lacrime
lacrime

Il secolo dei Lumi è stato indubbiamente un periodo di importanti novità a livello politico, scientifico e sociale. Un concetto, più di tutti, non senza connessioni con le lacrime, trova piena affermazione in questo terreno di riforme: il piacere. Il ‘700 costituisce il secolo in cui il libertinismo passa ad indicare una pratica incline al piacere sessuale, ma non solo. In questo periodo, letterati e musicisti riscoprono il valore e le valenze delle lacrime. Dall’esperienza del romanzo epistolare di Richardson ad ora, il pianto è stato un dono per i protagonisti e i loro sentimenti per esprimersi liberamente, ma la parabola lacrimosa sale al punto da sconfinare in esperienze propriamente erotiche.

In questo contesto nasce l’opera «maledetta» del marchese Donatien-Alphonse François de Sade (1740-1814), improntata su comportamenti sessuali trasgressivi e perversi, quelli che saranno chiamati dal suo nome “sadici”, oltre che su scene di esplicita violenza e sui temi filosofici della ricerca del piacere.  Le lacrime si ammantano di una veste erotica e sensuale, e nell’opera di Sade arrivano ad essere parte integrante di una dissolutezza disinibita e malvagia. Le lacrime come strumento di seduzione hanno alle spalle una lunga tradizione a partire dalle commedie di Plauto, Terenzio, passando per gli scritti di Giovenale, Marziale e Ovidio, ma nell’opera del Marchese de Sade arrivano, probabilmente, a raggiungere il massimo della loro salatura erotica. Tra le opere dell’autore ricordiamo: “Le 120 giornate di Sodoma” e “Justine, o le disavventure della virtù”.

Il romanzo di “Justine” ricorda per certi versi la “Pamela o la virtù premiata” di Richardson come si può evincere sin dal titolo. La virtù e il tentativo di difenderla costituiscono l’argomento principale delle due opere ma con differenti risultati. Pamela riesce nel suo intento supportata dalla forza delle lacrime con cui riesce a piegare il suo corteggiatore e ad essere ricompensata con un evidente avanzamento sociale: è il trionfo della virtù. Anche la vita di Justine è cosparsa di lacrime che invocano pietà, ma saranno proprio quei liquidi pietistici a condurla in balia delle perversioni dei suoi attentatori che nel vederla soffrire traggono il maggior piacere: è il trionfo del vizio. Le protagoniste del romanzo sadico sono Justine, 12 anni, e Juliette, 15 anni. Si tratta di due sorelle, figlie di un ricco banchiere di Parigi. Non mancavano di nulla fino al giorno in cui il padre dichiara fallimento e muore di dispiacere, seguito dalla madre un mese più tardi. Si trovano in uno solo colpo senza alcun bene, e devono cavarsela da sole per sopravvivere. Juliette non esita a prostituirsi e a commettere molti crimini, anche infanticidi. Raggiunge il suo scopo con successo e diventa la signora contessa di Lorsange. Justine è l’esatto pendant della sorella, è di un carattere malinconico, tenero, sensibile, ingenuo e candido. Justine, invano, tenterà dunque di uscire dalle difficoltà con mezzi onesti per tutta la durata del romanzo, ma il suo comportamento virtuoso la fa cadere sistematicamente nelle trappole più viziose dei libertini anche quando si ritira in convento, dove resta vittima di violente orge. È la vittoria del male sul bene. Le avventure si susseguono di disgrazia in disgrazia. Tutte le volte che Justine manifesta fiducia verso il prossimo e ingenuità verso le situazioni viene ricompensata con la cattiveria umana. Nella sua aspirazione verso una vita migliore, all’eroina non resta che uno sgorgare continuo di lacrime, soprattutto di dolore, tante quanti sono i personaggi che incontra e che brutalmente tentano di assediare la sua virtù. Per una fanciulla come Justine che vive in un mondo diviso tra ricchi e poveri, forti e deboli, non c’è alternativa se non l’adeguamento al male che domina il mondo o sarà la sua fine. Ma la fanciulla rifiuta e nemmeno le lacrime possono addolcire il cuore dei libertini. Per la sventurata, piangere è l’epifania di un immenso dolore, un tentativo di impietosire l’altro., ma ogni residuo pietistico delle lacrime è annullato per caricarsi, al contrario, di un fuoco erotico che infiamma il suo attentatore e probabilmente lo stesso Marchese de Sade.

Lo stesso avverrà nell’altra opera del divin Marchese: “Le 120 giornate di Sodoma, ovvero La scuola di libertinaggio”. Le donne rinchiuse nel castello di Silling invano ricorrono alle lacrime come le uniche armi di cui dispongono per non subire le perversioni dei propri attentatori ma il tutto si risolve nell’ esatto opposto. In quella foresta nera, le lacrime si caricano dello stesso colore e subiscono la più triste metamorfosi. Da dono, il pianto diventa una condanna per le vittime sessuali. I personaggi di Sade, dunque, sembrano essere affetti da dacrifilia.  Si tratta di una parafilia che consiste nel provare piacere sessuale nel vedere un soggetto piangere. Indubbiamente ciò che desta il piacere dei personaggi è vedere una subordinazione espressa dalle lacrime di chi, contro voglia, entra a far parte del gioco sadico e che, allo stesso tempo. riflette una gerarchia sociale del tempo. A questo punto verrebbe da chiedersi quale sia la ragione di una così cospicua presenza del male. La risposta è nella prospettiva filosofica e personale di Sade, che, materialista ed ateo, crede esclusivamente alla legge naturale del forte che ha la meglio sul debole. Nella prospettiva del Marchese de Sade, quindi, manca Dio, manca la spiritualità, manca la forza dell’illusione e di conseguenza cedono la moralità, la pietà e la virtù, inutile da difende in un mondo ridotto alla fisicità e all’istinto.

Alessio Arvonio

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui