Tra quattro giorni, l’8 giugno, i cittadini del Regno Unito saranno chiamati alle urne, per le elezioni generali anticipate, annunciate il 18 aprile dal Primo Ministro Theresa May, leader del Partito Conservatore. Il principale sfidante della May è Jeremy Corbyn, leader del Partito Laburista, rappresentante dell’ala più a sinistra del partito. Fin dalla prima elezione di Jeremy Corbyn a leader del Partito Laburista, molti esponenti del centrosinistra, sia britannici – come Tony Blair – che europei – come Matteo Renzi –, hanno considerato in modo negativo la svolta radicale del Partito Laburista, che, allontanandosi da una prospettiva moderata, andrebbe, secondo loro, verso una sconfitta certa. Ma è davvero così?

In effetti, i primi sondaggi comparsi subito dopo l’annuncio delle elezioni davano il Partito Conservatore, guidato da Theresa May, tra il 44% e il 48% e il Partito Laburista di Jeremy Corbyn tra il 24% e il 29%. Circa venti punti di scarto che sembravano già consegnare il risultato delle elezioni ai cittadini del Regno Unito.

Poi è partita la campagna elettorale. Una campagna-lampo, durata meno di due mesi, nella quale il Partito Conservatore è partito da una posizione di netto vantaggio, dovuto probabilmente all’indebolimento dello UKIP (alle elezioni del 2015 ottenne il 12,6%, oggi i sondaggi lo danno tra il 2% e il 5%). Il partito, fondato nel ’93 all’indomani di Maastricht dai conservatori euroscettici – tra cui Nigel Farage –, dopo l’ottenimento dell’uscita dall’UE ha, infatti, perso la sua principale ragion d’essere e tenta di sopravvivere nel sistema politico britannico puntando su una forte opposizione all’immigrazione (promettendo di azzerarla completamente entro cinque anni). L’elettorato ascrivibile alla “destra euroscettica” è tornato a rivolgersi ai conservatori della May, la quale promette una “hard brexit” – abbandono del mercato unico, della Corte europea di giustizia, piena sovranità del Parlamento britannico e controllo su frontiere e immigrazione.

La campagna di Jeremy Corbyn è, dunque, partita in salita, con un avversario forte e con l’ala moderata del Partito Laburista, legata all’esperienza del New Labour di Tony Blair, non entusiasti della sua leadership. Corbyn era già stato sfiduciato dall’81% dei parlamentari laburisti, a seguito della vittoria del leave nel referendum sulla Brexit, ma aveva poi vinto nuovamente le primarie, con margine ancora più ampio, nel settembre del 2016.

Alla metà del mese di maggio, Jeremy Corbyn ha presentato “For the many, not the few” (Per i molti, non per i pochi), il programma del Partito Laburista. I suoi punti cardine sono: nazionalizzazione di energia elettrica, rete idrica, ferrovie e servizio postale; fine dei contratti a zero ore e aumento del salario minimo a 10 sterline l’ora a partire dal 2020; protezione delle pensioni, sussidi alle famiglie; riconoscimento dei diritti per i cittadini UE già presenti nel Regno Unito e una immigrazione più controllata; 6 milioni di sterline all’anno per la scuola, pasti gratuiti per gli alunni e cancellazione delle tasse universitarie; costruzione di 100.000 case pubbliche all’anno a prezzo agevolato; sostegno alla sanità pubblica per accorciare i tempi di attesa e parcheggi gratuiti negli ospedali; aumento di poliziotti e vigili del fuoco. L’ultimo annuncio è stato quello della creazione di un milione di posti di lavoro di qualità.

Il costo previsto per tali riforme è di 86,4 miliardi di sterline, che Corbyn prevede di recuperare attraverso le seguenti misure: taglio agli stipendi dei top manager e aumento delle tasse sui redditi più alti, rappresentanti il 5% della popolazione, e reale lotta all’evasione fiscale.

In campo geopolitico, Corbyn promette l’impegno del Regno Unito per la pace nel mondo e l’avvio delle trattative per una sorta di “soft brexit”, cercando di ottenere il miglior accordo possibile e il mantenimento dei rapporti con i Paesi dell’UE. Un programma nettamente in controtendenza rispetto a quelli dei centrosinistra europei, definito dai media britannici come il programma “più a sinistra degli ultimi 35 anni.

Tale radicalità non sembrerebbe più destinata, però, a portare alla disfatta il Partito Laburista. Almeno stando agli ultimi sondaggi. Oggi si può dire che durante la campagna elettorale il Partito Laburista di Corbyn ha portato avanti una silenziosa ma rapida cavalcata, che potrebbe riaprire la partita nel Regno Unito: gli ultimi sondaggi danno, infatti, il Partito Conservatore tra il 42% e il 45% – che avrebbe perso 4-10 punti dall’inizio della campagna – e il Partito Laburista tra il 38% e il 40% – che ne avrebbe guadagnati 11-16.

Ma non finisce qui: se i risultati confermeranno i sondaggi, quello di Corbyn rappresenterà il più grande risultato laburista in termini di percentuale dal 2005 a oggi. Nel 2005, infatti, il Partito Laburista, guidato dal centrista Tony Blair, ottenne il 35,3% – vincendo, dato che i conservatori si fermarono al 32,4%. Un’eventuale vittoria del Partito Conservatore non sarà da imputare, dunque, al programma radicale di Corbyn – che, anzi, oltre ad aver incrementato gli iscritti reali al partito da quando ne è leader, ne avrebbe anche ampliato i consensi – ma ad un’eccessiva forza dei conservatori di Theresa May, dovuta all’assorbimento dei consensi dello UKIP e dei LiberalDemocratici.

Questi ultimi, in particolare, sono in declino da diversi anni, probabilmente a causa della loro posizione fortemente europeista – propongono un nuovo referendum sull’UE – in un Paese che ha votato in maggioranza per l’abbandono dell’Unione. Tale teoria trova ulteriore conferma in un recente sondaggio, secondo il quale Tony Blair, rappresentante dell’anima moderata del partito, vanterebbe un tasso di fiducia tra i britannici pari al 21%, mentre Corbyn si attesterebbe al 33%. E il distacco aumenta se si considerano solo gli elettori del Partito Laburista, dei quali solo il 37% si fida di Blair, mentre ben il 60% si fida di Corbyn.

Insomma, volendoci basare sui sondaggi, come hanno fatto tutti gli osservatori fino ad ora, la radicalità di Corbyn non sarebbe l’elemento che causerebbe la sconfitta del Partito Laburista, ma quello che renderebbe meno pesante e meno certo l’esito delle elezioni nel Regno Unito.

Ovviamente, i risultati reali delle elezioni potrebbero raccontarci tutta un’altra storia, soprattutto considerando il sistema di voto britannico, basato su collegi uninominali, i quali rendono poco influente il consenso nazionale dei partiti. Ne è un esempio il risultato dello UKIP nelle elezioni del 2015, in cui ottenne il 12,6% dei consensi su scala nazionale, ma soltanto uno dei suoi candidati vinse nel proprio collegio, ottenendo il seggio. Terzo partito nazionale e un solo rappresentante.

Pietro Marino

@PietroPitMarino