Per Benjamin Netanyahu, il voto del 23 dicembre al Consiglio di Sicurezza contro la politica israeliana di occupazione è stata «la goccia che ha fatto traboccare il vaso». Inammissibile. Imperdonabile. Un attacco diretto a Israele e al proprio diritto a difendersi e ad autodeterminarsi.

L’astensione di Barack Obama è arrivata a Tel Aviv come un vero e proprio schiaffo da parte dello storico alleato statunitense. Una presa di posizione ONU così seria non si verificava dal 1979. Non c’è nulla di vincolante, ma rimane il forte valore simbolico.

Le reazioni di Israele sono state immediate: un Netanyahu furibondo ha convocato gli ambasciatori dei 14 paesi favorevoli alla «risoluzione scandalosa», il 25 dicembre, giorno di festa per la maggioranza dei diplomatici. C’è chi non ha potuto non mostrare sorpresa per la ritorsione del premier: «Cosa avrebbero detto a Gerusalemme se un ambasciatore israeliano fosse stato convocato nel giorno del Kippur?», l’importante festività religiosa ebraica che celebra l’espiazione.

L’ONU ha difeso la propria decisione ribadendo che le colonie mettono in pericolo il processo per una pace giusta e duratura, poiché «costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale e un grande ostacolo per costruire la soluzione dei due stati». La risoluzione parla chiaro: basta insediamenti sui territori palestinesi della West Bank e di Gerusalemme est.

Proprio il Comitato per la pianificazione abitativa di Gerusalemme, tre giorni dopo il voto del Consiglio di Sicurezza, aveva annunciato l’avvio di un progetto per la costruzione di 618 nuove case negli insediamenti nella parte orientale della città, a prevalenza araba. Il 28 dicembre, però, la pianificazione è stata posticipata, probabilmente in seguito a una richiesta giunta direttamente dal Primo Ministro, che ha voluto evitare ulteriori tensioni con gli Stati Uniti.

Nonostante gli insediamenti israeliani violino da sempre il diritto internazionale e siano quindi illegali, Netanyahu ha interpretato la condanna del Consiglio di Sicurezza come «canto del cigno del Vecchio Mondo», che finalmente si scopre per ciò che è: unito contro Israele. Per questo, in trepidante attesa dell’entrata in carica di Donald Trump il 20 gennaio, Bibi ha deciso di ridurre le relazioni diplomatiche con i Paesi responsabili di questo attacco. Il neo presidente degli Stati Uniti ha dichiarato di voler depotenziare rapidamente la risoluzione, accusando l’ONU di essere «diventato un posto dove si parla e ce la si spassa».

Se per l’ONU e per parte della sinistra israeliana l’occupazione è uno degli ostacoli maggiori al conseguimento della pace, non la pensa così una larga fetta della destra, per cui le colonie sarebbero la soluzione di molti problemi, primi fra tutti quello della sicurezza e quello demografico. Le case negli insediamenti costano un terzo in meno rispetto agli altri e oramai, tra i 430 mila israeliani della Cisgiordania e i 200 mila di Gerusalemme est, sono ben pochi coloro che vi restano per motivi ideologici o religiosi.

Anche se la risoluzione non risolverà la questione israelo-palestinese, né cambierà l’assetto politico israeliano, si tratta di una vittoria diplomatica dei palestinesi. Abū Māzen ha sottolineato che «il mondo si è unito al nostro fianco e ora ci sostiene». Difficilmente, tuttavia, il governo di Netanyahu deciderà di allentare il “pugno duro” con gli arabo-palestinesi, con cui ha instaurato da tempo una relazione quasi esclusivamente militare.

Netanyahu ha annunciato l’inizio di «una nuova era», riferendosi però a un avvertimento: ben presto tutte le nazioni del mondo dovranno mutare il proprio atteggiamento verso Israele se vorranno beneficiare delle tecnologie israeliane e delle tecniche di cyber-sicurezza, per le quali lo Stato ebraico è ben più che all’avanguardia.

Intanto, l’attenzione del premier israeliano, oltre alla relazione con i palestinesi e il resto del mondo, è rivolta verso una preoccupante situazione interna, che lo riguarda da vicino: nella giornata di lunedì 2 gennaio, la polizia è arrivata nella sua residenza per interrogarlo riguardo importanti «doni illeciti», per un totale di diverse migliaia di dollari, che Bibi avrebbe ricevuto da parte di alcuni uomini d’affari israeliani e stranieri. Il Primo Ministro ha negato ogni compromissione, ma se i fatti dovessero confermarsi, l’accusa sarebbe quella di peculato e appropriazione indebita.

Rosa Uliassi