8 marzo 2021, lotta transfemminista
Il manifesto di NonUnaDiMeno

Italiani brava gente è un film del ’64 sulla campagna russa nella seconda guerra mondiale, ma anche un mito comune, uno di quegli stereotipi faciloni generalmente accettati come veri in ogni angolo del globo. Italiani brava gente è un benevolo auspicio che si infrange sulla rudezza quotidiana di violenze e discriminazioni, sottomissioni e disparità. Siamo all’8 marzo 2021, seconda Giornata internazionale della donna dell’era covid, eppure l’anno scorso, travolti dal terrore di una condizione inedita e letale, mancava la consapevolezza nel giudicare come e quanto la pandemia abbia influito sulla condizione delle donne, in particolar modo quelle vittime di violenza. Tracciare un bilancio è un compito ingrato – e forse pretestuoso – ma senza dubbio utile, a un anno dalla maledetta comparsa di un virus che ha stravolto il mondo, per comprendere “in che stato siamo”, come la campagna condotta da D.i.Re. – Donne in rete contro la violenza ha cercato di illustrare, nonché per fornire una nuova prospettiva alla lotta transfemminista.

Il senno di poi aiuta, ma non consola; chiarisce, ma non capacita. Cercare elementi positivi è il più classico degli aghi nel pagliaio dell’oppressione patriarcale: possiamo trovare a malapena una rinnovata sensibilità parlamentare (come dimostra l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sul femminicidio), ma anche il riconoscimento per i centri antiviolenza dello status di “attività essenziali”, dunque non soggette a chiusura durante i lockdown. Per quelli negativi l’imbarazzo della scelta diventa un privilegio di genere, perché se fossi donna utilizzerei ben altri termini. Ci sono le criticità emerse durante la gestione pandemica, oltre all’annoso problema dei finanziamenti: le strutture territoriali, infatti, sono costrette ad aspettare mesi o anni per vedersi corrisposte le sovvenzioni, con la conseguenza di ritrovarsi in affanni economici e nell’impossibilità di pianificare le attività. I ritardi della pubblica amministrazione, pandemici – quelli sì – nell’Italia della burocrazia, impediscono un tempestivo e adeguato supporto alle vittime di violenza; a ciò va aggiunto che i costi di gestione e di formazione di personale qualificato non possono attendere le tempistiche elefantiache dello Stato.

Durante l’anno trascorso al fianco di D.i.Re. abbiamo constatato situazioni analoghe in ogni Regione: all’inizio del primo lockdown, quello “duro”, le richieste di assistenza hanno registrato una flessione per via della situazione emergenziale che ha sparigliato le abitudini quotidiane, per poi subire un incremento esponenziale a causa della convivenza forzata e continua con i partner maltrattanti. Si è trattato in massima parte di recidive, ovvero di persone che si erano già rivolte in precedenza ai CAV, e solo in misura minore di nuovi contatti. La necessità di operare a distanza e con le precauzioni del caso ha reso poi più complicato interfacciarsi con le vittime, ma non ha certo arrestato le attività di sostegno: 8 marzo 2021 diventa dunque un doveroso riconoscimento agli operatori e alle operatrici che hanno saputo far fronte alle limitazioni continuando a svolgere il proprio compito con dedizione e professionalità.

Fonte immagine: salvisjuribus

Eppure, 8 marzo 2021 vuol dire anche ricordare quanto sia fondamentale dotarsi di un quadro normativo di sostegno alla lotta transfemminista: in tal senso, applicare con pienezza la Convenzione di Istanbul e rinnovare efficacemente il Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne, fermo al 2020, sono doveri inderogabili. Non vorremmo che terze ondate e campagne vaccinali possano sminuire la questione, relegarla verso il second’ordine: al Governo Draghi, sostenuto dall’intero arco parlamentare, va intimato di non trascurare la violenza di genere per occuparsi soltanto dell’emergenza pandemica.

