Il Venezuela chavista e antimperialista sembra non possedere più le carte in regola per essere quel governo socialista tanto sognato per il Sud America. Il governo di Maduro sembra infatti destinato a crollare, viste le proteste che hanno colpito Caracas in quest’ultima settimana e che sembrano destinate a non cessare così facilmente.

La situazione politica in Venezuela è intricata e complessa da comprendere anche agli occhi dei politologi più esperti. Analizzando i “fatti” o i più concreti avvenimenti degli ultimi giorni, il Venezuela si presenta come uno Stato sull’orlo della guerra civile. Si contano più di dodici morti avvenute durante le manifestazioni dell’opposizione contro il governo di Maduro, e la lista sembra destinata ad allungarsi. Il capo dell’opposizione Henrique Capriles, che in realtà detiene la maggioranza parlamentare, dichiara a gran voce che le proteste non si fermeranno fintanto che il presidente Maduro non si dichiarerà disposto al confronto elettorale, indicendo immediatamente nuove elezioni.

Quella che sembrerebbe essere una lotta popolare funzionale agli interessi della politica è in realtà una richiesta disperata di aiuto di molti venezuelani schiacciati dalla crisi economica. Per questo non è così scontato affermare che non tutti coloro che manifestano contro il governo sono affiliati dell’opposizione, così come non tutti coloro che difendono il chavismo, e quindi Maduro, lo fanno in quanto convinti della politica adottata dal presidente.

Il Venezuela, difatti, vive oggi una crisi gravissima: il crollo del prezzo del greggio, una delle risorse economiche principali del Paese, è accompagnato da una dura recessione e da un’iper-inflazione oramai impossibile da domare. I supermercati sono praticamente vuoti, mancano i farmaci e i prezzi di quasi tutti i beni di prima necessità, secondo un recente studio dell’FMI, sono destinati ad alzarsi del 1700% nei prossimi due anni. Se a queste gravanti economiche si aggiunge lo stato di insicurezza e militarizzazione in cui versa il Paese, lo scenario non sembra affatto migliorare. Secondo la ONG Observatorio Venezolano de Violencia, lo scorso anno vi sarebbero stati più di 28.479 assassini.

Dinanzi ad uno scenario di questo tipo, dinanzi al caos scatenatosi a Caracas, le reazioni nazionali e internazionali sono state molteplici e variegate. Evelia Manrique afferma che la responasbilità di tutti questi morti durante le manifestazioni non va attribuita sicuramente alla disfunzionalità del governo di Maduro, bensì all’Organizzazione degli Stati Americani che per perseguire i propri interessi avrebbe aizzato l’opposizione e con essa il popolo venezuelano ad operare un colpo di stato ai danni di un presidente non in linea con le loro necessità. Della stessa opinione sarebbe Ana González che sostiene che il caos scatenatosi a Caracas sarebbe solo un diversivo ad opera degli Stati Uniti e dei loro simpatizzanti e aggiunge:

 

«Ci vogliono mettere gli uni contro gli altri. Tutti condividiamo la stessa condizione: la mancanza di cibo, di medicinali, di un sistema sanitario colpisce chavisti e non chavisti».

Ovviamente non mancano le critiche al presidente Maduro, disegnato dall’opposizione come un dittatore incapace, accusato di non essere stato in grado di raccogliere il testimone passatogli da Chavez e di essere responsabile in prima persona della crisi in cui versa il paese date le sue politiche economiche quantomeno azzardate se non del tutto erronee. L’opposizione dunque rimane irremovibile e chiede ai suoi sostenitori di non smettere di protestare fino a che l’attuale presidente Maduro non indirrà nuove elezioni democratiche.

Durante gli scontri il clima si è fatto ancora più teso in seguito alla sospensione delle operazioni del gigante economico General Motors in Venezuela e all’inchiesta aperta da Maduro nei confronti dell’impresa di comunicazione Movistar, accusata di appoggiare l’opposizione nel presunto colpo di stato ai danni del presidente.

Per quanto riguarda le reazioni sul fronte internazionale, Argentina, Brasile, Chile, Colombia, Costa Rica, Paraguay, Perù e Uruguay hanno dichiarato unitamente in un comunicato  la loro condanna nei confronti della violenza che sta travolgendo il Venezuela, sottolinenando la delusione nei confronti del presidente, che non avrebbe prestato ascolto alle esortazioni della comunità internazionale affinché le manifestazioni trascorressero in un clima pacifico e senza violenze. Anche il segretario generale dell’ONU António Guterres esorta il governo Maduro a ridurre la polarizzazione presente all’interno del Paese, ristabilendo la pace e fornendo alla popolazione i mezzi fondamentali per perseguire una vita dignitosa.

Il Venezuela e il suo Presidente, prima che la situazione economica peggiori, dovrebbero forse accettare la sfida dell’opposizione e fissare una data per le elezioni. Di sicuro, a prescindere dal risultato, si tratterebbe di un’ottima modalità per ristabilire equilibrio tra i poteri costituzionali.

Sara Bortolati

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Sara Bortolati, classe 1991, diplomata presso il Liceo socio-psico-pedagogico D.G. Fogazzaro di Vicenza e laureata in Filosofia (vittima del 3+2) presso l’Università degli studi di Padova. Attualmente frequento l’ultimo anno di magistrale con la speranza di potermi laureare con una tesi sulla questione di genere, concentrandomi in particolare sull’opera di Butler e Foucault. Amante della fotografia, con un debole per quella analogica su rullini scaduti, onnivora di film, meglio se concettualmente disturbanti o d’essai, devota all’arte contemporanea, alla causa femminista, alla poesia e al caffè. Il tutto condito da una montagna di contraddizioni, sigarette, sogni nel cassetto, fumetti e la voglia, se non di cambiare il mondo, per lo meno di confrontarsi sempre attivamente con esso. Non credo in Dio, non faccio parte di nessuna associazione politica e marcio fiera tra le schiere di coloro che hanno fede nel fatto che cultura e istruzione un giorno possano cambiare il mondo. Allergica alla polvere, al polline e alle menti chiuse e retrograde.