Marisa Rodano: una biografia della Resistenza
(Fonte: vanityfair.it)

Nel suo testo Tesi di filosofia della storia, Walter Benjamin metteva in guardia contro un avversario capace di alterare il corso stesso degli eventi passati. Tale dinamica, che già durante il periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale appariva veritiera, con i partigiani perseguitati e i nazifascisti spesso graziati e subito liberati, si è rivelata sempre più pertinente negli ultimi anni. Che il 25 aprile sia un tema sempre più divisivo appare evidente: si è assistito infatti a una tendenza estremamente pericolosa, con alcuni leader politici che in modo sempre più esplicito strizzano l’occhio al fascismo e alla sua eredità politica. Questi leader tendono a banalizzare o addirittura a rivendicare apertamente le tragedie del passato, sfruttando la propria posizione di autorità per legittimare e naturalizzare il fascismo e i suoi principi razzisti e imperialisti. L’esperienza continua a confermarlo: la memoria si rivela spesso uno strumento fallace per l’essere umano. Eppure non dovrebbe esserci spazio per le ambiguità, per i tentativi revisionisti tipici dell’attuale governo a trazione post-fascista: bisognerebbe tenere sempre bene a mente che la Resistenza è la storia di tutte e tutti. È giusto allora partire proprio dalla storia di chi la Liberazione l’ha costruita e l’ha narrata, cioè dalle storie di vita di Resistenza, come quella di Marisa Rodano.

Maria Luisa Cinciari Rodano, meglio conosciuta come Marisa, è tra le protagoniste della storia della Repubblica italiana per il suo attivismo politico dentro e fuori le istituzioni, per il suo impegno nella Resistenza e nella lotta contro le discriminazioni di genere. Partigiana, fondatrice dell’Unione Donne Italiane, esponente di punta del Partito Comunista, la sua è una biografia della Resistenza, lotta costante mossa da amore per la libertà e l’emancipazione. In ogni sua azione ha contribuito alla problematizzazione e alla ricostruzione di una coscienza critica in un contesto storico-politico estremamente complesso e tumultuoso. Ci ha lasciato nel dicembre 2023 all’età di 102 anni.

Marisa Rodano nel 2015.
Marisa Rodano nel 2015 (Fonte: ansa.it – Alessandro Di Meo)

Marisa nacque a Roma proprio nel giorno della fondazione del Partito Comunista Italiano, il 21 gennaio 1921. Non visse un’infanzia spensierata: suo padre, podestà fascista di Civitavecchia, si allontanò da lei e sua madre, di origini ebraiche, quando vennero emanate le leggi razziali nel 1938. Sicuramente la sua esperienza la spinse molto presto a chiarire in modo profondo le sue idee rispetto a ciò che immaginava per il suo futuro e per l’Italia. Rodano racconta che la tranquillità e l’innocenza della sua infanzia cominciarono a incrinarsi durante gli anni del liceo, periodo in cui si distinse per il suo spirito ribelle e la sua opposizione alle ingiustizie perpetrate dal regime: è in quegli anni che Rodano intreccia i primi contatti con i movimenti antifascisti, grazie ai quali porrà le basi della sua consapevolezza sulla realtà politica nazionale e internazionale, contrastando così la censura tipica di quegli anni. In questo contesto conoscerà anche il suo futuro compagno Franco Rodano, segretario del PCI, dalla cui unione nacquero cinque figli.

Dopo essersi laureata in Lettere presso l’Università La Sapienza, la sua spinta rivoluzionaria si trasformò in crudo attivismo quando, nel 1943, all’età di soli vent’anni, si unì alla Resistenza Italiana contro l’occupazione nazista per poi essere arrestata a causa di una delazione nel maggio dello stesso anno. Uscì dal carcere il 25 luglio, dopo la caduta del regime fascista, continuando successivamente la sua attività nella Resistenza. Rodano ricorda spesso la solidarietà delle persone nel corso dell’occupazione nazifascista a Roma: si dispiegò una vita clandestina all’insegna del segreto, della cautela, dei messaggi in codice, abitudini che faranno parte della sua vita in modo indelebile. La sua attività politica, sempre attenta all’esperienza vissuta, sempre vicina alla realtà storica, dalla parte di chi la storia non l’ha subita e ha lottato per poterla narrare, l’ha portata a rivestire importanti ruoli istituzionali. Nel 1946 entrò a far parte del Partito Comunista e, nello stesso anno, divenne consigliera comunale della Capitale. È stata la prima donna Vicepresidente della Camera dei Deputati. Dal 1948 a 1968 fu deputata, e poi senatrice nel 1972. Nel 1979 venne eletta al Parlamento Europeo e mantenne il seggio fino al 1989.