Perché il sessismo, il retaggio patriarcale, la disparità non sono affatto feticci ideologici che alimentano il vessillo della lotta transfemminista. Sono realtà problematiche, con ripercussioni concrete sulla pelle livida delle donne maltrattate, sugli stati d’ansia causati dal sentirsi continuamente a rischio, sul tasso di occupazione, sulle opportunità di carriera, sul divario salariale. Sono realtà che nel 2020 hanno causato la morte di 112 donne, e già di altre 11 dall’inizio del’anno. 8 marzo 2021 significa ricordare i loro nomi, i loro volti, i loro destini. Claudia Torrisi li raccoglie su Valigia Blu, e contarli è una triste liturgia senza assoluzione: Clara Ceccarelli, Deborah Saltori, Rossella Placati, Sharon Barni, Victoria Osagie, Roberta Siragusa, Teodora Casasanta, Sonia Di Maggio, Piera Napoli, Luljeta Heshta, Lidia Peschechera. Nomi estranei, fattezze sconosciute, ma angosciosamente familiari nel ricordarci quanto poco sia stato realizzato, quanto ancora ci sia da realizzare: se non in loro memoria, almeno per gli altri nomi che potrebbero aggiungersi all’elenco.

Nasce da questa consapevolezza “Libere di essere” di D.i.Re. per una corretta informazione e comunicazione contro la violenza di genere. Il progetto si articola su un piano preventivo, attraverso attività di formazione svolte nelle scuole, e su un piano comunicativo, volto a sensibilizzare l’opinione pubblica anche grazie a un festival e a un videocontest a cui è possibile partecipare entro il 31 marzo.

Libere di essere, progetto D.i.Re.

Sensibilizzare: quel termine insidioso e sfuggente, che sembra voler dire tutto e niente, e che pure tramuta in imperativo categorico se ancora, all’8 marzo 2021, ci tocca assistere a un’aberrante spettacolarizzazione della questione di genere perfino sul palco del più importante festival italiano (Sanremo, se non si fosse capito). Macchiette come quella di Beatrice Venezi, che specifica di voler essere chiamata “direttore d’orchestra”, monologhi a dir poco maldestri come quelli di Beatrice Palombelli, che pontifica sui diritti acquisiti e sul significato dell’essere una “vera donna”, fanno male. Fanno male perché trasmessi dalla televisione di Stato durante l’evento dell’anno; fanno male perché provengono da donne – e da donne privilegiate – pochi giorni prima di una ricorrenza tutt’altro che simbolica, e sviliscono la reale necessità della lotta transfemminista.

Spacciare conquiste e progressi come un alloro su cui adagiarsi è una pericolosa tentazione reazionaria. All’8 marzo 2021 esistono (eccome) diritti fondamentali che vengono messi in discussione o finiscono nel mirino di ideologie retrograde. Ne sanno qualcosa le donne di Umbria e Marche, dove le giunte regionali antiabortiste hanno reso quasi impossibile l’interruzione volontaria di gravidanza. Come racconta Annalisa Camilli su Internazionale, in Umbria la governatrice Tesei ha vietato l’aborto farmacologico in day hospital e imposto un ricovero di tre giorni per l’utilizzo della pillola RU486, salvo poi doversi adeguare alle direttive del Ministero della Salute; ma anche così, le strutture sanitarie non praticano l’aborto farmacologico e le lunghissime liste di attesa per la IVG chirurgica costringono molte donne a spostarsi in Toscana. Nelle Marche guidate da Acquaroli la situazione è analoga: si vieta l’aborto farmacologico nei consultori e le strutture ospedaliere che somministrano la pillola abortiva sono solamente tre; la pandemia fa il resto.

Per cui vi prego, non trinceriamoci dietro barricate ideologiche. Non trasformiamo l’8 marzo 2021 nell’ennesimo gioco delle parti a screditare la fazione opposta, né in un mimosicidio spietato ed effimero come la sfioritura di un ramo. Di motivi per sostenere la lotta transfemminista vorremmo averne di meno, sul serio, ma non è così. Non è una puntata di Ciao Darwin con gli uomini contro le donne: è la lotta delle oppresse e degli oppressi contro gli oppressori. È vero, come argomenta Elena Ciccarello su lavialibera, che “il femminismo non è tutto rose e fiori e a volte non è facile riconoscersi in un fronte frammentato, bellicoso pure al proprio interno”. Ma è vero anche, come prosegue l’articolo, che “Il contributo più importante del pensiero femminista è l’avere affermato la possibilità della differenza come condizione irrinunciabile dell’umano, superamento del pensiero unico incarnato nell’uomo etero, bianco e occidentale. La spinta rivoluzionaria sta nel voler rovesciare la società nel suo complesso, nel perseguire obiettivi comuni, nel cercare la libertà per chiunque”. E non è mai troppo tardi per cominciare, ma questo giorno può essere davvero un’ottima scelta.

Emanuele Tanzilli

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