Teste Moai. Credits: pixabay
Teste Moai. Credits: pixabay

“Arte indigena” è una definizione che, come abbiamo visto, dice tanto ma anche troppo poco. Nel vasto e generico contenitore che prende il nome di arte indigena vengono infatti riposte tutte le opere e le produzioni di popoli come quelli del Sud America, dell’Africa o dell’Oceania, civiltà molto antiche che per secoli sono state confrontate con i Greci o i Romani della “nostra storia” e considerate intrinsecamente inferiori e primitive. Di conseguenza, la produzione artistica di queste popolazioni non poteva che attirare un interesse puramente archeologico. Fortunatamente, studi e iniziative recenti stanno contribuendo a scardinare queste superficiali opinioni eurocentriste dimostrando che oltre l’antica Roma c’è tantissimo altro.

Di fatto, le popolazioni che la flotta di Magellano incontrò nel ‘500 in Oceania, quel continente che affascina per quanto è remoto e quanti segreti ancora cela, erano tutt’altro che “primitive”: la Nuova Guinea e l’Australia erano abitate dai nostri antenati Homo Sapiens già da almeno 60mila anni, e cioè prima che questi giungessero in Europa. Inoltre, quando gli europei approdarono sulle diverse isole oceaniche, i popoli aborigeni conoscevano la navigazione e stavano espandendosi verso le isole più remote, sviluppando e consolidando i tratti specifici di ogni gruppo nelle numerosissime isole.

In virtù di queste differenze culturali e sociali radicate fin dagli albori delle civiltà, in Oceania prende vita un tipo di arte che non si differenzia solamente dall’arte indigena di altri continenti, ma che anche al suo interno presenta peculiarità che oggi vengono finalmente riconosciute e apprezzate. L’arte oceanica abbraccia infatti una vastità geografica – circa 20.000 isole –, culturale – circa 1.800 lingue e culture –, e temporale – più di centinaia di migliaia di anni –, il che la rende molto eterogena al suo interno, nonostante sia possibile riconoscere alcuni tratti comuni.

Arte Indigena Oceanica
Figura di Abelam, Monti Prince Alexander, Provincia di East Sepik, Papua Nuova Guinea (Melanesia). Foto © Sotheby’s (dettaglio). Credits: https://www.barnebys.it/blog/arte-oceanica-mini-guida-per-principianti

Le numerose culture e tradizioni sulle isole oceaniche affondano le radici in un passato comune, in cui i manufatti venivano realizzati prettamente partendo dai prodotti della natura, per cui legni, conchiglie, becchi di uccelli, gusci di tartarughe, piume e talvolta argilla, e decorati con pittura che ruotava attorno a temi comuni, come religione, rituali, soprannaturale e fertilità. Insomma, ciò che lega e accomuna le diverse popolazioni è un microcosmo di natura, misticismo e spiritualità che si riversa in arte prettamente sotto forma di manufatti di diverse forme e dimensioni. Accanto ai tratti in comune, ogni popolazione ha poi sviluppato un proprio linguaggio e una propria specificità. È per questo che si può distinguere, per grandi linee, l’arte della Polinesia, della Micronesia e della Melanesia.

Affascinati dalle leggende e i misteri che le numerose teste megalitiche portano con sé, chi non si è mai chiesto l’origine delle imponenti statue dell’isola di Pasqua? Le statue Moai sono senza dubbio le realizzazioni artistiche più famose della Polinesia, ma non sono certo le uniche. Molto apprezzate sono anche sculture in legno più piccole che vengono intagliate per rappresentare gli antenati, come anche i colorati e vari ornamenti Maori.

L’arte micronesiana è nota, invece, per i manufatti semplici e funzionali realizzati con grande maestria, oltre che per l’opera più famosa, la città megalitica galleggiante di Nan Madol.

Per quanto riguarda l’arte melanesiana, molto conosciute sono le maschere e gli ornamenti provenienti in particolare della Nuova Guinea. Tuttavia, ciò che caratterizza l’arte della Melanesia è l’effetto quasi allucinogeno che provoca nell’osservatore: i molti colori e le forme esagerate delle sculture raffigurano prettamente temi sessuali, cannibalismo o temi spirituali, e sono in grado di sedurre e ammaliare fino a sentirsi storditi. Per questa sua grande potenza e capacità di catapultare in dimensioni alternative, l’arte Melanesiana è stata molto apprezzata dai Surrealisti.

