistematicamente renderlo protagonista in Champions League, anche direttamente al cospetto dell’undici campione d’Europa. Dopo un 2-0 da incorniciare in Napoli-Liverpool, lo stesso Jurgen Klopp esaltava l’11 di Ancelotti dicendo che “questo Napoli può vincere la Champions League”. Al Parco dei Principi, solo un anno fa, un colpo di classe di Angel Di Maria negava allo stesso 11 di vincere davanti al pubblico di Neymar e Mbappé. Quest’anno Hirving Lozano ha preso di diritto il posto nella hall of fame degli acquisti più costosi nella storia della società, e non è un caso che l’ultimo “folle” acquisto (anche se a meno di 40 mln) fu Gonzalo Higuaín dal Real Madrid, che pure allora portava la garanzia di un allenatore di spessore come Rafa Benitez.

Fernando Llorente con dedica speciale ad Ancelotti

In campionato, invece, al primo anno Carlo Ancelotti ha centrato un importantissimo secondo posto, e lo ha fatto cambiando gradualmente impostazione rispetto a Sarri, senza adottare in ogni caso stravolgimenti che non fossero già la naturale evoluzione di alcuni giocatori. Ne sono un esempio lo stesso Hamsik, ma anche Callejon e Insigne, con quest’ultimo che ha purtroppo alternato spesso la qualità delle sue giocate (con e senza la palla), dimostrando che dalle sue prestazioni possano dipendere il bene e il male di questa squadra.

Con Ancelotti, il Napoli ha raggiunto da poco gli ottavi di Champions League, e lo ha fatto per la quarta volta nella sua storia (3 su 4 nell’era De Laurentiis), con un organico corto e non sempre al pieno fisico e mentale dei suoi interpreti maggiori (Allan, Milik, Koulibaly, o Ghoulam). Ma ciò non è bastato, come non è parso necessario in tutto questo il rapporto (buono) che si è creato tra allenatore e giocatori, al pari di quello tra allenatore e società. Cos’è che allora ha accompagnato Ancelotti pian piano alla porta non possono essere solo i risultati, il gioco (su cui ha la sua parte di responsabilità) o solo gli screzi con qualche singolo, ma l’impossibilità di riprendere per i capelli una squadra che si è lasciata andare alle conseguenze dei suoi stessi comportamenti.

Congedare uno come Ancelotti non è stata una cosa banale, e che a farlo siano state le conseguenze di una probabile scaramuccia non può che lasciare l’amaro in bocca.

Nicola Puca

Fonte immagine in evidenza: inews24

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