Nel corso di questo processo di rivendicazione che fa di un tutt’uno il pubblico e il privato, il personale e il politico, la sua lotta contro la violenza strutturale si dispiega soprattutto rispetto all’asse della disparità di genere. Le rivendicazioni femministe sono state una costante delle sue lotte nelle piazze e nelle strade, così come nei centri del potere, evidenziando l’importanza del coinvolgimento delle donne nel processo di Liberazione nazionale. Nel suo celebre saggio Memorie di una che c’era (2010), Marisa Rodano narra degli anni successivi alla Liberazione come un periodo di estrema povertà e confusione. Si tratta di racconto che rende indistinto il confine tra autobiografia e storia, offrendoci una ricostruzione densa di esperienze e idee, ricordandoci quanto ancora la narrazione storica trascuri il ruolo dei movimenti femminili nell’Italia repubblicana. Il filo rosso di questo saggio è la storia dell’Udi (Unione donne italiane), di cui Rodano è stata tra le fondatrici e presidente dal ’56 al ’60. Nella nuova associazione trovano spazio elaborazioni multivocali di una nuova identità femminile, che passava innanzitutto attraverso il riconoscimento del diritto di voto che le donne da tempo rivendicavano, ma lo scopo era quello di sviluppare il processo di emancipazione delle donne chiaramente più profondo, tale da comprendere la conquista di tutte le libertà economiche, politiche e sociali. L’Udi si schierò in tante battaglie di grande rilievo come la legge sulla tutela della maternità, la parità di salario e il referendum contro l’abrogazione della legge sul divorzio.

Pur trattandosi di un’organizzazione femminile di tutte le donne italiane, senza pregiudizi di fede e di orientamento politico (ovviamente con la sola eccezione dell’esclusione di coloro le quali simpatizzassero pubblicamente per il fascismo) vi era in fondo uno stretto intreccio dialettico tra il Partito Comunista, il movimento delle donne e la nascita dell’Udi, un carattere però accentuato solo dal ’47-’48 in poi, mentre in precedenza tale tendenza era mitigata dalla politica di unità nazionale che all’interno dell’organizzazione si realizzò attraverso la collaborazione tra donne non legate ai soli partiti di sinistra. Si trattò certamente di un percorso arduo, non privo di pause e difficoltà. Rodano racconta che negli anni della Guerra Fredda prevaleva la concezione dell’Udi come organizzazione femminile di massa del PCI: non dunque luogo d’elaborazione politica autonoma, ma braccio esecutivo delle politiche del Partito tra le donne. Un tentativo in realtà da parte dell’associazione di non trovarsi isolata. L’aria cambiò nel 1956, quando la Federazione Internazionale delle donne democratiche tornava a parlare delle disparità e discriminazioni che colpivano le donne. I movimenti femminili si riappropriarono dei temi della parità e dell’autonomia, tanto che, almeno tra il 1965 e il 1985, sembra “sia stata maggiore l’influenza delle dirigenti dell’Udi sull’elaborazione del Pci in merito alla questione femminile, che non quella dei comunisti sulla politica e sulle scelte dell’Udi”(p. 210). In occasione del 70° anniversario della Liberazione, Marisa Rodano ha sottolineato come le donne italiane siano entrate impetuosamente nella storia in un momento in cui l’indipendenza, la liberta, la vita stessa, sembravano distrutte, perdute. È in quel momento così complesso che le donne, i partigiani, si uniscono e combattono per spezzare vincoli secolari, perché combattere era necessario, “era l’unica cosa giusta che si poteva fare”.

