Zerocalcare armadillo
Zerocalcare - firmacopie

Dal 12 aprile del 2017 in tutte le librerie è stato possibile ritrovare tra gli scaffali “La profezia dell’armadillo”, la graphic novel di un esordiente Zerocalcare, ripubblicata sotto le vesti di un Artist edition.
La prima edizione (pubblicata nel 2011) valse allo scrittore il premio Gran Guinigi nel 2012, nella categoria “miglior storia breve” e fu quindi un ottimo trampolino di lancio per dimostrare a tutto il suo pubblico di che stoffa fosse fatto.
La trama è semplice: Zerocalcare ha quasi trent’anni quando viene a conoscenza della morte di Camille, il suo primo amore adolescenziale. Tramite un flash-back il lettore viene catapultato nel passato, in un racconto autobiografico che di per sé sarebbe potuto risultare monotono così com’è infarcito di quotidiana routine, senza un vero e proprio climax. Ma quindi, a cosa è dovuto tanto successo?

La risposta è tutto fuorché banale: Zerocalcare sa parlare ai giovani e ai meno giovani, sa esprimersi tramite immagini ed eventi di vita, sa comunicare ciò che è astratto con il massimo concretismo.
Il suo italiano con cadenza romana rende immediata e briosa ogni tavola, che a sua volta è caratterizzata da rapide linee morbide e una palette di colori pastello che accolgono il lettore senza mai frastornarlo. In più il tono ironico spinge continuamente al riso, obiettivo sistematicamente raggiunto grazie a tavole esilaranti e a varie ed improvvise citazioni alle opere della nostra infanzia (Star Wars, Lady Cocca etc..) che creano anche una dolce e calda atmosfera, come se si stesse effettivamente parlando con un vecchio amico.

Tutto gira intorno al tema della precarietà, dell’insicurezza e della paura del futuro (tanto da poter ben considerare ‘La profezia dell’armadillo‘ come un primo step verso la successiva Macerie prime). Zero, Camille, Greta e Secco sono amici, classe ’80, e vivono tutti i problemi che questa generazione si porta dietro (assenza di lavoro, tanti desideri in cantiere, una maturità emotiva che tarda ad arrivare).
Zerocalcare vuole intrattenerci con le sue elucubrazioni mentali, con la sua voglia di penetrare continuamente in fondo alla superficie delle cose, nel punto più oscuro dell’anima. Con una forte impronta democritea, il narratore ci porta continuamente ad un riso amaro e nostalgico proiettato verso un passato che non è più recuperabile e che è tragicamente scivolato via. Ma non può farlo da solo e, quindi, per scongiurare continui monologhi, intesse conversazioni con un armadillo, una sorta di grillo parlante, suo confidente e alter ego.

«Si chiama ‘profezia dell’armadillo’ qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen». 

L’armadillo è anche e soprattutto la voce della sincerità, una spia che rivela tutte le paure del nostro protagonista e che ci mostra il modo in cui ognuno di noi deve affrontare gli ostacoli della vita.
Ma quella leggerezza e quella praticità che servono per farsi forza in ogni occasione non appartengono a tutti. Di fronte all’imprevedibilità della vita e all’improvviso venir meno delle costanti che costruiscono una routine (banalmente identificabili anche nella fine del liceo o alla perdita\allontanamento di una persona cara), un ragazzo può sentirsi franare la terra sotto i piedi, può sentirsi solo e non compreso da nessuno.
Camille era andata a trovare Zerocalcare, ma ad esprimere ciò che davvero stava covando è stato il suo grillo parlante. L’armadillo si ritrova infatti faccia a faccia con un mostro informe e oscuro che non è capace di comunicare. Appare totalmente chiuso al mondo e quindi il lettore può avvertirne solo il suo peso e la sensazione di oppressione e di soffocamento che può infondere a chiunque lui si leghi. Dal canto suo, Camille accenna ma non comunica davvero. Forse inconsapevole delle conseguenze delle sue azioni, forse già imbrigliata in quel tunnel dal quale sembra non poter mai più splendere alcun tipo di luce, inizia a chiudersi sempre di più in sé stessa, imprigionata dalla sua mente, soffocata dal suo ingombrante alter ego. Camille morirà di anoressia, con la sorpresa di tutti i suoi più cari amici, spaventati di quanto una malattia possa radicarsi così in profondità e di quanto non si possa, in realtà, conoscere davvero una persona in tutta la sua complessità.

La morte diventa il pretesto del racconto, espressione di due leitmotiv che continuano ad intrecciarsi: la nostalgia di ciò che c’è stato e la difficoltà del superamento di un lutto. Passato e presente sono così alternati, tavola dopo tavola, creando un continuo crescendo emotivo.

Alessia Sicuro

Immagine in copertina: fonte La Stampa

Condividi
Articolo precedenteI ministri del governo Conte bis: l’analisi della squadra giallorossa
Articolo successivoNon ci interessa come vestono le ministre, vogliamo sapere cosa fanno
Avatar
Laureata in lettere moderne e laureanda alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here