Cosa stiamo facendo per prevenire la prossima pandemia?
Fonte immagine: pixabay.com

Un anno è ormai trascorso dall’inizio della pandemia da Covid-19 che ha colpito l’intero pianeta, sconvolgendo la vita di miliardi di persone e minando la già fragile economia capitalista globale. Le misure messe in campo dai governi di tutto il mondo, atte a scongiurare l’aggravarsi di una situazione già tragica, sembrano aver avuto un effetto limitato se non nullo. Dopo più di 365 giorni di discussioni, lockdown alternati, proteste social e di piazza, politici affetti da attacchi di megalomania e quel pizzico di insensato negazionismo che non manca mai, l’arrivo dei vaccini e l’immunità di gregge sembrerebbero rappresentare quella luce in fondo al tunnel di cui tutti abbiamo bisogno. Attenzione però a cantare vittoria. La scienza è, come sempre, chiara: se l’uomo non modifica il proprio stile di vita in tempi brevi, l’era delle pandemie sarà inevitabile. Lo conferma il report “Escaping the Era of Pandemics” pubblicato sulla piattaforma intergovernativa scienza-politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES) secondo cui «Le future pandemie emergeranno più spesso, si diffonderanno più rapidamente, arrecheranno più danni all’economia mondiale e uccideranno più persone rispetto a COVID-19 a meno che non vi sia un cambiamento trasformativo nell’approccio globale alla gestione delle malattie infettive». Diventa quindi obbligatorio porsi una domanda fondamentale: cosa stiamo facendo per prevenire le prossime pandemie?

Gli studi sulla prevenzione

Lo studio IPBES parla chiaro: a oggi sono 1,7 milioni i virus “non scoperti” esistenti in mammiferi e uccelli, di cui fino a 827.000 aventi la capacità di infettare le persone. Per il Dottor Peter Daszak, presidente dell’EcoHealth Alliance, «Le stesse attività umane che guidano il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità guidano anche il rischio di pandemia attraverso i loro impatti sul nostro ambiente. I cambiamenti nel modo in cui usiamo la terra, l’espansione e l’intensificazione dell’agricoltura, il commercio, la produzione e il consumo insostenibili intaccano la natura e aumentano il contatto tra fauna selvatica, bestiame, agenti patogeni e persone. Questo è il percorso verso le pandemie».

Prima di chiedersi cosa stiamo facendo in concreto per prevenire le prossime pandemie, è opportuno porsi un’altra domanda fondamentale per capire appieno la problematica inerente le malattie zoonotiche: quali sono le azioni utili a prevenire le prossime pandemie? La sempre più stretta vicinanza tra uomo e riserve di malattie della fauna selvatica aumenta senz’altro il rischio di malattie infettive emergenti (EID). Lo studio “Global trends in emerging infectious diseases” pubblicato sulla rivista Nature, afferma che tra il 1940 e il 2004 sono emerse 335 nuove malattie infettive di cui il 60,3% di origine zoonotica. I risultati della ricerca in questione indicano che esiste un forte collegamento tra le origini delle EID e i fattori ambientali ed ecologici.

Cosa stiamo facendo per prevenire la prossima pandemia?
Cosa stiamo facendo per prevenire la prossima pandemia?
Numero delle nuove malattie emergenti per decennio: a) tipo patogeno;
b) tipo di trasmissione; c) resistenza ai farmaci; d) modalità di trasmissione.
Fonte immagine: Global trends in emerging infectious diseases / nature.com

