Colombia, continua la repressione delle proteste contro Duque
Fonte: Jacobin América Latina

A più di un mese dall’inizio delle proteste contro il governo del presidente Duque, in Colombia la brutale repressione delle forze di polizia non cessa. Nel paese martoriato dalla pandemia e dalla crisi sociale, all’orizzonte non sembra prospettarsi alcuna via d’uscita.

La riforma fiscale, la miccia delle proteste

Tutto è cominciato il 28 aprile, quando i sindacati hanno indetto un paro nacional (sciopero nazionale) in opposizione al progetto di riforma fiscale voluta dal governo del presidente Duque. La riforma prevedeva l’imposizione dell’IVA su prodotti di prima necessità, l’estensione delle imposte sui redditi medio-bassi, sulle pensioni e i funerali. Insieme ad altre misure, il nuovo schema impositivo andava a gravare maggiormente sulla classe media colombiana (che guadagna 100-780 € al mese). A nulla sono valsi gli elementi più “progressisti” della riforma, come i circa 5 mln € di gettito per finanziare un programma di sostegno al reddito per i più poveri.

Il complesso delle misure volute da Duque era regressiva, non toccava le tasse sulle imprese e sui più abbienti ma scaricava il peso su una classe media lavoratrice sempre più impoverita dalla pandemia e dall’insicurezza economica. Infatti, secondo il Dipartimento nazionale di Statistica, nel 2020 in Colombia ben 3 milioni e mezzo di persone sono entrate in povertà, la disoccupazione è salita al 15% e il tasso di povertà ha raggiunto il 42%. Di fronte a questa situazione socio-economica, non stupisce che le classi medie siano scese in piazza.

La Colombia è il terzo paese dell’America latina per demografia (51 milioni di abitanti) e quarto paese per PIL assoluto. A dimostrazione del potenziale economico del paese, l’anno scorso la Colombia è diventato il 37° membro dell’OCSE. Prima del 2020, con una caduta del PIL del 7% dovuta alla pandemia, il paese aveva registrato un solo anno di recessione, negli anni ’30, nonostante un conflitto armato intestino in corso da quasi 60 anni con le formazioni guerrigliere (FARC e ELN). Oggi, con oltre 88mila decessi, è tra i paesi più colpiti dal coronavirus, in America Latina e nel mondo.

Le richieste dei manifestanti sono radicate dunque in questo contesto socio-economico con alti livelli di disuguaglianza. Molti sostengono l’introduzione di un reddito di base universale, gli studenti rivendicano un’istruzione universitaria accessibile a tutti e la base sociale delle proteste si è presto allargata a movimenti femministi, indigeni e contadini, aprendo il Vaso di Pandora in tutto il paese.

Manifestazione del Primo Maggio a Cali, dove si canta La Vamo a Tumbar (La Reforma), “abbatteremo la riforma”

Dopo giorni di scontri Duque ha ritirato la riforma il 2 maggio scorso, mentre il ministro delle finanze si è dimesso nella speranza di placare definitivamente le proteste. Ma la vittoria non ha fermato i manifestanti, ormai in sciopero ad oltranza: la dimostrazione di piazza contro la riforma tributaria è velocemente diventata la mobilitazione più partecipata ed estesa della storia del paese, mettendo in discussione il modello politico-economico e dimostrando come le ragioni del malcontento siano più profonde.

In un mese, i manifestanti hanno ottenuto la rinuncia da parte del governo al pacchetto di riforme sulle pensioni e sulla sanità, che avrebbero approfondito la privatizzazione dei servizi; rivendicano una riforma della polizia e giustizia per gli abusi; richiedono l’applicazione integrale e incondizionata degli Accordi di Pace del 2016 tra il governo e le FARC, mentre Duque, completamente disconnesso dalla realtà dei cittadini, è il presidente più impopolare della storia colombiana.

La repressione della polizia e la violazione dei diritti umani

Colombia proteste Duque
La Primera Linea, studenti dotati di scudi per proteggere i cortei dagli scontri con la polizia, a Cali, il 3 maggio. Fonte: Il Post – AP Photo/Andres Gonzalez

L’impopolarità è conseguenza della brutale repressione delle proteste da parte delle forze di polizia, soprattutto dell’ESMAD (la squadra mobile anti-sommossa), in un clima di totale impunità. Una violenza che non sembra cessare a Bogotá, a Medellín e soprattuto a Cali, epicentro della mobilitazione. Il governo ha imputato le violenze a elementi infiltrati legati alle formazioni guerrigliere e ai vandali, ma questa versione risulta ampiamente smentita dai tantissimi video circolanti sui social network, visibili sotto l’hashtag #SOSColombia: alle manifestazioni pacifiche Duque ha saputo rispondere solo con la repressione.

Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno raccolto resoconti sull’agire della polizia colombiana, denunciando l’esistenza di fosse comuni, sparizioni forzate (desaparecidos), esecuzioni extragiudiziali, centri di detenzione clandestini e la presenza di civili armati contro i manifestanti: «le dinamiche repressive si sono fatte più sofisticate in questi quasi 25 giorni con la pretesa sempre maggiore di evitare che sia identificabile la responsabilità della polizia in operazioni di tipo paramilitare ed evidentemente criminali». Dopo cinque settimane di proteste, si sono registrati 59 morti, 866 feriti, 346 desaparecidos, 2.152 detenzioni e 22 casi di violenza sessuale da parte delle forze di sicurezza.

