Dopo qualche mese di querelle ai limiti del ridicolo, si è momentaneamente conclusa l’esperienza della legge sullo ius soli nei meandri del Parlamento italiano. Tra levate di scudi, appelli, controversie, discese in campo dei più strenui difensori della patria e delle sue tradizioni, l’Italia si riscopre governata dall’ipocrisia e dal conservatorismo. Non dal Partito Democratico.

La leggenda narra che l’Italia sia un paese progressista: il rinvio della legge sullo ius soli è l’ultima, superflua dimostrazione del contrario. Ogniqualvolta, negli anni recenti, il Parlamento italiano si è trovato a dover legiferare su una questione sociale, legata ai diritti o all’attuazione di norme che proiettassero il nostro Paese verso l’immediato futuro, si è arenato, ostaggio delle politiche conservatrici di schieramenti politici vari ed eterogenei.

In Italia l’ultimo provvedimento in merito alla cittadinanza risale al 1992. È il cosiddetto ius sanguinis, il diritto di sangue, che prevede l’ottenimento della cittadinanza per chiunque abbia almeno un genitore italiano. Al contrario, un bambino nato da genitori stranieri può richiedere lo status di cittadino italiano solamente al compimento dei 18 anni di età, e a patto che abbia risieduto in Italia “legalmente e ininterrottamente”. Il destino del giovane è quindi legato a doppio filo a quello dei genitori, alla durata del loro eventuale permesso di soggiorno e alla loro condizione economica e sociale.

A distanza di più di 20 anni, l’Italia è tornata per un istante a credersi Stato progressista. Non solo ha concesso legittimi diritti, mutilati, alle coppie omosessuali, rientrando per il rotto della cuffia nel novero dei paesi civili, ma addirittura il Parlamento ha osato discutere la legge sullo ius soli, temperato, e sullo ius culturae: due nuove procedure per concedere la cittadinanza a coloro che italiani ancora non lo sono.

Lo ius soli, che letteralmente significa diritto legato al suolo, al territorio, prevede che la cittadinanza venga conferita immediatamente a chiunque nasca in una data nazione. Questo provvedimento è attuato da anni negli Stati Uniti e in altri Paesi, ma non è previsto da nessuno Stato europeo. Per questo motivo la versione edulcorata dello ius soli, presente in diverse varianti in Francia, Germania, Spagna, Portogallo e altri ancora, è definita ius soli temperato.

La proposta italiana di legge, rinviata a data autunnale da destinarsi, prevede che un bambino nato in Italia diventi cittadino italiano a patto che uno dei due genitori sia legalmente residente in Italia da almeno 5 anni. Qualora il genitore non provenisse dall’Unione Europea, dovrà rispettare altri requisiti: un reddito pari o superiore alla quota annuale dell’assegno sociale, un’abitazione idonea, il superamento di un esame di lingua italiana. Un sistema regolato da norme ben chiare e non manipolabili, ben distante dallo spauracchio migratorio paventato dai partiti conservatori e dalle formazioni extraparlamentari che si nutrono della paura dei cittadini.

Altro provvedimento contenuto nella proposta di legge è quello, già citato, dello ius culturae: la cittadinanza italiana potrà essere assegnata ai minori stranieri nati in Italia, o ivi giunti entro i 12 anni di età, a patto che frequentino le scuole italiane per almeno cinque anni e superino un ciclo scolastico. La norma si estenderà anche ai ragazzi nati all’estero, arrivati in Italia tra i 12 e i 18 anni, che risiedano sul suolo tricolore per almeno sei anni e abbiano superato un ciclo scolastico.

Nel modo più sintetico possibile, quella spiegata nei due paragrafi precedenti è la proposta di legge sullo ius soli. In un Paese governato dal buon senso, dalla volontà di allinearsi agli altri maggiori colleghi europei, lo ius soli temperato sarebbe già realtà. In Italia è osteggiato, associato a terrorismo e immigrazione, fonte di insensata mobilitazione sui social network da parte dei suoi oppositori che hanno creato immagini e didascalie ad hoc per manifestare il proprio dissenso.

Un tempo il mancato progressismo italiano sarebbe stato ascrivibile all’ingombrante presenza dello Stato Vaticano, alla figura conservatrice del Santo Padre e all’ampia fetta di elettorato cattolico. Oggi? Papa Francesco si fa portavoce di quei valori cristiani di solidarietà e uguaglianza che non sono esclusivi del mondo religioso, ma fondanti della nostra Costituzione. Tuttavia, dentro e fuori dal Parlamento, a spadroneggiare sono quelle formazioni partitiche che per decenni si sono rivolte all’elettorato tradizionalista, conservatore: tra un “Dio, patria, famiglia” urlato nelle piazze dai forzanovisti e le esultanze di Matteo Salvini e di tutto il Carroccio per il rinvio della proposta di legge.

NO IUS SOLI” reca scritto in maiuscolo un piccolo striscione tra i banchi della Lega, tra un accigliato Giovanardi e il soddisfatto pluri-indagato Formigoni. Probabilmente, se tra gli aspiranti cittadini italiani ci fosse qualche campione pronto a vestire la maglia della nazionale e ad alzare la Coppa del Mondo, nessuno avrebbe dubbi: ius soli subito, seduta stante. Perché la patria e le sue radici vengono prima di tutto, e le vittorie sportive del nostro paese sono fonte di lustro e prestigio. Sarà per questo che uno ius soli sportivo già esiste, e, seppur con i suoi limiti, all’Italia dello sport ha già dato tanto.

Andrea Massera

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