Il 24 luglio 2020, mentre in Italia tutte le misure anti-covid decadevano per lasciar spazio allo svago, alla ripresa economica e, prevedibilmente, alla covid stessa, un team di ricercatori pubblicava sulla rivista Science un’articolo sulla prevenzione delle pandemie. Lo studio “Ecology and economics for pandemic prevention” analizza i costi relativi al monitoraggio e alla prevenzione delle epidemie derivanti dalla distruzione delle foreste tropicali e dal crescente mercato della fauna selvatica. Gli scienziati evidenziano che, nonostante la conferma di risultati positivi inerenti gli investimenti dedicati alla prevenzione delle zoonosi, i governi mondiali spendono ancora poco nella lotta alla deforestazione e nelle politiche di regolamentazione del commercio della fauna selvatica. Ancora una volta la scienza è chiara: «I costi associati a questi sforzi preventivi sarebbero sostanzialmente inferiori ai costi economici e di mortalità per rispondere a questi agenti patogeni una volta che sono emersi» si apprende dalla ricerca.

“Riepilogo dei costi di prevenzione, dei vantaggi e della probabilità di pareggio” Fonte immagine: science.sciencemag.org

Riduzione della deforestazione, regolamentazione del mercato della fauna selvatica, rilevamento e controlli precoci e interventi sulla biosicurezza degli allevamenti animali: sono queste le quattro azioni suggerite dallo studio utili a prevenire future pandemie zoonotiche prima del loro inizio. Insomma, i piani anti-pandemie esistono e i dati confermano la loro efficacia. La domanda che a questo punto è giusto porsi è una, e una soltanto.

Cosa stiamo facendo per prevenire le prossime pandemie?

Quasi nulla, verrebbe da dire, ma i dati relativi alla deforestazione fanno ben sperare. Se è vero che il 2020 ha segnato un nuovo record negativo per l’Amazzonia, con 11mila Km2 di foresta abbattuta, il rapporto “Global Forest Resources Assessment 2020” redatto dalla FAO suggerisce che a livello globale la deforestazione sta diminuendo soprattutto grazie ai programmi di gestione a lungo termine. Dei 4,06 miliardi di ettari di foreste presenti sul nostro pianeta, 2,05 miliardi di ettari sono soggetti ai programmi di gestione.

Nulla di nuovo sul fronte del commercio di fauna selvatica. La norma per il divieto di consumo di animali selvatici approvata dalla Cina sembra dover far i conti con le autorità locali cinesi, poco propense nell’applicare i dovuti controlli. Da una parte la maggior parte del popolo asiatico, favorevole all’eliminazione di tali mercati, dall’altra un’antica tradizione contro cui qualsiasi azione sembra essere vana. Secondo un ex ispettore del Fish and Wildlife Service americano, inoltre, ogni anno gli USA importano legalmente milioni di animali selvatici che non vengono sottoposti a screening per malattie.

Se la scienza fa il proprio lavoro, non si può dire altrettanto della politica. È evidente che notizie come quella sul taglio ai fondi per il ministero dell’Ambiente previsto dal governo brasiliano di Bolsonaro evidenziano la totale indifferenza verso le problematiche ambientali da parte di alcuni schieramenti politici. A confermarlo lo sfacciato negazionismo climatico dell’ormai ex presidente degli USA, Donald Trump e di altri leader conservatori secondo cui l’economia non può né deve essere in alcun modo intaccata da misure utili alla salvaguardia ambientale.

Per accogliere e applicare al meglio i suggerimenti provenienti dalla ricerca scientifica bisogna innanzitutto saper scegliere tra le sempre più lunghe liste di coloro che si candidano per la guida delle istituzioni governative, eliminando dalla scelta tutti coloro che non fanno accenno alla questione ambientale o che, peggio ancora, negano addirittura l’esistenza delle ormai evidentissime crisi connesse alla natura. Prevenire le prossime pandemie passa quindi anche dalla libera scelta dei cittadini, dalla consapevolezza degli elettori di tutto il mondo.

Marco Pisano

Sono Marco, un quasi trentenne appassionato di musica, lettura e agricoltura. Da tre e più anni mi occupo di difesa ambientale e, grazie a Libero Pensiero, torno a parlarne nello spazio concessomi. Anch'io come Andy Warhol "Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare". Pace interiore!

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