Carne coltivata: dal laboratorio al piatto in tavola, evitando la stalla
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Il 5 agosto 2013, durante una conferenza stampa a Londra, nacque e venne consumato il primo hamburger al mondo prodotto in laboratorio. Da allora in avanti la carne coltivata fu presentata come nuova frontiera alimentare in fatto di sostenibilità, date le caratteristiche che rendono questo alimento rispettosi del benessere degli animali e meno inquinante rispetto alla carne derivante dagli allevamenti intensivi. Essa sta così venendo promossa come valida alternativa per tutti quei consumatori che vogliono comportarsi in modo più responsabile, ma che al contempo non hanno intenzione di privarsi dei prodotti di origine animale.

Dal laboratorio alla fabbrica

I consumatori stanno alimentando l’interesse per la cosiddetta carne pulita. Tuttavia la carne coltivata rimane un progetto in parte ambizioso, a causa degli alti costi che impediscono la sua diffusione su larga scala. Per farsi un idea, il primo l’hamburger sintetico che è stato creato dal professor Mark Post per l’azienda olandese di tecnologia alimentare Mosa Meat e finanziato dal co-fondatore di Google Sergey Brin, è costato circa €250.000. Nonostante rimanga ancora elevato, nel corso degli anni il prezzo è stato drasticamente abbattuto e dovrebbe diminuire ulteriormente con il miglioramento della tecnologia che consentirebbe di aumentare la produzione.

Nel 2020 le autorità di regolamentazione di Singapore hanno rilasciato all’azienda Eat Just, start-up di proprietà dell’imprenditore californiano Josh Tetrick, la prima approvazione al mondo per la produzione di pollo coltivato. Per ottenere questa autorizzazione normativa Eat Just ha dovuto soddisfare i requisiti di sicurezza per i nuovi prodotti alimentari e dimostrare il processo di produzione in coltura cellulare. Il prossimo obbiettivo dell’azienda sarà quello di ridurre il prezzo del prodotto, in modo da poter attirare consumatori e ristoranti a provare la nuova alternativa alimentare. Il futuro della carne sembra così essere sempre più cruelty free, ma rimangono leciti interrogativi a cui dare una risposta.

Remore animaliste e ambientaliste

La carne sintetica è prodotta tramite cellule animali che sono nutrite con siero fetale bovino, ovvero un liquido che viene ricavato dai feti di femmine gravide di bovino durante la macellazione. L’ambizioso obiettivo di questo processo è quello di riprodurre la complessa struttura dei muscoli del bestiame attraverso l’utilizzo di poche cellule. In questo modo, il numero di animali impiegati rispetto a quello utilizzato dall’allevamento tradizionale, sarebbe di gran lunga minore. La carne coltivata appare dunque un alimento eticamente superiore rispetto alla carne di origine animale, ma non sarebbe comunque funzionale alle richieste degli animalisti.

Il siero animale è l’ultimo ostacolo da superare per rendere la carne coltivata del tutto priva dell’utilizzo di animali. Nonostante stiano di fatto venendo sperimentati sieri vegetali, al momento quello di origine animale resta lo strumento migliore per alimentare e far moltiplicare le cellule alla base delle future fibre della carne sintetica. Dunque, rimane quantomeno contraddittorio usare un alimento prodotto con il sangue di vitelli morti, se lo scopo della carne coltivata è quello di non uccidere più animali. Un aspetto che potrebbe presumibilmente essere un fattore non accettabile da parte di chi sceglie di mangiare carne coltivata per mettere fine alla sofferenza animale.

Per quanto riguarda le questioni ambientali, i potenziali vantaggi della carne coltivata per le emissioni di gas serra sono ancora oggetto di ampio dibattito. E’ oramai risaputo che gli allevamenti intensivi rappresentano una delle principali cause di inquinamento atmosferico, mentre per produrre la carne coltivata verrebbe invece emessa nell’atmosfera una quantità minore di emissioni di metano. Per questo motivo, nel breve periodo l’impatto ambientale della carne coltivata sarebbe di gran lunga inferiore rispetto a quello della carne normalmente prodotta.

Tuttavia, uno studio britannico pubblicato su Frontiers in Sustainable Food Systems, ha affermato l’esatto contrario rispetto a quanto sostenuto fino ad ora, dopo aver confrontato i maggiori gas serra associati alle due diverse produzioni di carne: metano e anidride carbonica. Il metano emesso da dagli allevamenti intensivi ha di fatto un impatto molto elevato nel momento in cui viene emesso nell’atmosfera, al contrario dell’anidride carbonica che viene generata dalla produzione di carne coltivata. Mentre il metano permane in atmosfera soltanto per 12 anni circa, la CO2 persiste e si accumula nel corso di millenni. Pertanto, sul lungo termine, la carne coltivata potrebbe creare un danno maggiore all’ambiente rispetto a quello apportato dalla produzione di carne tradizionale.

Carne coltivata: nicchia di mercato?

Alla fine del 2016, il numero di start-up associate a questo nuovo settore era di quattro aziende. Quattro anni dopo è salito invece a più di settanta, secondo il rapporto dei ricercatori di mercato del Good Food Institute. Nonostante la pandemia, nel 2020 questo nuovo prodotto ha attratto circa 366 milioni di dollari di investimenti e lo scorso anno è arrivato ad attrarre altri 506 milioni. Importanti cifre a riprova del fatto che le Start-up internazionali stanno iniziando a competere tra di loro per lo sviluppo di prodotti a base di carne coltivata, anche se per ora non sembra essere questa la soluzione adatta a risolvere i problemi avanzati sia dagli animalisti che dagli ambientalisti.

La ricerca per la produzione di carne coltivata corre veloce e fa importanti passi in avanti. Da qui ad un prossimo futuro, la carne sintetica è perciò destinata a diventare un affare economico dall’entità sempre più consistente. Le previsioni in merito all’espansione del mercato della carne coltivata sono di fatto più promettenti che mai. Secondo gli analisti del think-tank McKinsey, la carne sintetica arriverà ad essere un’industria globale da 25 miliardi di dollari entro il 2030. Molto dipenderà anche dalle scelte dei consumatori e dalle decisioni della politica nel promuovere o meno questo prodotto innovativo. In ogni caso, la produzione di carne coltivata sembra essere più un’opportunità economica che una scelta etica all’insegna della sostenibilità ambientale e del benessere animale.

Gabriele Caruso

Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, nutre un forte interesse verso l'antropologia culturale e la sociologia. I suoi principali temi di indagine sono l'antispecismo e le questioni inerenti all'Irlanda del Nord.

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