Chi non lavora non va a scuola: alternanza scuola-lavoro, storie di ordinario sfruttamento

L’alternanza scuola-lavoro è stata introdotta in Italia dal decreto legislativo n.77/2005 ed è definita come una «modalità di realizzazione dei corsi del secondo ciclo, sia nel sistema dei licei, sia nel sistema dell’istruzione e della formazione professionale, per assicurare ai giovani, oltre alle conoscenze di base, l’acquisizione di competenze spendibili nel mercato del lavoro».

La legge n.107 del 2015, la cosiddetta “Buona Scuola” introdotta dall’ex premier Matteo Renzi e dall’ex ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, ha innovato significativamente questa materia, rendendola obbligatoria per tutte le scuole superiori. Dal 2015 sono infatti previste, per gli ultimi tre anni di studio, ore dedicate a progetti di formazione e di esperienza lavorativa in ambienti produttivi pubblici e privati. Nel triennio le ore da dedicare a questa attività sono 400 negli istituti tecnici e professionali, 200 nei licei.

Ma l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro all’interno della realtà scolastica ha suscitato non poche polemiche, in particolar modo tra la componente studentesca. Questa nuova materia – una vera e propria disciplina didattica – incide inevitabilmente in profondità sulle abitudini e i risultati dell’istituzione scolastica italiana e, come se non bastasse, essa è stata resa obbligatoria essendo una prerogativa per accedere agli esami di Stato.

L’alternanza scuola-lavoro ha una contraddizione di fondo ineliminabile, perché, come affermato da Christian Raimo – docente, giornalista e scrittore – «in realtà non prevede alcuna impostazione pedagogica, secondo quanto invece dice la Costituzione, ma è un mascheramento del lavoro gratuito». Una posizione che non lascia spazio a mezzi termini e che sottolinea come la scuola, piuttosto che dare alla società ciò che essa richiede in termini professionali, dovrebbe invece formare persone che siano in grado di porsi in maniera critica nei suoi confronti.

Sembrerebbe non esserci alcuna via di fuga per studenti e docenti, i quali hanno dovuto far fronte ad una realtà per niente congeniale al normale percorso didattico. Sin dai primi mesi di sperimentazione sono venuti alla luce aspetti illegittimi e ingiusti di questo provvedimento: è evidente come, difatti, sia in atto un vero e proprio processo di aziendalizzazione e privatizzazione dei luoghi della formazione che vengono letteralmente monopolizzati da aziende e imprese, all’interno delle quali gli studenti sono costretti ad offrire manodopera gratuita senza la possibiltà di opporsi.

C’è chi è stato costretto a volantinare per dodici ore al giorno, chi si è trovato a pulire bagni e tavoli di un ristorante e chi ancora ha trascorso giornate a catalogare locandine. A questo punto non dovrebbe sorprendere che alcuni studenti abbiano dovuto svolgere ore di alternanza di domenica, in giorni festivi come la Pasqua o addirittura nei mesi estivi.

Non sono mancati nemmeno gravi incidenti che hanno messo a repentaglio la vita degli stessi studenti in alternanza: a Faenza un ragazzo di diciotto anni impegnato nel percorso di alternanza scuola-lavoro all’interno dello stabilimento della Sue.Co, accompagnato da un operaio, si trovava su un cestello sospeso attaccato a una gru, quando il braccio meccanico ha ceduto facendo precipitare entrambi da circa dieci metri d’altezza. Per l’operaio, un uomo di 45 anni, non c’è stato niente da fare, mentre il giovane ha riportato lesioni e fratture alle gambe. Ed è proprio da questi inverosimili avvenimenti che viene messa in evidenza un’ulteriore pecca del provvedimento: la totale noncuranza da parte delle istituzioni in merito ad uno statuto sulla sicurezza degli studenti in alternanza, ad oggi in vigore in pochissimi licei ed istituti professionali in tutta la penisola.

A risentirne significativamente non è solo l’istituzione scolastica: anche il mondo del lavoro, infatti, ha dovuto far fronte a cambiamenti radicali, primo tra questi una riduzione del monte ore di alcuni dipendenti che sarebbero stati sostituiti dalla manodopera gratuita fornita dalle scuole. Non si parla, dunque, solo di un vero e proprio sfruttamento – che già di per sé dovrebbe suscitare indignazione – ma di un’occasione propizia per le aziende di risparmiare a scapito soprattutto dei lavoratori con contratto a chiamata o a progetto: va da sé che una riduzione del monte ore lavorativo di un dipendente comporta anche una netta riduzione dello stipendio.

Ma il processo propriamente antidemocratico accreditato dal provvedimento viene incentivato dall’accordo che il MIUR ha stipulato con alcune multinazionali come McDonald’s, la quale avrebbe messo a disposizione 10.000 posti di lavoro su tutto il territorio italiano.

Le motivazioni? Avviare un percorso nel mondo del lavoro, perfezionare le soft skills e, dunque, imparare a relazionarsi con il pubblico. Insomma, si tratta di un mero tentativo del colosso americano di risparmiare promuovendo sfruttamento e precarietà, non rispondendo assolutamente alle esigenze del mondo del lavoro dove si assiste inermi ad una dilagante disoccupazione.

È inammissibile accettare che il Ministero dell’Istruzione stringa patti con aziende famose per la globalizzazione dello sfruttamento che, tra l’altro, non rispetta le più basilari norme ambientali. Nonostante le innumerevoli proteste del mondo studentesco e lavorativo, la macchina burocratica continua a favorire una realtà di precariato e sfruttamento.

Di fronte a un passato e un presente in cui si è assistito a un processo degenerativo a tappe forzate della realtà scolastica e lavorativa, c’è ancora chi vuol credere in un futuro in cui l’istruzione sia libera e non asservita a dinamiche economiche, lontana da discriminazioni e da giudizi meritocratici, che prepari realmente gli studenti e le studentesse ad affrontare il mondo del lavoro. D’altra parte è pur vero che oramai tra i banchi di scuola è impossibile conciliare la teoria con la pratica a causa della riduzione delle ore laboratoriali: l’alternanza scuola-lavoro dovrebbe essere, dunque, l’anello di congiunzione tra il sapere e il saper fare, permettendo ai singoli studenti di interfacciarsi a un percorso di alternanza realmente congeniale all’indirizzo di studi intrapreso, che li prepari ad una realtà in continua evoluzione.

Mena Trotta

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