“Happy Hour”, l’ultimo libro di Mary Miller, è uscito il 25 maggio 2017 per i tipi di Black Coffee, nella traduzione di Sara Reggiani.  Il libro della Miller e la Black Coffee erano presenti a Torino, al Salone del Libro. Black Coffee, quando era ancora una collana delle Edizioni Clichy, aveva pubblicato, sempre in traduzione di Sara Reggiani, uno dei libri preferiti di David Foster Wallace, ovvero “L’amante di Wittgenstein” di David Markson, oltre all’unico romanzo della Miller, “Last Days of California”. Oggi la Black Coffee è una casa editrice indipendente e propone un libro della stessa autrice, tornata alla forma del racconto che l’aveva vista esordire con “Big World” nel 2009.

Nei sedici racconti di “Happy Hour” (titolo originale: “Always Happy Hour”), le coppie ritratte dalla Miller fanno sesso, si fanno i grattini, si annusano le ascelle, fumano, si addormentano davanti a un film, litigano, si filmano, si tradiscono, leggono Don De Lillo in mutande e cucinano le lasagne, giocano a immaginare come sarebbe avere figli e abitare insieme pur sapendo che probabilmente non accadrà.

Sembra un catalogo delle attività che vengono intraprese da tantissime coppie e, in effetti, uno dei meriti della Miller è proprio quello di riuscire a rendere significativo il banale e il quotidiano, cercando di non escludere nulla: niente è veramente scandaloso nei suoi racconti, se non la sanissima intenzione di voler parlare di vibratori come si parla di sandali alla schiava e di trattare sentimenti meschini ed egoistici con la stessa attenzione con cui si trattano i cosiddetti sentimenti nobili.

Eppure, la dedica “ai miei ex” con cui si apre il libro rischia di fuorviare più di un lettore.

Happy Hour, infatti, è molto più che un libro su delle relazioni finite. È un libro che riflette su cosa significhi avere una vita e volerne un’altra; volerne un’altra, ma non trovare la forza per cambiare. Come riflette la protagonista di “Verso l’alto”:

«Questa non è la mia vita, e non è neppure quella che in teoria dovrei vivere, perciò tanto vale fingere che lo sia. La verità è che più la vivo più questa vita diventa mia, diventa reale, mentre quella che dovrei vivere recede sullo sfondo e un giorno scomparirà per sempre dalla mia vista»

Sono racconti che parlano di esseri umani intrappolati. A volte nel proprio corpo, a volte in una condizione sociale (“Un amore grande, grosso e cattivo”), a volte in una splendida casa antica (“Il giusto ordine”), in una relazione o anche in una semplice amicizia tra donne (“Prima classe”).

Per questo sarebbe riduttivo affibbiare a Mary Miller l’etichetta di autore-donna o autore del Sud. Certo, i Waffle House, i Walmart e gli Wendy’s che si possono incontrare nelle sue pagine ci ricordano la sua provenienza e un dialogo sulla sensazione del mascara sulle ciglia non potrebbe essere stato scritto da chi non abbia mai applicato quel trucco. La Miller, però, dimostra di essere semplicemente una grande scrittrice, al di là del punto d’osservazione in cui la biologia e il caso l’hanno situata (quello di una donna degli Stati Uniti del Sud).

«La buona scrittura, secondo me», ha detto Mary Miller intervistata dal collega scrittore Matthew Salesses, «è una scrittura che sembra molto facile, così facile che una persona che non ha mai scritto niente di più di una lista della spesa può convincersi di poter scrivere un libro». È vero, queste parole non sono niente di nuovo — Carver e Bukowski perseguivano un’estetica simile — ma la buona notizia è che nel caso di Miller non si tratta soltanto di buone intenzioni. La prosa di Happy Hour è fredda, precisa, non scade né nel sentimentalismo né nell’ironia, che, come disse una volta David Foster Wallace, rischia di essere «il canto di un uccello che ha finito con l’amare la propria gabbia», ma piuttosto segue i movimenti dei pensieri, spesso contraddittori, di persone comuni ma sensibili. Pensieri che sembrano autentici e naturali proprio perché si autonegano, «Non sono a disagio, ma appena ci penso ho l’impressione che dovrei e allora mi ci sento» (p.58), «è alto e biondo, quindi il mio tipo, ma è anche battista e un precisino che va d’accordo con tutti, il che lo rende tutt’altro che il mio tipo» (p.26) e «Forse lo amavo, Jonah. Ma se lo amavo perché non ho mai pensato a lui?» (p.35).

La contraddizione sembra uno dei motivi per cui i racconti di Miller sembrano così autentici. A volte si tratta di gesti comuni che capita di fare quotidianamente, eppure è segno di grande sensibilità per i dettagli inserire nel testo la descrizione di momenti a primo impatto banali, come quando la narratrice di “Un amore grande, grosso e cattivo” ci presenta se stessa  intenta a cercare nella dispensa il mais che sa già essere finito.

E così, partendo dalla descrizione di queste incongruenze —  un altro buon esempio: «Il mio ragazzo dice che gli piacciono i visi puliti, ma non è vero, gli piacerebbe solo che gli piacessero. Forse a dirlo si sente una brava persona.» — la Miller arriva a smascherare molte squallide ipocrisie, molte bugie più o meno patetiche e a dare voce a pensieri di cui spesso ci si vergogna.

Luca Ventura

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Luca Ventura nasce a Bologna il 4 novembre 1991. Diplomato al Liceo Artistico, studia Lingue e Letterature Straniere. Ha collaborato con i siti canadausa.net e renonews.it e, come scout letterario, con la rivista on-line acetilene.

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