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Fonte: Guillaime Périgois on Unsplash

Lo scorso giovedì 14 settembre il Parlamento Europeo ha adottato un’iniziativa legislativa in cui chiedono una legge e delle politiche specifiche per prevenire e lottare contro la violenza di genere e contro le persone LGBTQI+. Mali Bjork eurodeputata svedese e co-relatrice del testo ha dichiarato che «abbiamo bisogno di una legislazione forte e dobbiamo investire nella protezione per le donne, nell’istruzione e in un’assistenza sanitaria che includa i diritti sessuali e riproduttivi come il diritto all’aborto».

L’Europa chiede infatti che la violenza di genere venga indicato come un crimine ai sensi dell’art. 83 del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea). Inserire la violenza di genere nell’art.83 del TFUE significherebbe comparare la violenza di genere ad altri tipi di crimini che vengono combattuti su base comunitaria, come il traffico di essere umani, il crimine informatico e il terrorismo. Per l’Europarlamento è importante che vengano coinvolti in queste misure di protezione anche le persone LGBTQI+ e che soprattutto anche la negazione dei diritti all’aborto vengano riconosciuti come forma di violenza di genere.

Se la violenza di genere dovesse essere considerata al pari degli altri crimini per i quali gli Stati si impegnano alla cooperazione, potrebbe costituire la base giuridica per creare una direttiva UE che possa coordinarsi anche con i principi sanciti dalla Convenzione di Istanbul. La Convenzione di Istanbul, firmata da 45 paesi, riguarda la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne ed è ispirata al «diritto fondamentale di tutti, anche delle donne, di vivere una vita priva di violenza nell’ambito pubblico e privato». Definisce «i requisiti per una risposta olistica alla violenza nei confronti delle donne in termini di politiche efficaci globali e coordinate a livello statale.»

Intendere la violenza di genere come un crimine grave avrebbe come obiettivo quello di porre in essere misure di prevenzione e di contrasto, che avverrebbe anche attraverso programmi di sensibilizzazione. Consentirebbe, inoltre, di introdurre servizi di sostegno e di protezione, ma anche di risarcimento per le vittime. Disporre poi di una legislazione europea più strutturata sulla violenza di genere contribuirebbe a determinare e far rispettare degli standard minimi di applicazione della legge e garantire una cooperazione fra gli Stati membri per favorire lo scambio di prassi, informazioni e competenze.

La situazione necessita di azioni urgenti. La pandemia, va ricordato, ha ulteriormente inasprito gli effetti della violenza di genere. L’assenza di garanzie sulle condanne può sfiduciare le vittime dal denunciare. Il numero di denunce è molto più basso rispetto al sommerso della questione della violenza di genere, che, secondo fondi attendibili, colpisce circa un terzo delle donne residente nei paesi dell’Unione Europea.

Si stima che circa 50 donne perdono la vita a causa della violenza domestica ogni settimana e il 75% delle donne in ambito professionale ha subito molestie sul luogo di lavoro. Nel progetto degli eurodeputati, combattere la violenza di genere significa prendere in considerazione più aspetti, in linea anche con la prospettiva olistica che la Convenzione di Istanbul consiglia di adottare. Si tratta quindi di lottare, in tutti i paesi dell’Unione, anche contro la violenza nei confronti della comunità LGBTQI+ e considerare la limitazione al diritto all’aborto delle donne come una vera e propria forma di violenza.

Sabrina Carnemolla

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