Arctic-LNG 2: fondi pubblici per finanziare il disastro ecologico
Immagine: fircroft.com

Gydan, Artico siberiano: continuano i progetti per il reperimento di combustibili fossili in una delle regioni più fragili del pianeta, già vittima dei cambiamenti climatici. L’Arctic-LNG 2, un piano per l’estrazione e liquefazione di gas fossile, è pronto a ricevere finanziamenti miliardari provenienti anche da fondi pubblici. A denunciarlo il gruppo ambientalista Greenpeace in collaborazione con Re:Common, un’associazione che si occupa di inchieste e campagne contro la corruzione e la distruzione dei territori in Italia, in Europa e nel mondo.

L’Artico verso il disastro ecologico

La regione artica si avvicina sempre più in fretta a quello che potrebbe essere un disastro ecologico di portata globale. Dalla Russia, all’Alaska al Canada: le fonti di inquinamento, dovute a siti di estrazione e ad attività di trasposto di combustibili fossili, sono in costante aumento. Trasportati da circolazioni atmosferiche, gli inquinanti provenienti da industrie e città, invadono e si accumulano in quella che è una delle zone più importanti e delicate della Terra. Assieme alla neve, particelle di carbone, idrocarburi, solfati e metalli pesanti quali cadmio, vanadio, nichel, cromo, mercurio e piombo, cadono dal cielo depositandosi sul suolo e provocando così un più rapido scioglimento del manto nevoso. Le banchise e il mare non hanno sorte migliore: gli inquinanti provenienti dallo sfruttamento delle risorse non rinnovabili presenti nella regione, si trasformano in veleno per la fauna marina e, di conseguenza, per la popolazione che se ne nutre.

«Concentrazioni relativamente elevate di contaminanti organo-clorurati e di metalli pesanti sono state misurate nella neve, nelle acque e negli organismi in Nord America, in Groenlandia e nelle Isole Svalbard» – si apprende da un articolo del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Vittima dei progetti inerenti lo sfruttamenti delle fonti fossili della regione, tra cui il nascente Arctic-LNG 2, l’Artide è oppressa anche da quell’inquinamento prodotto in altre zone del pianeta. È l’effetto cavalletta o distillazione globale, grasshopper effect in gergo tecnico, un processo geochimico che permette il trasporto di sostanze chimiche quali i POPs, inquinanti organici persistenti, da medie latitudini, nelle quali per effetto dell’evaporazione si accumulano in atmosfera, a latitudini alte, dove a causa delle basse temperature e della conseguente condensazione, ricadono sul suolo e in mare. Il continuo ripetersi di tale processo permette agli inquinanti di viaggiare per migliaia di chilometri.

Le catastrofiche conseguenze del perpetuo disastro ecologico artico non tardano a mostrarsi. Studi preliminari rivelano che i depositi di metano congelati nell’oceano Artico, conosciuti come “giganti dormienti del ciclo del carbonio”, stanno iniziando a rilasciare il potente gas serra nell’atmosfera. La scoperta ha suscitato forti preoccupazioni nei ricercatori facenti parte del team internazionale del Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Stoccolma: tale processo potrebbe accelerare il riscaldamento globale. «La scoperta del rilascio attivo di idrati è molto importante e sconosciuta fino ad ora. Questa è una nuova pagina. Tali perdite potrebbero avere gravi conseguenze sul clima, ma abbiamo bisogno di ulteriori studi prima di poterlo confermare» – dichiara Igor Semiletov, capo scienziato della spedizione.

Fondi pubblici per l’Arctic-LNG 2

Le concentrazioni di metano fino a 400 volte superiori al limite naturale rilevate nell’oceano Artico sono solo uno dei segnali evidenti che la natura sta lanciando all’uomo, ma la sete di profitto umana, ormai è certo, non conosce limiti. Lo conferma la denuncia delle associazioni Re:Common e Greenpeace secondo cui Sace, società per azioni del gruppo italiano Cassa Depositi e Prestiti, controllata dal ministero di Economia e Finanza, sarebbe pronta a finanziare il progetto Arctic-LNG 2 con una cifra vicina al miliardo di dollari, soldi provenienti da fondi pubblici.

Tra gli investitori anche Intesa Sanpaolo che, dopo essere stata contattata dall’associazione ambientalista, non ha smentito in alcun modo l’ipotesi di coinvolgimento. L’istituto bancario italiano non è nuovo a questo tipo di finanziamenti: come riportato da Greenpeace, infatti – «nel 2016 l’istituto torinese aveva finanziato con 750 milioni di euro – 400 dei quali garantiti proprio da Sace – il progetto Yamal LNG, un altro impianto di liquefazione di gas nella zona artica».

Arctic-LNG 2, della società russa Novatek, permetterà la produzione di più di venti tonnellate di gas all’anno atte a soddisfare parte del fabbisogno energetico di Europa e Asia. Il costo del progetto supera i venti miliardi di dollari e garantirebbe sostanziosi profitti alle aziende facenti parte della joint venture utile alla realizzazione del progetto, tra cui Saipem, società controllata da Eni, operante nel settore della prestazione di servizi per il settore petrolifero.

«Non solo riteniamo sia una follia continuare a estrarre gas in Artico, ma è ormai ben noto come le attività estrattive e il ciclo di produzione e distribuzione del gas liquefatto provochino impatti gravissimi per l’ambiente e il clima, a causa delle perdite di metano che avvengono durante il processo di esportazione e importazione.» denuncia Greenpeace che poi conclude «Le condizioni ambientali estreme della regione in cui si vorrebbe realizzare questo progetto non fanno poi che aumentare le possibilità di fuoriuscite e incidenti, minacciando un ecosistema già fragile come quello artico».

Marco Pisano

Marco Pisano
Sono Marco, un quasi trentenne appassionato di musica, lettura e agricoltura. Da tre e più anni mi occupo di difesa ambientale e, grazie a Libero Pensiero, torno a parlarne nello spazio concessomi. Anch'io come Andy Warhol "Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare". Pace interiore!

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