the social dilemma netflix
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The social Dilemma, un ibrido tra dramma e documentario che mette in guarda sull’utilizzo dei social. A volte calcando un po’ la mano.

I social sono diventati un problema, o meglio, come quando ogni nuova tecnologia viene inserita nelle pratiche umane, sorgono dei dubbi etici riguardo il suo utilizzo, dubbi che toccano il concetto stesso di umano e di relazione con il mondo.
The Social Dilemma si pone proprio l’obiettivo di investigare tutte le problematiche che derivano dall’utilizzo smodato dei social, le probabili derive e il tipo di utilizzo manipolatorio che ne fanno gli addetti ai lavori, persone che sviluppano e dirigono questa enorme e promiscua barca di Noé contemporanea. Ma dove ad andare di remi siamo soprattutto noi utilizzatori.

The Social Dilemma: nessuna invenzione avviene senza maledizione

La cosa interessante è che il documentario – in parte recitato stile film cyberpunk per adolescenti ma impreziosito da testimonianze di figure di spicco del mondo social – non addita dei colpevoli ma sottolinea più volte che alla base di questa manipolazione NON ci sono dei deus ex oscuri pronti a comandarci tutti, ma degli homo digitalis che inconsapevolmente hanno creato un mostro e ora cavalcano la tigre incuranti delle conseguenze. Non a caso, gran parte degli illustri intervistati sono dei “pentiti”, personaggi con ruoli chiave nel settore web e social, che in prima persona hanno partecipato a questa grande macchinazione, ma che a un tratto, frutto di una folgorazione improvvisa, si sono svegliati dalla siesta e compreso le pericolosità di un certo tipo di utilizzo di queste piattaforme.

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In breve, per usare una metafora “leggera”, il messaggio di base del documentario è che Mark Zuckerberg non è Sauron, Tik Tok non è l’unico anello forgiato sul Monte Fato, noi utenti che ci droghiamo di notifiche e continui aggiornamenti del feed non siamo Frodo e gli altri Hobbit pronti a smantellare il piano ordito per ghermirci e nel black mirror dello smartphone incatenarci. Ma si tratta di una situazione che è emersa spontaneamente, come “una maledizione seguita a un’invenzione” di cui noi non avevamo idea degli effetti. Ma ora che c’è – il social – siamo come ipnotizzati e non possiamo farne a meno. Anzi, è lui che ci comanda. Spinti dalla necessità di capitalizzare, di vendere di più, l’essere umano ha dato vita a un mostro di Frankenstein informatico, una creazione dai tratti abominevoli che, lasciata libera, rischia di compromettere il nostro equilibrio psicologico, la nostra libertà, il sano rapporto con l’altro e, perché no, avere degli effetti macroscopici a livello geopolitico.

Il problema non è il problema, ma la consapevolezza di quest’ultimo

Si ma non “moriremo tutti” (semi-cit).
Come suggerisce The Social Dilemma le problematiche sono attuali e ancora più d’impatto se pensate in proiezione.
Ma il problema non riguarda “l’effetto social” in sè, ma la consapevolezza del problema. Il punto non è boicottare i social, ma educare noi stessi al loro utilizzo.
Di fronte alla minaccia di una “manipolazione silente” dobbiamo consolidare quelle barriere legali sulla privacy e sul tracciamento degli utenti oltre a contribuire a un sano ed un effervescente dibattito pubblico (come tenta di fare questo documentario).
Il problema della dipendenza da social” (dipendenzache rischia di inibire le nostre capacità di concentrazione e di inventiva) è evitabile se educhiamo noi stessi e i nostri figli ad un utilizzo etico degli stessi.
Insomma, quello che The Social Dilemma vuole trasmetterci è che dietro un innocuo tocco di pollice, dietro un misero like, dietro un follow improvvisato, c’è di più. E esserne consapevoli ci permette di mantenere quel distacco salvifico verso una forma di dipendenza (perdonate la ripetizione) inconsapevole che rischia di cambiare i nostri pattern comportamentali e le capacità riflessive antropiche scacciando, così, la paura di un inpigrimento delle nostre capacità cognitive.

In conclusione, The Social Dilemma riesce a mettere a fuoco queste potenziali problematiche, pur perdendosi in qualche vizio di forma ed esagerando con le licenze ideologiche. Riteniamo che avrebbe potuto godere di maggior apprezzamento se fosse stata esclusa la parte recitata – scelta operata, forse, per renderlo più digeribile a un pubblico giovane (e chissà se non abbiamo raggiunto l’intento in questo senso).
Insomma, ciò che è certo, è che le nostre vite sono nelle mani invisibili di altri uomini. E data l’ondivaga moralità di questi ultimi, data l’incuranza e la frenesia dell’Homo Economics (sempre più “ipnotizzato” dal culto del denaro a discapito anche del benessere collettivo) i dubbi sulle sue creazioni sono più che legittimi.

Enrico Ciccarelli

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