Duecentoventi. È questo il numero esatto di giorni che Golden State ha impiegato per tornare alla vittoria contro Cleveland Cavaliers. L’ultima era arrivata in gara-4 delle Finals 2016. Tutti sappiamo poi com’è andata. Una vittoria wire-to-wire, condotta dall’inizio alla fine, senza la minima difficoltà. I Cavs, che venivano da 6 trasferte nelle ultime 11 partite, sono apparsi visibilmente scarichi e, forse, non motivati quanto gli Warriors nel dimostrare la propria forza. Una gara chiusa già dopo il primo tempo, in cui i padroni di casa hanno messo assieme la bellezza di 78 punti contro i 49 degli avversari. Momento non felicissimo per Cleveland che ha collezionato la quinta sconfitta nelle ultime undici partite. Nulla ancora di preoccupante, resta nettamente la favorita ad est ma ci sono alcuni dati che possono far scattare qualche campanello d’allarme.

24 – Sono bastati solo due quarti ai padroni di casa per chiudere la pratica. La voglia di rivalsa era visibile nell’atteggiamento dei giocatori di Steve Kerr, i quali hanno deciso di aggredire immediatamente gli avversari come capita sempre alla Oracle Arena. Golden State sin dai primi possessi tiene alta l’asticella del ritmo, mettendo in difficoltà la difesa avversaria: è 7-0 dopo pochi secondi. Time-out chiamato da coach Lue, che non vuole assolutamente che gli Warriors entrino in the zone. Kyrie commette il secondo fallo ed è costretto così ad uscire, complicando una manovra offensiva già complicata che ha fruttato 3 palle perse in non appena 4 minuti. È LeBron allora ad assumersi il ruolo di playmaker della squadra ma senza successi: Cleveland produce 1 assist nell’intero primo quarto. Dall’altra parte, invece, gli Warriors accelerano. Curry dispensa cioccolatini per sé e i suoi compagni; la sua tripla a 7″ alla fine del primo periodo porta i suoi sul +15 (37-22).
Il dato più interessante dei primi 12′ è la quantità di canestri assistiti dei padroni di casa: 13 dei 15 canestri segnati nascono dal flow e non da giocate singole. La forza di Golden State è nel gruppo e lo si vede anche nel secondo quarto con l’ingresso di Livingston che, insieme ad Iguodala, complica ancor di più la posizione di LeBron e compagni. La panchina degli Warriors ha già messo insieme 21 punti (chiuderà con 44). Ad animare il secondo periodo ci pensa il contatto tra LeBron e Green, due non proprio amicissimi, che portano gli arbitri a chiamare un flaigrant di tipo uno. Cleveland continua ad annaspare offensivamente  tirando con il 20% da dietro l’arco, troppo poco per una squadra i cui set offensivi sono al 38.8% finalizzati con un tiro da tre (2° in NBA). Negli ultimi 4’07” del primo tempo Golden State ammazza definitivamente la gara, portando a casa un parziale di 18-3 finalizzato da una tripla di Curry al buzzer. Il tabellino dice tutto: 78-49. Il secondo tempo è solo paesaggio.

CHAMPS’ DEFENSE – Quello offensivo non è stato l’unico problema dei Campioni NBA 2016. Ps. LeBron con la peggiore serata al tiro della sua stagione (33%) e 0-5 dal campo quando a marcarlo era Durant. Difensivamente non è andata meglio. L’intento principale di ieri sera era cercare di tenere Curry fuori dal gioco, seguendolo ad uomo sin dal centrocampo e raddoppiando non appena riceve il pallone. Questo si è tradotto in un giocatore di Golden State sempre libero sull’angolo cieco, non proprio il massimo se hai di fronte tiratori come Klay Thompson, Kevin Durant e Draymond Green. Risultato: 126 punti subiti. Anyway, se offensivamente questa potrebbe essere stata one of those nights non si può dire lo stesso della difesa. I Cavs sono la 14esima difesa della NBA per punti concessi ogni 100 possessi con 105.4 punti. Soprattutto nel pitturato, dove grazie alla forza fisica ha sempre difeso bene lo scorso anno, la situazione non è delle migliori: nelle ultime 15 partite hanno concesso in media 45.9 punti (25° in questa classifica). Un qualcosa che va tenuto in considerazione, perché negli ultimi 13 anni una sola squadra ha vinto il titolo con la difesa fuori dalla top-ten (Miami Heat 2005-06).

Michele Di Mauro