Indigene
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Sulla Calle 40 di San José del Guaviare, città colombiana sorta ai piedi del fiume Guaviare, un cartello ricorda a chi lo osserva che l’esecuzione di stupro ai danni di bambine minorenni rappresenta un reato. Non è un caso che l’avviso sia stato posto proprio in quel punto e proprio in quel Dipartimento: a San José viene registrato il più alto numero di produzione di cocaina e di commissione di episodi di abusi sessuali ai danni di ragazze indigene.

La legge della selva spiega le condizioni delle bambine indigene

Nel reportage sul campo La ley de la selva – La legge della selva – Gerardo Reyes, giornalista colombiano e direttore della sezione investigativa del network statunitense Univision, offre uno sguardo sulle condizioni nelle quali sono costrette a vivere in Colombia le comunità indigene. 

L’analisi più allarmante di cui Reyes si è fatto portavoce è stata anticipata dallo stesso via Twitter, dove l’11 dicembre 2022 scriveva: «En Guaviare, Colombia, a las tribus indígenas les tumbaron la selva de la que vivían. Cuando las niñas salen a pedir comida, civiles y militares abusan sexualmente de ellas a cambio de limosnas o de una dosis de pegante que usan para ahuyentar el hambre». Secondo l’indagine investigativa, molteplici sono i casi di bambine indigene con un’età compresa tra i sette e i quindici anni che quotidianamente sono vittime di sevizie e abusi sessuali per mano di civili e soldati: ogni settimana si registra un numero pari a quattro denunce di violenze, che il più delle volte culminano in episodi di gravidanza. 

Il caso Yuliana Andrea Samboni

Ancor prima delle dichiarazioni annunciate da Reyes, la popolazione colombiana si mostrò pubblicamente preoccupata di quanto si stesse verificando nei propri territori. Nel 2016, infatti, a seguito della morte di una bambina indigena di sette anni molte e molti furono le donne e gli uomini che manifestarono contro l’incapacità del proprio governo di fermare tali atrocità. Il volto e il nome che motivarono le proteste dell’epoca fu quello di Yuliana Andrea Samboni, bambina indigena appartenente al gruppo yanacona e figlia di una famiglia precedentemente fuggita alle sofferenze della guerra civile. Il suo corpo venne ritrovato nell’appartamento di un architetto trentottenne situato nel quartiere benestante di Chapinero: su di lei segni di torture e violenze sessuali; nei confronti del presunto assassino l’accusa di femminicidio aggravato, sequestro di persona – Yuliana venne rapita e costretta a salire su un suv grigio –, torture e violenza sessuale.

I dati raccolti

Stando ad una raccolta di dati effettuata dalla squadra giornalistica del quotidiano britannico online The Independent, in Colombia ogni giorno 40 bambine e bambini subiscono comportamenti aggressivi. E secondo il rapporto 2016 Human Rights Watch, non vengono disposte pene esemplari contro gli artefici di tali sofferenze e cure adeguate nei confronti delle vittime stesse, molte delle quali appartenenti alla comunità indigena Nukak Makúk, in via di estinzione a seguito del contatto, avvenuto nel 1988, con la civilizzazione moderna. Spesso le bambine indigene vengono seviziate per giorni e costrette a rimanere senza cibo: è stato il caso di una ragazza indigena di 15 anni, rapita da un gruppo di soldati a Charras nel 2019 e da loro violentata ripetutamente per ben quattro giorni.

La rivendicazione di virilità per spiegare la violenza sulle bambine indigene

In rispetto della legge colombiana secondo cui il popolo dei Nukak Makúk è formato da una massa di sfollati interni, vengono praticate minacce ed eseguiti stupri. Storicamente la messa in atto sistematica di comportamenti aggressivi ai danni di un popolo tradizionalmente ritenuto estraneo alla propria Nazione ha costituito uno strumento attraverso il quale fornire dimostrazione di virilità, in una dimensione socio-politica nella quale con il termine virile si faceva riferimento alla capacità degli uomini di esercitare la forza. Quindi il rispetto dell’onore virile nazionale ha permesso non soltanto l’attuazione di comportamenti violenti, ma anche un clima di accettazione generale degli stessi.

Le ingiustizie non sono solo sessuali

Ma le ingiustizie che le popolazioni indigene sono costrette a subire non vengono applicate unicamente all’interno della sfera sessuale: è il 2022 e lungo la via nazionale Funza-Siberia, nelle vicinanze del parco La Florida in cui vivono gruppi di famiglie autoctone, un camion municipale per la raccolta dei rifiuti travolse e uccise Ermilda Tunay Situa, donna indigena trentaseienne in stato di gravidanza, e sua figlia Sara Camila Garcìa Tunay, bambina di un anno e nove mesi. L’autista del mezzo che immediatamente dopo i fatti subì un linciaggio pubblico, morì in ospedale. 

Le tragiche morti di Ermilda e di Sara sembrerebbero essere la conseguenza della totale indifferenza del governo alla possibilità di concedere alle tribù autoctone un ricollocamento che rispecchi i principi umanitari. 

Gas lacrimogeni per fermare le proteste della popolazione

Tuttavia, le violenze si verificano spesso anche nel pieno di ribellioni politico-sociali. Il caso più emblematico si verificò nel 2021, quando a seguito della decisione dell’allora Presidente colombiano Iván Duque Márquez di istituire forme neoliberiste in un Paese popolato in gran parte da donne e uomini in condizioni di povertà, gruppi di manifestanti scelsero di avviare una protesta, in risposta alla quale Duque chiese all’esercito un intervento. Seguirono ferimenti, arresti arbitrari, attivazione di gas lacrimogeni, stupri, violenze, decessi di donne e uomini i cui corpi vennero poi gettati all’interno di fosse comuni.

Le conseguenze di una vita in cattività

È un linguaggio rabbioso e classista quello su cui si sono fondate, nel corso degli anni, le relazioni tra concittadini e popoli indigeni, dove i soprusi e le privazioni di diritti hanno avuto la meglio su personalità tradizionalmente riconosciute come minoranze. Ma è del 3 marzo scorso la notizia, divulgata via Twitter dal neoeletto Presidente colombiano Gustavo Petro, della liberazione, facilitata dall’intervento del governo, di funzionari petroliferi e membri delle forze di polizia tenuti in ostaggio per poco più di 24 ore da gruppi di manifestanti. La sommossa, sviluppatasi a Los Pozos, un centro a sud della Colombia, è nata dall’esigenza delle popolazioni indigene di vedere lo sviluppo di infrastrutture stradali. 

Stando a quanto riportato dalle fonti del governo, il quale si dice intenzionato a dialogare, i poliziotti e gli impiegati rapiti sono stati trattenuti in ottimo stato, ricevendo l’adeguata alimentazione

È possibile, in conclusione, poter asserire che le condizioni di cattività nelle quali sono nate e cresciute le popolazioni autoctone siano state la forza motrice di tale avvenimento e che sebbene il governo attuale si renda disponibile ad ascoltare le necessità anche dei gruppi più a rischio della società, il percorso per dimenticare e perdonare anni di abusi e privazioni è ancora molto lungo. 

Arianna Lombardozzi

Da sempre appassionata di informazione e tematiche sociali e cresciuta coltivando il desiderio di dare voce a coloro che non ne hanno, studio Strategie culturali per la cooperazione e lo sviluppo dopo il conseguimento di una laurea triennale in Scienze della Comunicazione.

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