Arte indigena: ponte culturale tra presente e passato
African Art - Fonte: Wikimedia Commons

Dinanzi a un’opera di Lucio Fontana si è portati a considerare quel graffio sulla tela un’opera d’arte. Nonostante in molti si interroghino sul suo valore artistico, nessuno sembra dubitare del fatto che quei tagli siano una chiara rappresentazione d’arte. Viceversa, per le opere realizzate da popoli indigeni l’appartenenza alla categoria delle “opere d’arte” non è così scontata. La creazione indigena, infatti, è stata considerata per secoli una produzione primitiva di popoli intrinsecamente inferiori, non degna neppure di essere annoverata tra le opere artistiche. Solo alcuni artisti di fama internazionale e atemporale, come Gauguin o Picasso, hanno poi cominciato a riconoscere nei tratti e nelle espressioni di quest’arte-non-arte una grande forza comunicativa ed evocativa che all’arte europea, o comunque occidentale, mancava.

Ad eccezione di queste rare parentesi, la forza comunicativa delle statue, della musica, dell’oggettistica e dei dipinti delle popolazioni indigene, è presto caduta nel dimenticatoio o, meglio, è stata relegata a una condizione di inferiorità: l’occhio eurocentrista non andava oltre la propria prospettiva, accecato da limitanti parametri di giudizio, per i quali era la stessa definizione di arte che veniva messa in discussione nel guardare un’opera di popoli africani o sudamericani.

Un fondamentale punto di svolta è stata l’inaugurazione del museo Quai Branly a Parigi nel 2006. L’apertura del museo ha una duplice importanza: da un lato si tratta di una rivendicazione artistica dei popoli indigeni, le cui opere vengono finalmente ammirate in quanto arte e non come degli oggetti antropologicamente interessanti; in secondo luogo, rappresenta un riconoscimento politico di tutti quei popoli relegati ai margini della storia in quanto “primitivi”, “incivili”, “senza cultura né arte”. Da questo momento in poi, si comincia a guardare con occhio diverso, o forse solo da un’altra prospettiva, quegli “strani e curiosi oggetti” di popolazioni così lontane, non solo geograficamente ma anche culturalmente, che finora avevano catturato solo l’attenzione di antropologi ed etnografi. E dunque l’arte indigena esiste e non è soltanto vista come una produzione da destinare a musei etnografici, ma ha tutto il diritto di occupare il suo posto in musei e gallerie d’arte. Questi popoli possono finalmente urlare al mondo: “noi siamo qui, non apparteniamo alla storia del passato e ora ci faremo sentire”.

Arte indigena nel mondo contemporaneo

Mostre periodiche e gallerie d’arte a Parigi, negli Stati Uniti, in Canada, in Italia, insomma ovunque nel mondo, vedono protagonista – finalmente – l’arte indigena. Questa rivalutazione parte da un profondo cambiamento: mettendo da parte la tanto fuorviante- quanto accecante- concezione di superiorità occidentale rispetto popoli ai margini dei libri di storia, ci si è resi conto che l’apprezzamento estetico non rappresenta un fenomeno transculturale, e quindi non può essere valido allo stesso modo per tutti. Ne consegue che l’arte è definita non tanto dalla creazione, quanto dall’istituzione sociale. È per questo motivo che le opere create dai popoli indigeni non sono state apprezzate per così tanto tempo: le popolazioni indigene si concentrano sulla creazione di forme, statue o oggetti, nei quali riversano tanta energia e forza, ma che – proprio per la grande differenza con i codici estetici e comunicativi occidentali- venivano considerati “semplici oggetti” volti all’utilizzo quotidiano, privi di individualità e di evoluzione.   

L’arte indigena è riuscita a superare i confini temporali e si è liberata dai pregiudizi che la legano al passato, trovando terreno fertile nel mondo contemporaneo. Artisti indigeni contemporanei da tutte le parti del mondo, attingono dal proprio bagaglio storico-culturale per dare vita ad opere universali, abbattendo i confini di spazio e tempo in cui sono stati rinchiusi per secoli. Questi artisti utilizzano motivi e tecniche tradizionali, come ad esempio la tessitura, la scultura o la pittura tradizionale, reinterpretandoli in funzione dell’oggi e facendoli coesistere con le nuove tecnologie – si pensi alle installazioni multimediali – per dare voce a tematiche attuali come il cambiamento climatico. Prendono così vita espressioni estetiche che mantengono vive le proprie origini e tradizioni e, allo stesso tempo, parlano del mondo d’oggi con criticità.

Dopo tanto tempo un mito sembra sfatato. Come raccontato anche da Massimo Canevacci, l’arte indigena non è rimasta all’età della pietra, così come i popoli che essa rappresenta. Questa arte è piuttosto espressione di un mondo in rapida evoluzione che fa da ponte tra le tradizioni del passato e il mutevole presente, fornendo delle lenti nuove attraverso cui guardare il mondo e, perché no, provare a cambiarlo in meglio. Tuttavia, oggi si parla generalmente di “arte indigena” senza tener conto delle fondamentali differenze tra i vari popoli. Eppure, in riferimento alle produzioni artistiche occidentali viene sottolineata la provenienza: romanticismo inglese, impressionismo francese, espressionismo tedesco e così via. Perché per l’arte indigena non dovrebbe valere lo stesso discorso? Ogni popolo possiede i suoi tratti specifici, una cultura di riferimento specifica e a sé stante. Eppure, queste diversità passano in secondo piano, tanto da far ricadere sotto la generica definizione di “arte indigena” tutte le creazioni di quelle popolazioni che inconsciamente vengono ritenute – ancora – arretrate e primitive.

Nel corso della settimana proporremo letture diverse dell’arte indigena, soffermandoci in particolare sulle specificità di ogni popolo e area geografica. Il nostro viaggio ci porterà tra le popolazioni indigene del Sudamerica, passando poi per i colori e i motivi africani, fino a raggiungere la natura oceanica. Questo percorso si propone di mettere in luce la diversità del linguaggio artistico dei popoli indigeni, ognuno di essi portatore di una propria specificità.

Nunzia Tortorella

Avida lettrice fin dalla tenera età e appassionata di ogni manifestazione artistica. Ho studiato Letterature e culture comparate all'università di Napoli L'Orientale, scegliendo come lingue di studio il tedesco e il russo, con lo scopo di ampliare il mio bagaglio di conoscenze e i miei orizzonti attraverso l'incontro di culture diverse. Crescendo, ho fatto della scrittura il mio jet privato.

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