La strada di Cormac McCarthy viaggio senza meta nella post apocalisse
Fonte immagine: http://filmfisher.com/2015/04/road-film-novel/

Viaggio. Basta questa parola a evocare mondi lontani, esotici, nuovi; l’eccitazione che precede la partenza e la nostalgia che avvolge il ritorno; storie cariche di aneddoti. Ecco, adesso il lettore chiuda gli occhi e immagini un vecchio carrello del supermercato che, cigolante, avanza spinto stancamente da un uomo e un bambino su una strada che sembra non finire mai. Tutto intorno, la distruzione portata da una catastrofe senza nome: la vita dei due individui è ridotta a un viaggio forzato attraverso un mondo che conserva tratti sbiaditi di ciò che era prima dell’apocalisse. Questa è la scena che occupa quasi ogni pagina deLa strada, romanzo dello scrittore statunitense Cormac McCarthy, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa nel 2007.

La strada, unico resto di un mondo scomparso per sempre

Il romanzo di McCarthy inizia in medias res, precisamente con un incubo di uno dei due protagonisti. L’oscillazione tra la realtà e il sogno è una costante di tutto il romanzo, soprattutto quando la lente di ingrandimento è puntata sul protagonista adulto: figlio del vecchio mondo, spesso viene dolorosamente assalito da ricordi e da sogni deliranti. È una duplicità che invece non appartiene a suo figlio, nato nel bel mezzo dell’apocalisse e in un certo senso privo di memoria. “La strada” segue il peregrinare ininterrotto dei due, le loro giornate scandite dalla disperata ricerca di cibo e riparo dalle intemperie. Il loro è un viaggio senza un preciso disegno: unico obiettivo è raggiungere una costa (o quanto ne rimane) che rappresenta un barlume di speranza in un mondo completamente abbandonato.

Caratteristiche de “La strada” sono le descrizioni dettagliate dell’ambientazione della storia. Edifici fatiscenti, vegetazione morente e priva di colore, notti senza stelle, intere pianure bruciate da incendi: la catastrofe non ha risparmiato nemmeno il mare, il cui colore è soltanto un lontano ricordo. McCarthy innesta il ritmo sulla lentezza del viaggio: l’uomo e il bambino trascinano dalla prima all’ultima pagina un carrello del supermercato, pieno dello stretto necessario a sopravvivere. Cercano cibo, costruiscono giacigli per dormire, si nascondono da altri esseri umani (spesso di umano hanno soltanto la parvenza) in cammino come loro, parlano sommessamente del passato e del futuro: nel romanzo non succede altro. La pazienza del lettore è infatti sottoposta a dura prova. Pur avendo scelto di ambientare la storia nella post-apocalisse, l’autore preferisce scrivere del viaggio silenzioso e angosciante che segna i protagonisti: il disfacimento di ogni opera umana e naturale è solo lo sfondo su cui si stagliano le figure dei protagonisti.

L’umanità tra abnegazione ed egoismo

L’umanità descritta ne “La strada” è il ritratto dell’involuzione: costretti a spostarsi senza pace, intrappolati in un mondo spoglio, inospitale e triste, i pochi uomini rimasti dimenticano ogni regola del vivere civile e diventano gli uni i nemici degli altri. La legge della sopravvivenza prevale tanto da portarli a compiere efferatezze che, comparendo all’improvviso nel lento e pesante scorrere della storia, rincarano la dose di ansia percepibile dall’inizio del romanzo. L’uomo e il bambino, al centro de “La strada“, dividono il mondo in buoni e cattivi. Portatori del fuoco, loro si contano nelle file dei primi. In particolare il bambino, unica speranza del viaggio e unico motivo di vita in tutto il romanzo, sviluppa nel corso della storia una sincera abnegazione. Ossessionato da sogni di morte e dal desiderio insopprimibile di aiutare i viandanti incontrati durante il viaggio, il bambino sembra portare sulle fragili spalle il peso di una speranza quasi divina, provvidenziale.

Questo viene ribadito da subito:

Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.

Tutto farebbe pensare all’assenza di umanità e all’assenza, ancora più palpabile, di un dio. Il viaggio nel nulla procede in modo così irrazionale e cieco, che sorge spontaneo chiedersi che senso possa esserci e come possa concludersi la storia. Uniche pause dalla morte strisciante sono i momenti di comunione tra padre e figlio: la condivisione del cibo, le carezze del padre, gli abbracci notturni, brevi scambi di battute.

L’unico filo in grado di non spezzarsi è il bambino con la sua generosità, che mantiene ancora in vita quel che resta dell’umanità:

Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c’è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un’origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te.

Arianna Saggio

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