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Fonte: Pixabay (@jnylee)

Il 15 dicembre scorso è stato pubblicato il documento contenente le proposte strategiche emerse al termine del progetto “Leaving violence. Living safe“, realizzato dalla rete D.i.Re in partnership con UNHCR: un percorso che vuole aiutare le donne migranti richiedenti asilo e rifugiate ad accedere ai centri antiviolenza. Il documento è frutto di un lavoro lungo tre anni basato sull’esperienza di “operatrici, mediatrici culturali, esperte, attiviste, coordinatrici dei centri antiviolenza”. Abbiamo discusso delle proposte strategiche presentate con Carmen Klinger, Valentina Torri, Shabnom Pathan e Celina Frondizi, esperte e mediatrici culturali che operano all’interno dei CAV.

Rimuovere le barriere

Qual è la prima barriera che incontrano le donne migranti, richiedenti asilo e rifugiate in Italia? L’accesso ai centri antiviolenza. Per questo, la rimozione delle barriere è la prima proposta programmatica contenuta nel piano “Leaving violence. Living safe”.

Carmen, mediatrice culturale del centro Olympia de Gouges di Grosseto, rimanda al tema delle informazioni trasmesse: «C’è un caos talmente grande al momento dell’arrivo, al momento dello sbarco, che non riescono ad avere tutte le informazioni di cui avrebbero bisogno per potersi muovere in autonomia». All’interno dei centri di accoglienza, neanche gli operatori hanno ben chiaro il funzionamento delle procedure, a causa dei cambiamenti repentini. Informazioni parziali e imprecise generano parecchia confusione, unite al problema della lingua. Ma non solo.

Esiste, infatti, un problema di diffidenza che deriva dalla cornice entro cui è stata inserita l’idea di un centro antiviolenza. Shabnom, che collabora con il centro Linea Rosa di Ravenna, racconta della curiosità che l’ha avvicinata al mondo della mediazione culturale: «Avevo un’opinione negativa dei centri antiviolenza. Ero stata influenzata da quello che veniva detto nella mia comunità». In molti casi, i CAV vengono descritti come luoghi che accolgono le donne per motivi legati al business o per sfasciare le famiglie.

Le barriere psicologiche sono più specifiche e i bisogni molto concreti (per esempio, la richiesta del permesso di soggiorno), per questo occorrerebbe permettere alle mediatrici di avere accesso ai centri di accoglienza. Il punto viene chiarito da Valentina, psicologa ed esperta del Progetto “Leaving violence. Living safe” dell’associazione D.i.Re che ha collaborato per vent’anni con Pronto Donna di Arezzo: «Ci vuole molto più tempo per instaurare una situazione di fiducia per farle raccontare ciò che è successo senza che sentano su di loro il peso del ricatto legato alle istituzioni». Le paure sono molteplici, in primis di non essere comprese per questioni connesse al credo. «E qui il ruolo della mediatrice è importante, non solo sul piano linguistico: fa da ponte rispetto ai significati e alla possibilità che una donna vittima di violenze proveniente da un’altra cultura ha di essere creduta» – spiega Valentina. 

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Fonte: D.i.Re. Donne in Rete contro la violenza

L’équipe al quadrato nella rete territoriale

Così come le vittime di violenza, anche le strutture che le accolgono necessitano di un’uscita dall’isolamento a cui spesso vengono destinate. Dal punto di vista di Celina, avvocata e operatrice volontaria al centro Ananke di Pescara, parte del progetto “Leaving violence. Living Safe” dal 2017, grandi difficoltà si incontrano sul piano politico. Secondo la sua opinione, infatti, «l’attuale diffusione dei fondi da parte del governo alle Regioni non sta dando i risultati sperati: le Regioni sono molto disomogenee e le risorse cambiano in base alle realtà e ai referenti politici, alla loro buona volontà».

Per quel che riguarda le politiche territoriali, il documento “Leaving Violence. Living safe” si sofferma sulla necessità di creare “una rete estesa di attori sul territorio per facilitare il loro inserimento sociale e l’accesso a una piena autonomia“. Celina ci racconta come nella sua realtà territoriale, Pescara, esista da tempo una rete cittadina antiviolenza che coinvolge l’ASL, Procura, Questura e Prefettura insieme ad associazioni della società civile. Il problema, però, è che questi tavoli di collaborazione, a volte, sembrano attivi solo formalmente.

Valentina, dal canto suo, spiega che come nel contrasto alla violenza, che si alimenta della riduzione in isolamento della vittima, la riposta è «uscire allo scoperto, poter parlare». Anche per questo il documento promosso dalla collaborazione tra D.i.Re e UNHCR trova nella creazione di tavoli di lavoro tra gli enti associativi e quelli istituzionali un punto centrale per la lotta contro la violenza di genere, che deve quindi assumere un aspetto collettivo. Quella della collaborazione, secondo lei, «sul piano metodologico è una risposta vera e propria alla violenza»

Un sistema antiviolenza integrato e inclusivo

Il sostegno alle donne migranti in difficoltà e la lotta alla violenza di genere sono azioni che non possono svolgersi in maniera isolata. Infatti, è all’interno del Piano nazionale antiviolenza che, ogni 3 anni, vengono definiti gli interventi per assicurare a tutte le donne in Italia “il necessario supporto per uscire dalla violenza”.

