Convenzione di Istanbul, violenza sulle donne, Turchia.
Fonte: Open

La Turchia guidata dal reazionario e conservatore Erdoğan ha deciso di puntare alla pancia del Paese, quello più tradizionalista e integralista religioso, per cercare consenso e guadagnare voti sulla pelle delle donne. Come se la Francia decidesse di uscire dagli Accordi di Parigi, la Turchia ha annunciato il ritiro dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, in un momento molto critico a livello nazionale, dovuto alla svalutazione della lira turca e al licenziamento del governatore della propria banca centrale. Questo dietrofront sul campo dei diritti ha animato le piazze e le strade delle città in cui si sono riversate donne, uomini e membri della comunità LGBTQAI+ in totale disaccordo con la decisione. 

Cosa vuol dire uscire dalla Convenzione di Istanbul?

Conosciuta come “Convenzione di Istanbul”, si tratta in realtà della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. È stata ratificata per la prima volta nove anni fa proprio dal Paese che oggi ne vuole uscire, la Turchia, seguita da 33 stati, tra cui anche l’Italia nel 2013. 

La Convenzione fornisce un quadro giuridico globale che consente di armonizzare a livello europeo i codici penali degli Stati prevedendo reati specifici per la tutela delle donne e di adottare politiche mirate alla protezione e all’assistenza delle sopravvissute alla violenza. L’obiettivo principale è quello di proteggere le donne da ogni forma di violenza e di discriminazione per giungere a una sostanziale parità tra i sessi. Ogni Stato è tenuto ad attuare le disposizioni e in caso contrario sono previste sanzioni. 

All’apparenza assurda, la notizia della volontà della Turchia di non rendere più operativa la Convenzione di Istanbul non sorprende e segnala come certi passi in avanti verso la parità di genere siano in realtà facilmente revocabili. Interessi economici, politici e semplici spinte reazionarie possono motivare un arretramento sulla carta e nella vita quotidiana della condizione delle donne. Difatti, proprio in Turchia la violenza sulle donne è una piaga in netto aumento, soprattutto quella domestica. Perché uscire da una Convenzione che identifica la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e la riconosce come forma di discriminazione? 

Già nella fase di stesura della Convenzione di Istanbul alcuni Paesi hanno proposto degli emendamenti (fortemente criticati da Amnesty International) volti a indebolire il trattato. È facile indovinare di quali Paesi si tratta: Italia, Regno Unito, Russia e Santa Sede hanno chiesto modifiche alla bozza. Il nostro Paese ha ben pensato di proporre nei fatti una limitazione dell’efficacia della protezione delle donne migranti, mentre il Regno Unito ha preferito pronunciarsi contro il riferimento al conflitto armato (limitando così l’attuazione della Convenzione ai soli tempi di pace), contro il riconoscimento della violenza sulle donne come violazione dei diritti umani e contro la criminalizzazione del matrimonio forzato. Non meno indicativa la proposta della Federazione Russa e della Santa Sede di escludere la violenza contro lesbiche, bisessuali, donne transgender dal trattato, cercando di non riconoscere la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere

Inizialmente la firma della Convenzione nel 2011 rappresentava per la Turchia di Erdoğan un vanto e un segnale di avanzamento, ma i gruppi conservatori turchi non erano dello stesso avviso: la sua applicazione avrebbe comportato un indebolimento della famiglia “tradizionale”, a causa dell’aumento dei divorzi e delle lotte delle comunità LGBTQAI+. Le attuali dichiarazioni del presidente turco ricalcano le preoccupazioni degli integralisti islamici, stringendo una sorta di sodalizio anche con quei Paesi che si sono mostrati reticenti nei confronti della Convenzione di Istanbul, in primis Ungheria, Polonia e Bulgaria. In senso più ampio, questa mossa potrebbe valere un posto alla Turchia nella cosiddetta “Internazionale reazionaria” capeggiata dalla Russia con i suoi strani movimenti no-choice finanziati dagli oligarchi ultraortodossi. 

Perché non riconoscere la violenza sulle donne e la discriminazione di genere dovrebbe proteggere la famiglia tradizionale?

A quanto pare, proteggere la famiglia “naturale”, quella composta esclusivamente da un uomo e da una donna nel rigido rispetto delle norme sociali, comporta necessariamente il mancato riconoscimento della violenza sulle donne. Come a dire, se una donna riconosce di essere vittima di violenza domestica e lo Stato la tutela, allora tenderà a liberarsi della persona violenta e a divorziare. Addirittura, penserà di essere una persona dotata di diritti e comincerà a chiedere parità di trattamento, distruggendo un’idea di famiglia retrograda che in realtà si sostanzia in sottomissione della donna all’uomo. Proprio qui sta il punto: uscire dalla Convenzione di Istanbul vuol dire non riconoscere il carattere sistemico della violenza sulle donne

Anche le istanze delle comunità LGBTQAI+ minano la famiglia “tradizionale”? In una società in cui tutto ciò che non è chiaramente maschio e femmina risulta mostruoso, in cui tutti devono comportarsi secondo ruoli predefiniti di maschio e femmina, l’omosessualità e le identità non binarie appaiono come qualcosa di estremamente pericoloso, capace persino di sovvertire l’ordine naturale delle cose. 

Tuttavia, scavando a fondo la questione, si scopre come le decisioni reazionarie sul versante dei diritti delle donne nascondono in controluce motivi di carattere economico e politico. Le crisi economiche sono difatti eventi molto pericolosi per la libertà delle donne. Erdoğan, a capo di un paese piegato dalla crisi economica e dalla svalutazione della lira turca – a seguito dell’allontanamento del governatore della banca centrale reo di avere alzato i tassi d’interesse – ha deciso di spingere il Paese verso il nazionalismo. Secondo Internazionale, Erdoğan governa alzando costantemente l’asticella e uscendo dalla Convenzione di Istanbul ha manifestato la sua intenzione di ingraziarsi l’elettorato conservatore e tradizionalista, approfittando della spaccatura profonda fra tradizione e modernità che caratterizza il Paese. 

Convenzione di Istanbul, violenza sulle donne, Turchia, Erdoğan
Fonte: Il Riformista

Questa decisione ha scatenato le proteste delle donne in tutto il Paese e non solo nella capitale, segnalando una sempre maggiore consapevolezza su certe tematiche. Le lotte transfemministe non si fermano, ma si espandono nelle piazze e sulle strade, affinché il governo faccia marcia indietro, tornando a riconoscere la violenza sulle donne. Le condanne provenienti da Joe Biden, dall’Europa e dalle Nazioni Unite devono essere infatti seguite da sanzioni per la Turchia.

Non bisogna dimenticare che il nostro Paese ha ancora molto da fare per giungere alla piena applicazione della Convenzione di Istanbul, secondo il GREVIO (Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne) che ha inviato allo Stato italiano alcune raccomandazioni per garantire continuità e coordinamento contro la violenza sulle donne. Senza contare che in Italia sono presenti personalità politiche che strizzano l’occhio a reazionari protettori della famiglia “tradizionale” (ogni riferimento all'”onorevole” Pillon è puramente… beh, fate voi).

Rebecca Graziosi

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