Gettando benzina sul fuoco, il 28 maggio Duque ha decretato l’assistenza militare in 8 dipartimenti e 13 città del paese, con circa 7.000 effettivi solo a Cali. L’assistenza militare prevede che, in coordinamento con l’esercito e la polizia, i rappresentanti politici dei territori prendano le misure necessarie per rimuovere i blocchi stradali (principale strumento di pressione dei manifestanti), ma alcuni di questi hanno già annunciato che preferiscono il dialogo all’azione militare. Questo dispiegamento spropositato di forze potrebbe mascherare lo stato di commozione interiore, misura di emergenza che trasferisce il potere ai militari sospendendo le libertà democratiche previste dalla Costituzione.

La militarizzazione è figlia della più alta spesa militare dopo il Brasile in Sudamerica, diretta eredità del conflitto armato e dello status come partner fondamentale degli USA per la lotta al narcotraffico. La concezione autoritaria e militarizzata dello Stato è inoltre il cuore del pensiero dell’ex-presidente Álvaro Uribe, mentore di Duque, che ha mantenuto una certa egemonia negli ultimi vent’anni: la completa inversione di ruoli tra polizia ed esercito e le molteplici forme di violenza hanno trasformato di fatto la Colombia in una macchina da guerra. Ad esempio, Duque non ha mai applicato gli Accordi di Pace del 2016 e da anni si registra un altissimo numero di omicidi di attivisti per i diritti umani.

Il governo italiano, a quasi un anno dalla morte di Mario Paciolla in circostanze opache, risulta non pervenuto. La pressione internazionale si fa però più palpabile. L’ONU e l’UE hanno condannato l’uso eccessivo della forza contro i manifestanti mentre Michelle Bachelet, Alta Commissaria ONU per i diritti umani, ha esortato un’inchiesta indipendente sulla repressione delle forze di polizia, così come anche gli Stati Uniti. Amnesty International ha indirizzato una lettera aperta agli Stati membri dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) affinché condannino le violazioni dei diritti umani e i crimini di lesa umanità della polizia.

La Corte Interamericana per i Diritti Umani (CIDH) ha più volte sollecitato al governo Duque l’autorizzazione alla visita del paese, prima negata e finalmente ottenuta: tra l’8 e il 10 giugno la CIDH si riunirà con autorità, sindacati e movimenti sociali e «cercherà di ascoltare le vittime di violazioni dei diritti umani e le loro famiglie per ricevere le loro testimonianze, denunce e comunicazioni».

La Colombia come il Cile?

Colombia, Duque proteste
Se un popolo protesta e marcia in mezzo a una pandemia, è perché il governo è più pericoloso del virus. Fonte: Jacobin América Latina

In questo caos cangiante si delineano alcuni scenari possibili che delineano il futuro della Colombia: la soluzione negoziata, interregnum fino alle elezioni, lo scenario autoritario e il pareggio catastrofico.

Duque ha aperto il dialogo con il Comitato dello sciopero, che riunisce organizzazioni sindacali, sociali e studentesche, ma che non rappresenta tutti i settori mobilitati. Come condizione preliminare Duque chiede la fine dei blocchi stradali, una richiesta difficile da soddisfare. Il presidente ha escluso inoltre lo smantellamento dell’ESMAD, tra le principali richieste dei manifestanti, e non sembra aver ascoltato il suo predecessore Santos, Premio Nobel per la Pace nel 2016, che ha sollecitato il governo a riconoscere gli abusi della polizia per disattivare la crisi. Il governo non sembra affatto disposto a trattare, con il risultato che i colloqui sono in stallo. Criminalizzando e reprimendo i manifestanti, Duque alimenta la rabbia delle manifestazioni e punta al logoramento per sottrarre consenso alla mobilitazione.

Il costo politico della strategia, pare tuttavia alto per Duque. Le proteste hanno alimentato le divisioni all’interno del suo partito (Centro democratico) e hanno indebolito un governo già fragile. La debolezza di Duque è aggravata dall’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2022, a cui non potrà ripresentarsi per il vincolo di un solo mandato. Così, i partiti minano le iniziative di dialogo con i manifestanti e non lo sostengono, per non pregiudicare le loro chances alle urne. Alle elezioni è molto probabile una vittoria dell’opposizione di Gustavo Petro, già candidato nel 2018. Ma l’escalation di violenze, sintomo profondo di erosione democratica, può aprire la strada in Colombia a uno scenario autoritario fin troppo comune in America Latina.

Infine, probabile è il pareggio catastrofico, concetto elaborato dall’ex-vice presidente della Bolivia Álvaro García Linera. Il pareggio catastrofico è una tappa della crisi dello Stato, dove vi è lo scontro tra due progetti politici nazionali e tra due blocchi sociali, quello dominante e quello in ascesa, una paralisi dell’autorità statale e l’irrisolvibilità di questa paralisi. Questa situazione può durare molto tempo, ma all’orizzonte si presenterà la possibilità di uscita dallo stallo.

Forse le manifestazioni possono essere l’inizio di un processo costituente come in Cile, ma è difficile dirlo: la crisi in Colombia non passa per una riforma costituzionale, ma per un rielaborazione integrale del contratto sociale. Certo è che di fronte alla repressione come unica risposta dello Stato, la popolazione colombiana sta scendendo in strada ogni giorno, determinata e incrollabile, cercando una via d’uscita dall’impasse.

Augusto Heras

Greenpeace

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