Ministro Salvini psichiatria

Dopo gli immigrati e i ROM, è toccato anche ai malati psichiatrici essere oggetto arbitrario del ministro degli Interni Salvini, il quale ha dichiarato, in assenza di numeri e veridicità scientifica, che in Italia sarebbe in atto «una esplosione di aggressioni» da parte di «pazienti psichiatrici», dichiarazioni fatte sia durante la trasmissione di La7 In Onda che in occasione del raduno di Pontida.

Il Ministro, facendo riferimento ai pazienti psichiatrici, ha anche accennato a una possibile riforma in materia – «però evidentemente c’è da rivedere il fatto che sia stato abbandonato il tema della psichiatria e lasciato solo sulle spalle delle famiglie italiane chiudendo tutte le strutture di cura per i malati psichiatrici». Dichiarazioni che sono parse un chiaro riferimento alla Legge Basaglia o forse alla riforma del 2017 che ha portato alla chiusura dei sei ospedali psichiatrici giudiziari (OPG), le cui condizioni non erano dissimili dai vecchi manicomi.

Ma le affermazioni del ministro Salvini sono fondate?

Bisogna innanzitutto ripercorrere la storia e dunque la genesi di una riforma importante come la Legge Basaglia che portò alla chiusura dei manicomi nel 1978.

Ci troviamo in un contesto acceso, in un periodo storico di lotte, di conquiste e anche di perdite: l’Italia doveva fare i conti con la morte di Aldo Moro, sono gli anni della legge sull’aborto, dell’istituzione del Sistema Sanitario Nazionale e, a seguire, della legge sul divorzio.

In questi anni di trasformazioni e di cambiamenti sociali nonché politici, si inserisce con il suo enclave di professionisti lo psichiatra Franco Basaglia, che pone al centro del dibattito nazionale la questione dei manicomi: «se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento».

Insomma, per la corrente di pensiero di Basaglia i manicomi non andavano trasformati, andavano chiusi, e bisognava trasferire l’assistenza psichiatrica sul territorio, con strutture adeguate. È in questo contesto e con queste idee che la legge 180/78 (cioè la Legge Basaglia) è stata approvata, ed anche velocemente.

Manicomi a porte aperte

La replica della Società Italiana di Psichiatria

A questo punto, casca a pennello quanto affermato dalla Società Italiana di Psichiatria, smentendo in diversi post su FB il ministro degli Interni Salvini. Gli psichiatri rivendicano infatti la verità:

«Il ministro Salvini sostiene che si sarebbe verificato “l’abbandono del tema della psichiatria”, che sarebbe stato “lasciato sulle spalle delle famiglie” a causa della “chiusura di tutte le strutture di cura che c’erano per i malati psichiatrici”. Forse il ministro vive altrove. Forse il Ministro non sa che una delle poche eccellenze riconosciute nel Mondo all’Italia è il sistema della salute mentale, che conta una vasta e capillare rete di strutture psichiatriche».

Ma non finisce così, si legge ancora:

«Il ministro Salvini vuole mettere mano al settore della Psichiatria che ritiene trascurato? Allora si dia da fare per porre fine allo sfascio progressivo di un sistema assistenziale costruito faticosamente in 40 anni che sta andando alla malora per un finanziamento ridicolo, che è meno del 3,5% del totale della spesa sanitaria italiana, mentre in paesi come Francia, Germania, Inghilterra e Spagna si investe dal 10 al 15%».

Gli psichiatri ribollono e smentiscono il ministro Salvini anche quando dichiara che le «aggressioni» da parte di pazienti psichiatrici siano in aumento:

«diffondere false notizie come quelle date dal ministro non fa altro che aumentare paure infondate sulle persone affette da disturbi psichici, etichettandole ingiustamente ed indiscriminatamente come ‘pericolose’, aggravandone il già tremendo fardello dello stigma e della discriminazioni»

Invitando a considerare, oltretutto, che il 95% dei reati violenti ha come protagonisti soggetti considerati “normali”.

Se questo è un ministro

Dopo la smentita della Società Italiana di Psichiatria è lecito chiedersi se il Ministro si sia informato, così da evitare in futuro opinioni arbitrarie, soggettive e senza alcun fondamento scientifico. Opinioni, tra l’altro, in grado di diffondere convinzioni errate, soprattutto se lette e ascoltate da persone che non hanno gli strumenti utili a riconoscere una informazione inesatta. L’informazione, dopotutto, non ammette opinioni.

Più in generale, non si dovrebbe sottovalutare un dato e cioè che in Italia esiste e permane lo stigma legato alla malattia mentale, lo stesso che marchia spesse volte le minoranze e il diverso, alimentando pregiudizi e distanze tra le persone. Lo stigma si alimenta attraverso diversi fattori e sopravvive grazie a problemi legati all’ignoranza, all’attitudine e al comportamento. 

«Lo stigma non colpisce però solo i malati psichiatrici, ma chi appartiene a un’altra razza, a una minoranza: è il meccanismo con cui il “grande” gruppo si difende dal piccolo gruppo di “diversi” di cui ha paura.»

[Maria Isabella Greco, aprile 2016]

Ad affermare ciò è stata Maria Isabella Greco, coordinatrice del Dipartimento di Salute mentale dell’ospedale San Carlo Borromeo di Milano.

Il fenomeno dello stigma legato alla malattia mentale non è un dato di tipo speculativo od ostativo nei confronti di alcuno, basti citare alcuni numeri per comprendere che il pregiudizio legato alla malattia mentale sopravvive nonostante le politiche nazionali e internazionali; numeri estrapolati da un’indagine condotta nel 2009, in ragione della quale sono state intervistate 732 persone affette da schizofrenia.

I risultati delle interviste sono stati i seguenti:

«1. In ambito lavorativo riferisce di essere stato svantaggiato in quanto malato di schizofrenia il 30% circa (nel trovare lavoro 209/724, nel mantenerlo 215/730);

2. I valori più alti: il 43% (315/728) riferisce di essere trattato differentemente in famiglia, il 47% (344/729) nelle relazioni amicali, il 27% (196/724) nelle relazioni intime, il 29% (211/727) nelle relazioni con i vicini di casa;

3. I valori più bassi in altri ambiti: mettere su famiglia (20%), negli studi (19%), nei rapporti con le forze di polizia (17%), nel trovare casa (14%), nell’uso dei mezzi pubblici (10%), nello stipulare un qualsiasi tipo di assicurazione (5%), nell’aprire un conto in banca (4%), nel votare alle elezioni (3%).»

[Risultati dell’Indagine su stigma e schizofrenia di Graham Thornicroft con altri colleghi dell’INDIGO Study Group, come riportati da Salute Internazionale].

C’è forse qualcosa che ci sfugge, qualcosa che oltrepassa il mero fenomeno sociologico, qualcosa di più profondo che lega la complessità dei vissuti, il mondo interno dei pazienti e dei familiari, la solitudine anche, nell’affrontare l’angoscia e la sofferenza di una tale malattia.

Addirittura, è possibile incappare nella sfiducia verso la possibilità di guarigione o miglioramento dei malati. A riguardo, Ughetta Radice Fossati, segretario generale del Progetto Itaca, così commentava nell’aprile 2016:

«Una svalutazione percepita dai pazienti che la interiorizzano con un incremento di quello “stigma interno” che già vivono e li fa sentire in colpa e pesa sulle famiglie spingendole perfino a nascondere la malattia dei parenti. E gli stessi malati a nascondersi e a non cercare aiuto».

Bruna Di Dio

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