Con l’arrivo dei colonizzatori, l’espressione artistica di questi popoli viene in gran parte messa in crisi, soprattutto poiché la forza espressiva era dovuta al forte legame con la natura, con lo spiritualismo e il misticismo, tutto ciò che il Cristianesimo ha tentato di spazzar via.

Per molti secoli l’arte oceanica, come d’altronde l’arte indigena dei diversi paesi, è stata guardata meramente con un interesse antropologico, come materiale di studio, e pertanto esposta nei musei per sfamare la curiosità degli europei. A partire dal XX secolo, grazie anche alla genialità di artisti come Picasso o Matisse, i manufatti dell’Oceania cominciano a essere apprezzati per quello che sono: arte. Comincia l’era del collezionismo – o forse possiamo definirlo colonialismo artistico –, si dà il via alla ricerca dell’opera più rara, più antica, dai materiali più preziosi, e così anche ai manufatti di queste popolazioni lontane viene dato un prezzo, anche quest’arte così rara e pura per il suo legame con la natura viene mercificata. Molti musei capiscono l’importanza di “avere un pezzo di arte indigena oceanica” tra le tante collezioni, e così si arricchiscono il British, il Museo di Antropologia di Cambridge, il MET, e il Musée du Quai Branly Jacques Chirac di Parigi.

Solo nell’ultimo secolo quest’arte si è liberata dallo sguardo dei curiosi, affascinati dal valore antropologico piuttosto che da quello artistico, e le opere hanno trovato il loro posto in mostre proprie. Le prime mostre sono organizzate a partire dagli anni ’30 e ’50, e negli ultimi 80 anni circa hanno avuto grande rilevanza. L’arte oceanica contemporanea è un armonico mix tra radici passate e vento moderno, in cui i tratti fondamentali delle opere degli aborigeni sono ancora riconoscibili e l’iconicità polisemica che l’ha definita nei secoli resta leitmotiv ancora oggi.

Latai Taumoepeau, Deep Communion sung in minor, 2024, Re-Stor(y)ing Oceania, installation view at Ocean Space, Venezia. Photo Giacomo Cosua, credits: Artribune

Quest’anno a Venezia l’arte indigena sarà protagonista della mostra Re-Stor(y)ing Oceania” a cura dell’artista Taloi Havini, per la quale le artiste indigene dell’Oceania, la tongana Latai Taumoepeau e la māori Elisapeta Hinemoa Heta, hanno realizzato due installazioni performabili nella Chiesa di San Lorenzo, reinterpretando gli spazi barocchi della chiesa per comunicare un messaggio universale annientando le distanze geografiche e culturali. Protagonista delle installazioni è Moana, l’Oceano, che necessita di un urgente “restauro” a causa dello sfruttamento e dell’inquinamento di cui è vittima.

La mostra è la dimostrazione del valore universale dell’arte, è un solido ponte tra culture apparentemente così lontane e diverse, eppure così simili: a causa dell’innalzamento del livello delle acque rende tangibile la possibilità di attivazione perenne del Mose a Venezia, così come moltissime isole del Pacifico rischiano di essere sommerse costringendo gli abitanti a migrare. In Re-Stor(y)ing Oceania quella forza evocativa e comunicativa caratterizzante le opere indigene tradizionali prende forma in due installazioni interattive e moderne, frutto della convivenza tra presente e passato per dare voce a un tema che abbraccia il presente e ci indirizza verso il futuro.

La vivacità delle mostre contemporanee è dimostrazione di quanto l’arte indigena non sia un fenomeno relegato al passato, ma che anzi le radici dell’arte degli aborigeni è la solida base su cui costruire e attraverso cui comunicare messaggi attuali e universali, è un meraviglioso intreccio di storie, tradizioni e usanze che danno vita a linguaggi unici ma universali, in grado di superare spazio e tempo. La mostra a Venezia incarna perfettamente tale spirito.

Nunzia Tortorella

Nunzia Tortorella
Avida lettrice fin dalla tenera età e appassionata di ogni manifestazione artistica. Ho studiato Letterature e culture comparate all'università di Napoli L'Orientale, scegliendo come lingue di studio il tedesco e il russo, con lo scopo di ampliare il mio bagaglio di conoscenze e i miei orizzonti attraverso l'incontro di culture diverse. Crescendo, ho fatto della scrittura il mio jet privato.

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