«Per chi lavora nei centri è importante poter interloquire con gli altri “nodi” della rete con facilità per fornire un servizio concreto, facilitare l’accesso al sostegno alle donne in difficoltà» – dice Celina. Tuttavia, a volte capita che il contrasto alla violenza si riduca a una questione di sensibilità del singolo e che non si metta in moto un meccanismo tale per cui possa considerarsi aperto a prescindere il dialogo. 

Ciò significa anche riconoscere e garantire sostenibilità alla rete di soggetti che operano in questo campo. Carmen suggerisce di integrare la formazione permanente obbligatoria, una retribuzione decente e il monitoraggio puntuale delle attività svolte dalle associazioni. «Ci occupiamo di un problema sociale e lo facciamo a titolo gratuito 365 giorni all’anno. È opportuno che ci vengano riconosciute risorse economiche per funzionare meglio» – conclude. Dal lunedì alla domenica, in genere, Carmen dedica 25 ore al centro. Un lavoro a tutti gli effetti, a cui si aggiunge il sovraccarico dovuto al numero ridotto degli operatori; non tutti possono permettersi di fare volontariato. 

Supporto alle donne migranti richiedenti asilo e rifugiate

La mediazione culturale ricopre un ruolo fondamentale per comprendersi profondamente. Carmen spiega che, in Italia, non si conosce quasi nulla delle altre culture. La sua esperienza è un valore aggiunto anche nel rapporto con gli altri operatori e le altre operatrici del centro, oltre all’evidente fattore legato all’identificazione: «Io sono nera e questo facilita la comunicazione con le ragazze e le signore che si avvicinano al centro» – dice. La mediazione permette a culture differenti di dialogare, trovando gli strumenti per spiegare come vengono viste le cose e giudicati i comportamenti.

A Ravenna, gli operatori per la mediazione scolastica e sociale sono molto richiesti. Shabnom, che tra le mediatrici è la più giovane, ritiene che il percorso avviato le abbia aperto un mondo prima sconosciuto («In qualche modo mi sono resa conto di me stessa»), permettendole di entrare in contatto e collaborare con persone provenienti da ambiti diversi tra loro. Ma è proprio grazie al suo contributo che sarà possibile facilitare l’accesso ai centri antiviolenza delle donne provenienti dal Bangladesh.

Il documento “Leaving violence. Living safe” attribuisce un ruolo di primo piano all’attivazione di una rete al supporto di donne migranti, richiedenti asilo e rifugiate, promuovendo l’inclusione stabile delle mediatrici culturali all’interno dell’équipe. A tal proposito, Celina ha organizzato – sempre affiancata dalle mediatrici culturali – diversi incontri con le donne in difficoltà per informarle della presenza, del funzionamento e dell’aiuto che il centro può offrire. Inoltre, l’avvocata ha creato occasioni di dialogo con i referenti dei centri di accoglienza allo scopo di «dare loro un aiuto nell’individuare donne che potrebbero aver subito o subiscono sul territorio nazionale delle violenze di qualche tipo». D.i.Re, in quanto rete nazionale antiviolenza, incoraggia la costruzione di risposte sempre più efficaci ai bisogni di donne richiedenti asilo e rifugiate.

Un’emergenza costante, aggravata dalla pandemia

L’attività di chi presta il suo servizio all’interno dei CAV di tutta Italia ha risentito anche degli effetti della pandemia, principalmente sul piano pratico. Se la sede del centro Ananke di Pescara in alcuni momenti è stata costretta a chiudere, portando le operatrici a fornire il sostegno via telefono, skype e whatsapp, spiega Celina, anche le altre realtà si sono adattate al difficile periodo. La rapida ricerca di soluzioni alternative è anche il risultato dell’atteggiamento che i centri antiviolenza assumono nell’affrontare la violenza di genere: come dice Valentina «l’emergenza in realtà è costante: lo spirito è sempre quello dell’emergenza e del pronto intervento».

Nel campo della mediazione culturale, sia Carmen che Shabnom hanno confermato che l’emergenza sanitaria ha reso molto più complesso il lavoro all’interno dei CAV. Le principali difficoltà riscontrate hanno riguardato l’instaurazione di un rapporto di prossimità continuativo nel tempo, osteggiato dal distanziamento sociale. Anche la programmazione dei focus group ha subìto dei rallentamenti, il che ha significato privarsi di momenti fondamentali di riflessione volti a far comprendere alla donna che non deve aver paura di dichiarare di essere vittima di violenza.

Insomma, l’occasione da cogliere è il nuovo Piano nazionale antiviolenza, in fase di elaborazione. “Leaving violence. Living Safe” procede in questa direzione, con la consapevolezza che l’efficacia del sistema antiviolenza si basa sull’impegno di una molteplicità di attori, coinvolgendo gli interlocutori politici nazionali e le leader femministe dei paesi d’origine. Il suo approccio multidisciplinare è un percorso che accompagna le donne dalla condizione di fragilità provocata dalla violenza all’autodeterminazione di sé. Sarà la sorellanza a determinare il cambiamento.

Giovanni Esperti, Sara C. Santoriello

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