“Lolita”: tra scalpore e rivoluzione

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“Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.”

Queste le fervide e brucianti parole che un attempato professore di letteratura francese, Humbert Humbert, utilizza per descrivere la fulminea, travolgente, incontrollata passione per Dolores Haze, una fanciulla, appena dodicenne, che smuovendo i suoi turpi e perversi istinti, irrompe nella sua vita, penetrando e impossessandosi della sua mente, dei suoi pensieri, della sua stessa esistenza.

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La sfuggente e subdola malizia della giovanissima ragazza, la sua indole spregiudicata e disinibita fanno divampare la fiamma di un’ossessione smaniosa e prostrante che annienta Humbert e lo induce a commettere azioni dalla dubbia moralità: egli, infatti, accetta di sposare la madre della stessa Lolita, e alla sua morte, diventa il patrigno di quest’ultima e trascorre l’intera vita accanto a lei.

“Tra i limiti d’età di nove e quattordici anni non mancano le vergini che a certi ammaliati viaggiatori, i quali hanno due volte o parecchie volte il loro numero di anni, rivelano la propria reale natura: una natura non umana, ma di ninfa (vale a dire, demoniaca). Orbene, io propongo di chiamare “ninfette” queste creature eccezionali.”

In realtà, la demoniaca “ninfetta”, oggetto delle sue attenzioni e dei suoi desideri inconfessabili, non è altro che la materializzazione del ricordo di un vecchio amore del professore, interrottosi proprio in tenerissima età. Lolita ha fermato il tempo, ha incantato il suo scorrere incessante e inesorabile, ha finalmente esaudito il sogno di Humbert.

Nonostante i continui rapporti sessuali, il “vago amore” tra i due protagonisti, i viaggi scanditi in motel dell’America, la ninfetta spietata e crudele decide di scappare con Quilty, un commediografo conosciuto precedentemente.

“Finis, amici miei. Finis, demoni miei.”

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Il romanzo, apparso solo dopo cinque anni la sua stesura, sebbene il subitaneo e inatteso successo, fu bersaglio di asperrime critiche da parte del pubblico, ancora assuefatto ai costumi stancanti e scioccamente puritani, tipici del moralismo borghese degli anni ’50. Accusato di pedofilia, grossolano erotismo, recalcitrante ai canoni letterari del tempo, pedissequi e sterili, pioniere di una vera e propria rivoluzione, “Lolita”, a dispetto dell’ingannevole apparenza, si spoglia da questa fama denigrante attraverso il punto di vista del narratore. È Humbert Humbert a descrivere la fanciulla come impudente, fin troppo disinvolta e senza scrupoli, ma il lettore è all’oscuro della verità, avvalendosi di una visione “contaminata” dal punto di vista del professore. Lolita è un personaggio ambiguo e inafferrabile, le cui trame e il cui ordito della personalità sfuggono a qualsiasi tentativo di ingabbiarla nelle trappole della definizione.

“La guardai. La guardai. Ed ebbi la consapevolezza, chiara come quella di dover morire, di amarla più di qualsiasi cosa avessi mai visto o potuto immaginare. Di lei restava soltanto l’eco di foglie morte della ninfetta che avevo conosciuto. Ma io l’amavo, questa Lolita pallida e contaminata, gravida del figlio di un altro. Poteva anche sbiadire e avvizzire, non mi importava. Anche così sarei impazzito di tenerezza alla sola vista del suo caro viso.”

Clara Letizia Riccio

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