Pensione per i nati negli ’80: lavorare di più per ricevere meno

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Pensione più bassa per i nati negli anni ’80, che lavoreranno di più (fino a 70-75 anni) e riceveranno una pensione più bassa del 25%, secondo Boeri, ma non è tutto perché i dati pubblicati dall’Istat parlano di un PIL con una crescita minore del previsto (0,8% e non più 0,9%) e di un invecchiamento degli occupati.

Boeri contro tutti

Il Presidente INPS non è nuovo a dichiarazioni così forti, infatti ha posto da tempo all’attenzione di tutti la necessità di un reddito minimo garantito per sostenere l’economia ed oggi sul tema pensione. Secondo alcuni, questi argomenti non sono di competenza del ruolo che ricopre, ma lui dichiara sicuro «Nell’ipotesi di un tasso di crescita dell’1%, molti dovranno lavorare anche fino a 75 anni con prestazioni del 25% più basse». Assegni più bassi comporteranno una minore disponibilità economica della classe numericamente più importante nell’economia (i lavoratori) ed una diminuzione dei consumi, trascinandoci in una spirale economica negativa. L’Italia spende il 15,7% del proprio pil (270 miliardi) in pensioni ed è la spesa previdenziale più importante dei Paesi OCSE assieme alla Grecia e per questo Boeri, anche in quel caso criticatissimo, aveva proposto un contributo di solidarietà per chi avesse una pensione più ricca, ossia da 2.000 euro netti a salire, come esposto da Renzi a Porta a Porta durante le primarie, ma l’ex sindaco di Firenze non ne ha voluto sentir parlare. Il discorso qui è politico più che economico visto che i pensionati col vecchio sistema sono l’84% sarebbe un vero e proprio “autogol” in chiave elettorale per il Premier.

Lavorare fino a 70 anni e ricevere 1.600 euro di pensione al posto di 2.100

Ma perché questo trend così negativo? Davvero i trentenni sono “Bamboccioni”, come li definì Padoa-Schioppa o “Choosy”, come li apostrofò l’ex Ministro Fornero? La risposta definitiva è nei fatti: chi è nato nel 1945 oggi percepisce una pensione media di 2.100 euro perché ha conosciuto un mercato del lavoro che a 20 anni, se diplomato presso un Istituto geometra o di ragioneria, apriva a ruoli nel settore edilizio o di dirigente di medio livello in breve tempo e con la possibilità di fare carriera in maniera relativamente rapida. Parliamo di anni in cui il nostro Paese registrava una crescita del prodotto interno lordo in doppia cifra e la piena occupazione del modello keynesiano (vasto impiego di investimenti pubblici) sembrava quasi possibile. Sorte simile sarebbe toccata anche ai nati nel ’45 che riuscivano a conseguire la laurea a 25-26 anni; quelle persone, vista la bassa media di laureati dell’epoca, hanno sicuramente fatto carriera come alti dirigenti o professionisti autonomi ed oggi percepiscono una pensione ovviamente alta.

Non solo perché, come dice qualcuno che tenta di semplificare un problema oggettivamente complesso, “Oggi le pensioni sono più basse perché la Fornero ed il suo passaggio al sistema contributivo hanno abbassato le pensioni”, bensì perché, oltre all’abbandono del sistema retributivo, oggi un trentenne quasi non conosce un impiego duraturo perché «Le imprese oggi navigano ancora su cicli brevi e vogliono gente pronta subito», ha spiegato il vicepresidente dell’Associazione dei direttori delle risorse umane, Paolo Iacci, a La Stampa. Questo comporta che le imprese cercano giovani già con esperienze lavorative in quanto le nozioni universitarie non sembrano più sufficienti né talvolta minimamente adatte a garantire una facilità di accesso al mondo del lavoro e lo dimostrano di nuovo i numeri: stando agli ultimi dati di Unioncamere ci sono quasi 80mila profili professionali che le aziende cercano e non trovano. Il gap si registra soprattutto nella Net economy e nell’industria 4.0, ossia mondi che hanno alla propria base conoscenze di social marketing che gli Atenei italiani spesso tendono a non trattare nei propri corsi di strategia e comunicazione, dando la precedenza a modelli divenuti obsoleti con la nascita di Facebook e Twitter.

Perché i giovani non trovano lavoro: guerra generazionale

Ma cosa sta accadendo nel mondo del lavoro? Perché aumenta la disoccupazione giovanile anche quando il dato generale dell’occupazione cresce? Un fattore importante è di natura demografica in quanto gli over 50 sono aumentati del 4,7% nel periodo gennaio 2013 – settembre 2015 mentre sono diminuite le persone di età 15-34 anni. La situazione, stando di nuovo ai numeri, è davvero deprimente per un nato negli anni ’80 poiché si è allontanata l’età pensionabile e la conseguenza è stata ovviamente un innalzamento dell’età media dei lavoratori, infatti la popolazione degli over 50-55 che cercano lavoro si è allargata e ad essa si sono aggiunti i cassintegrati dei settori in leggera ripresa. Dal 2012 ad oggi il tasso di occupazione di soggetti nell’età 50-64 è salito del 4,6%: insomma, mentre i trentenni fanno di tutto per trovare un’occupazione stabile, i loro genitori “rubano” loro il lavoro, accettando spesso retribuzioni più basse per riuscire ad acciuffare i contributi mancanti all’ottenimento della pensione e per tenere in piedi una famiglia, la quale annovera in molti casi un nato negli anni ’80 disoccupato. Una vera e propria “guerra” generazionale.

Oggi la maggior parte della popolazione lavorativa ha 50-55 anni, ma la normativa Fornero prevede un costante aumento dell’età pensionabile in virtù dell’allungamento dell’aspettativa di vita, quindi tra 2018 e 2019 le donne vedranno aumentare l’età del pensionamento di un anno e l’età pensionabile sarà di 70 anni nel 2050. Le conseguenze di questo invecchiamento potrebbero essere catastrofiche perché è difficile che un lavoratore con cinquantacinque anni o più possa produrre quanto un quarantenne in catena di montaggio o possa sfruttare il “learning by doing” (imparare qualcosa di nuovo facendolo) come un trentenne con qualche anno di esperienza.
Questa aspettativa potrebbe sembrare pessimistica o deprimente, però è estremamente reale considerando che sono solo 15.000 le imprese che hanno utilizzato il progetto “Garanzia Giovani” previsto dal governo Renzi per rilanciare l’occupazione giovanile, con una spesa di 55 milioni rispetto ai 177 previsti; dati che farebbero pensare a chiunque che la misura non abbia funzionato o che, comunque, occorra qualcosa di più drastico.

Nel frattempo gli inoccupati, ossia coloro che non hanno un lavoro e non lo cercano più in quanto scoraggiati, sono aumentati di circa 196.000 unità nel solo mese di ottobre.

Non ci resta che sperare in un miglioramento imponente della nostra economia.

Ferdinando Paciolla

 Twitter: @NandoPaciolla

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