Chernobyl: nessun aumento di mutazioni genetiche nei figli dei sopravvissuti
Foto di Wendelin Jacober da Pexels

Il 26 aprile 1986 alle ore 01.23, l’esplosione di uno dei quattro reattori RBMK di Chernobyl allarmò il mondo circa l’utilizzo delle centrali nucleari per la produzione di energia elettrica a fini civili. Ai difetti di progettazione della centrale si sommarono le evidenti lacune di gestione di quest’ultima da parte del personale incaricato. Un mix di incompetenza letteralmente esplosivo. Sono passati trentacinque anni dal disastroso incidente. Trentacinque anni di dibattiti offuscati dai tragici effetti di un singolo incidente che, per quanto grave, ha finito per influenzare definitivamente e in maniera negativa ogni possibile discussione costruttiva su una reale ed efficace alternativa ai combustibili fossili. Sulle funeste conseguenze del disastro di Chernobyl hanno marciato per anni forze politiche di tutte gli schieramenti trovando facili consensi nella comprensibile paura dell’opinione pubblica, quest’ultima non adeguatamente informata sulla realtà dei fatti. Come sempre la scienza può aiutarci nella comprensione degli accadimenti, delle ripercussioni ambientali e degli effetti negativi per la salute umana. Proprio su questi ultimi si concentra un nuovo studio pubblicato su Science, un report che risponde a un quesito trentennale: l’esplosione del reattore di Chernobyl ha portato a un aumento delle mutazioni genetiche nei figli dei sopravvissuti?

Nucleare: cause ed effetti

L’idea secondo cui le radiazioni provenienti dal disastro di Chernobyl possano aver avuto gravi effetti sulla prole dei sopravvissuti, tra cui mutazioni genetiche de novo, è stata per lungo tempo oggetto di ricerche scientifiche e di discussioni politiche sulla convenienza degli investimenti nelle centrali nucleari. Un pensiero raccapricciante che ha inevitabilmente influenzato l’opinione dei cittadini europei sull’energia atomica. Esempio lampante di tale rifiuto fu il referendum italiano del 1987, prima storica consultazione popolare sul tema, che vide più del 70% degli aventi diritto al voto pronunciarsi a sfavore delle compensazioni agli enti locali che ospitavano centrali nucleari e a favore del divieto all’Enel, a quei tempi azienda statale, di investire in progetti nucleari esteri.

La ferita mai completamente rimarginata del disastro di Chernobyl fu riaperta dagli accadimenti della centrale di Fukushima che, appena tre mesi prima del referendum italiano, fu colpita dallo tsunami più potente mai misurato in Giappone. A ventiquattro anni di distanza fu il referendum del giugno 2011 a chiudere definitivamente le porte italiane alle centrali nucleari. Dieci anni sono passati ormai da quel 13 giugno, giorno in cui il Viminale certificò il raggiungimento del quorum per tutti e quattro i quesiti contenuti nella massima consultazione elettorale, tra cui il terzo, riguardante l’«abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio di energia elettrica nucleare», che vide il 95% degli votanti dire definitivamente no al nucleare.

Seppur determinati da cause totalmente diverse (Chernobyl/ incompetenza umana – Fukushima/ evento naturale), l’opinione pubblica mondiale fu influenzata alla stessa identica maniera. Tutti i dubbi che venticinque anni prima nacquero dall’evento ucraino, s’insidiarono nuovamente e con maggiore forza nelle menti dei cittadini di tutti i Paesi dopo il disastro giapponese. Conviene continuare a investire nel nucleare? A quale prezzo? Cosa accadrà alle vittime degli incidenti? Quali le conseguenze per la salute e per l’ambiente?

Il disastro di Chernobyl e le mutazioni genetiche

L’esposizione alle radiazioni ha favorito la comparsa di mutazioni genetiche nei figli dei sopravvissuti di Chernobyl? È la domanda a cui hanno provato a dare una risposta i team di ricercatori guidati da Dimitry Bazyka, direttore generale dell’Ukraine National Research Center for Radiation Medicine, e da Stephen Chanock, direttore della Divisione di epidemiologia e genetica del cancro dell’US National Cancer Institute.

Secondo il rapporto “L’eredità di Chernobyl: impatto sanitario, ambientale e socio-economico” del Chernobyl Forum, «A metà del 2005 meno di 50 decessi sono stati direttamente attribuiti agli effetti radioattivi. Si tratta in quasi tutti i casi di membri delle squadre di emergenza (altamente esposti). Molti sono morti nell’arco di pochi mesi, altri sono sopravvissuti fino al 2004». Tuttavia, molte altre persone furono esposte ai radionuclidi scaricati nell’atmosfera a causa dell’esplosione del reattore n°4. A cinque anni dall’incidente gli effetti di tale esposizione si manifestarono in patologie gravi quali il cancro alla tiroide nei bambini e negli adolescenti, la leucemia e varie malattie cardiovascolari. La preoccupazione maggiore per i ricercatori risiedeva nelle possibili mutazioni de novo (DNM) trasmesse dai genitori esposti ai radionuclidi ai figli e quindi alle generazioni successive.

Il recente studio “Lack of transgenerational effects of ionizing radiation exposure from the Chernobyl accident“, pubblicato sulla rivista scientifica Science, ha dissipato queste preoccupazioni. Sequenziando i genomi, l’insieme del patrimonio genetico che caratterizza ogni organismo vivente, di 105 genitori e 130 bambini nati tra il 1987 e il 2002, gli scienziati hanno potuto accertare che il numero di mutazioni genetiche de novo (DNM) nei soggetti analizzati, coinvolti direttamente e indirettamente nel disastro di Chernobyl, non è superiore a quelli presenti nella popolazione generale. «Non troviamo alcun aumento dei DNM totali indipendentemente dall’esposizione cumulativa alle radiazioni ionizzanti e concludiamo su questa esposizione gamma, mancano prove di un effetto sostanziale sui DNM della linea germinale negli esseri umani, suggerendo un impatto minimo sulla salute delle generazioni successive» si legge nello studio.

La ricerca rappresenta una risposta rassicurante anche per gli abitanti dei centri urbani situati nei pressi della centrale di Fukushima, aree contaminate dal meltdown del 2011. Secondo Stephen Chanock «Se c’è una mutazione dannosa, si tratterà di un evento raro. Non significa che non possa accadere ma non la consideriamo una questione di emergenza sanitaria pubblica. Riteniamo che i risultati siano rassicuranti».

Marco Pisano

Greenpeace

Sono Marco, un quasi trentenne appassionato di musica, lettura e agricoltura. Da tre e più anni mi occupo di difesa ambientale e, grazie a Libero Pensiero, torno a parlarne nello spazio concessomi. Anch'io come Andy Warhol "Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare". Pace interiore!

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