Marisa Rodano in copertina con i figli - noi donne 1948.
Marisa Rodano in copertina con i figli – noi donne 1948 (Fonte: noidonne.org)

La storia di vita di Marisa Rodano è emblematica perché dimostra come le relazioni di cui partecipiamo incidano fortemente sulle nostre capacità e possibilità d’azione al cospetto di forze storiche disorganizzate e disorganizzanti che tentano di stravolgere la nostra vita morale. Il 25 aprile deve racchiudere in sé la considerazione di due elementi fondamentali che convergono: da un lato, c’è l’importanza di approfondire la straordinaria epoca della lotta per la Liberazione attraverso l’adozione di una prospettiva narrativa e biografica dei suoi protagonisti, considerando inoltre i cambiamenti a breve e medio termine che ha generato su larga scala. Dall’altro lato, c’è la volontà di promuovere una prospettiva inclusiva, caratterizzata dalla collaborazione tra diverse sensibilità politiche e culturali, varie generazioni, classi sociali e nazionalità. Questa prospettiva va costantemente adattata alle pluralità del mondo attuale e preservata anche attraverso l’uso attento delle parole.

Eppure assistiamo oggi ai segni evidenti di una progressiva perdita della memoria collettiva dei fatti della Resistenza, a una “terapia dell’oblio” a discapito dei valori della vita morale reale. I confini che la storia ha tracciato tra democrazie e regimi autoritari diventano sempre più impercettibili, qualche volta persino tra vittime e carnefici. Siamo nelle mani di chi non ha neppure il coraggio di pronunciare la parola antifascismo, il principio fondante della nostra Costituzione. Vediamo crescere il fascino perverso di autocrati e persecutori delle libertà civili, soprattutto quando si tratta di alimentare pregiudizi contro le minoranze. In questione, in definitiva, c’è il concreto valore della vita. Se i partigiani ai tempi di Marisa Rodano presero partito contro un’ideologia di morte che faceva della distruzione dell’altro l’idea-guida, i resistenti di oggi devono farlo opponendosi a chi tace davanti all’agonia degli ‘irrilevanti’. è come se si fosse al cospetto di una nuova consapevolezza, è cioè quella che c’è da resistere a nuovi torti senza nessuna ragione. Come quelli di chi chiude gli occhi davanti ai disastri in mare. Sono illuminanti le parole di Michela Murgia pronunciate sul palco di Piazza Santo Stefano a Bologna, in occasione del festival itinerante Repubblica delle Idee nel 2018:

“Viviamo tempi in cui i fascisti non si nascondono più. Votano. Si candidano. Vengono eletti. Ti mostrano il braccio teso. Tanto, se è per commemorazione, anche la Cassazione dice che si può fare, e li assolve. Parlano dei tempi in cui c’era Lui, anche se sono nati nel 1994. Per un sacco di tempo, i giornali in Italia questi fascisti li hanno chiamati ‘nostalgici’, cioè gente dal cuore tenero con lo sguardo rivolto al passato. Perché forse, non so, chiamarli fascisti sembrava inelegante, pareva brutto. Dice ‘raduno di nostalgici’. Nostalgici di che? Di che cos’è che hanno nostalgia? Nostalgici del fascio, quindi fascisti”.

Se valori come la libertà e l’uguaglianza sono ancora in pericolo, come dimostra, ad esempio, il recente caso della censura del monologo di Antonio Scurati, è chiaro come il valore del 25 aprile assuma una veste non solo commemorativa e di festa, ma anche e soprattutto di riflessione e di lotta contro ogni forma di neo-nazionalismo. E quale migliore risposta a questi tentativi di riscrittura della storia se non la storia stessa, dove per storia s’intende quel processo di conoscenza plurimo e in continuo sviluppo, che tenga in considerazione le esperienze di vita singole che la compongono, come quella di Marisa Rodano e di tante persone che la storia l’hanno raccontata, scritta, vissuta e cambiata. In tal senso la Resistenza, lungi dall’essere un processo determinato e concluso, si afferma continuamente nelle più piccole battaglie della vita quotidiana. Una cosa dunque è certa: seppure in configurazioni differenti, la Resistenza non deve finire.

Mena Trotta

Classe 2001, laureata in filosofia e studentessa di antropologia culturale ed etnologia all'università di Bologna. Mi nutro di curiosità, fotografia e parole. Fermamente convinta del potere sovversivo dell'arte, in ogni sua forma.

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